Boicottare Israele fa hype. Con buona pace della coerenza

L'ultima tendenza è restituire il trofeo a EBU perchè non ha squalificato Israele dall'Eurovision. Peccato che molti di coloro che protestano hanno diviso il palco solo l'anno prima proprio con Israele. Ma il Paese ha una lunga storia di boicottaggi avversi.

Boicottare Israele fa hype. Con buona pace della coerenza

Il boicottaggio attuato da cinque televisioni (quelle di Spagna, Irlanda, Islanda, Paesi Bassi e Slovenia) contro la presenza di Israele ad Eurovision 2026 è solo la punta dell’iceberg di quello che negli ultimi due anni e mezzo è avvenuto nei confronti degli artisti israeliani, o ebrei o che semplicemente hanno avuto a che fare con loro. Direttori d’orchestra di prestigio cui è stato negato di esibirsi in virtù della loro nazionalità, cantanti pop di sangue ebraico ma etnia mista la cui esibizione è stata cancellata (è il caso di Amir, franco-israelo-marocchino, espulso da un festival in Belgio), fino a grandi nomi del pop che non sono israeliani e nemmeno ebrei, ma che hanno avuto la “colpa” di aver collaborato con musicisti israeliani.

Ne abbiamo parlato qui, in questo approfondimento. L’Eurovision 2026 più che per i 70 anni del concorso verrà ricordato soprattutto per questi atteggiamenti, i quali non fanno altro che confermare la tesi che chi scrive sostiene da tempo: cavalcare l’antisemitismo e la causa anti-israeliana, per tanti, è un modo per restare a galla perché altrimenti l’hype finisce. “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”, per citare Nanni Moretti.

Certo non per tutti è così, c’è anche chi su queste tesi è da sempre, come Salvador Sobral, il portoghese vincitore di Eurovision 2017 o Alessandra Mele, la ligure di madre norvegese quarta ad Eurovision 2023. O lo svedese Eric Saade (terzo nel 2011), che del resto ha sangue palestinese e nel 2024 a Malmӧ si presentò sul palco con la kefiah al braccio. Se non altro, a costoro va riconosciuta una coerenza. Che comunque è merce rara nello showbiz.

Altri però hanno cavalcato l’onda, in astinenza da applausi e like. Come spiegare, altrimenti, la tesi di gente - come il finlandese Käärjä - che con Israele ha diviso il palco solo la sera prima (come Interval act ad Eurovision 2024) per poi rifiutarsi di annunciare i voti in segno di protesta per la presenza di Israele? Un personaggio così coraggioso da chiedere - invano - la rimozione del video in cui canta e balla nel backstage con la cantante israeliana. Non sia mai che qualcuno vedesse che ha cambiato opinione per convenienza.

E che dire di Jorgen Olsen, degli Olsen Brothers? Solo lo scorso Maggio era lì, sul palco di Basilea, a prendere un bel gettone cantando “United by music” alla fine della prima semifinale di Eurovision 2025. E adesso, giustamente, si unisce al coro di chi voleva l’espulsione di Israele. “Fishing for compliments”, per restare a galla a 25 anni dalla tua vittoria. Che non fa mai male. Lo stesso dicasi per Emmelie De Forest, una che quando l’hanno chiamata come ospite non si è mai tirata indietro. Con o senza Israele.

L’ultimo trend: riprenditi il trofeo

L’ultima moda è stata quella di rendere indietro il trofeo della vittoria, perché la EBU non si è schierata politicamente dalla parte a loro dire giusta. Perchè per una fetta di fan - e quindi per molti artisti- il festival apolitico va bene fino a quando segue le idee che ci piacciono. Se la pensa diversamente invece no.

E chi ha fatto questo gesto? Due che hanno bisogno di un po’ di hype. Nemo, il vincitore 2024. Ovviamente, lo ha fatto non prima di aver ricevuto il gettone per essersi esibito lo scorso Maggio in apertura di Eurovision 2025. Quella stessa manifestazione dove c’era gara Israele.  E lo ha fatto Charlie Mc Gettigan, parte del duo irlandese Harrington & Mc Gettigan, la cui vittoria risale al 1994. Costui peraltro, ci ha tenuto moltissimo a dire che il trofeo l’avrebbe restituito volentieri, peccato non si ricordi più dove l’ha messo. Lo avrebbe fatto anche il campione in carica JJ (si è pure lui esposto contro Israele), ma la tv austriaca che organizza nel 2026 è di segno opposto e ha capito che non è il caso.  Sarà interessante capire cosa farà il prossimo Maggio quando dovrà tornare su quel palco per aprire lo show.

E a ben vedere anche alcune delle cinque tv in protesta, con questo atto hanno avuto il loro quarto d'ora di visibilità: i fiaschi milionari della Spagna e quelli prolungati di Irlanda e Slovenia meritavano un po' di luce riflessa. Chissà se quando torneranno in gara sarà sufficiente a compensare la modestia delle scelte artistiche.

E prima ancora che Eurovision 2026 inizi, c’è già chi ha detto no ad Israele. Una parte consistente degli artisti in concorso al Festival da Canção, la selezione nazionale portoghese, ha detto che non andrà ad Eurovision se vincerà, in segno di protesta per la presenza israeliana. A pensare male, verrebbe da dire che questa presa di posizione arriva ora che sono certi di poterlo fare senza il rischio di essere colpiti nel portafogli: proprio quest’anno infatti RTP  RTP, l’emittente lusitana, ha tolto dal regolamento del concorso l’obbligatorietà per chi vince di andare ad Eurovision 2026, trasformando quest’ultima solo in una opzione, sul modello Sanremo. Niente multa per chi rifiuta quindi, la caccia all’hype è salva. E pure la partecipazione ad un evento che dà visibilità.

Qualcun altro, almeno ha avuto la decenza di ritirarsi prima di gareggiare: è il caso degli Ylvis, il duo di comici noti per l’unica hit “What do the fox say?” e che hanno rinunciato al Melodi Grand Prix in Norvegia per il quale erano stati selezionati e  che probabilmente avrebbero vinto, proprio per non dover sfidare Israele ad Eurovision.

Lo scorso anno poi, a Yuval Raphael fu imputata la colpa di essere venuta  a raccontare di essere sopravvissuta ai raid di Hamas. Contro la tv israeliana – poco conta che non sia affatto controllata dal Governo, che anzi sta cercando di silenziarla – si scatenarono anche diversi ex partecipanti, con una lettera a tempo scaduto. E quindi inutile. Ma sufficiente per raccogliere un po' di applausi gratis e finire sui giornali.

Käärjä

Eurovision e le “piazzate” arabe contro Israele

Israele ha una lunga storia di boicottaggi e c’è stato spesso di mezzo il Mondo arabo, lo stesso che nello sport gli ha impedito di gareggiare con l’Asia.

Tollerato, ma mai troppo amato – perché è forte: se fosse un Paese con scarse possibilità di successo non fregherebbe niente a nessuno – all’Eurovision Israele ha debuttato nel 1973 e già si capiva l’aria che tirava.
Pochi mesi prima un commando di Settembre Nero aveva sterminato mezza squadra olimpica ai Giochi di Monaco di Baviera. Ilanit, la prima rappresentante fu costretta a esibirsi indossando un giubbotto antiproiettile sotto l'abito di scena e al pubblico venne ordinato di restare seduto.

Terry Wogan, il salace commentatore britannico disse in diretta: “Al pubblico è stato raccomandato di applaudire restando seduti, altrimenti c’è il rischio che possano venire sparati”. Scherzava naturalmente, ma non troppo: da allora, da quell’attentato, ogni volta che un israeliano si muove in contesti internazionali con  la bandiera è accompagnato dagli uomini del Mossad. A Malmӧ erano in 7 a scortare Eden Golan. Anche sotto il palco, mentre cantava.

Le tensioni si intensificano con la crisi petrolifera scaturita dalla Guerra dello Yom Kippur e aggravata dalla rivoluzione iraniana che nel 1979 porta al potere il regime degli Ayatollah. Il petrolio diviene lo strumento di pressione per due ritiri: quello della Tunisia nel 1977, mentre era già allineata al via, e quello della Turchia nel 1979. In entrambi i casi la Lega Araba minaccia i due Paesi: niente divisione del palco con Israele o sarebbero state tagliate completamente le forniture petrolifere. Nel 1980, senza Israele in gara, la Turchia torna con una canzone di Aida Pekkan intitolata non casualmente "Petr'Oil".

Surreale, ma emblematico del clima, quello che accadde nel 1978. La tv della Giordania, che trasmetteva fuori gara, ancora non riconosceva Israele: mentre canta Izhar Cohen& Alphabeta manda la pubblicità, come tutte le tv arabe collegate. E quando durante le votazioni va profilandosi chiaramente la vittoria israeliana, stacca il collegamento mandando a tutto schermo un mazzo di narcisi. Se chiedete a un giordano chi ha vinto quell’anno forse vi risponderà che ha vinto il Belgio, con Jean Vallée, perché è questo l’annuncio che la tv fa il giorno dopo al tg. Il Belgio, naturalmente era arrivato secondo.

Libano e Siria: i casi limite

Ad Eurovision 2005 Israele viene boicottato dalla tv libanese, che si preparava a debuttare (TéléLiban è membro EBU, perché il Libano fa parte della European Broadcasting Area, più vasta del confine geografico europeo, nel quale del resto non rientrano molte tv aderenti)

La tv libanese pubblica infatti una lista dei partecipanti escludendo Israele, che invece è regolarmente in concorso con “Haskeket shenish’ar” di Shiri Maimon. All’ammonimento di EBU, il direttore della tv risponde che “Non possiamo trasmettere la canzone di un Paese con cui siamo in guerra né potremmo invitare a votarlo o trasmettere eventuali festeggiamenti in caso di vittoria”. Il Libano venne squalificato per tre edizioni.

A volte perfino dentro Israele stesso c’è stato chi non voleva che Israele portasse sul palco eurovisivo la sua storia. Nel 2009, quando Noa e Mira Awad furono scelte dalla tv nazionale con una grande canzone di pace, “There must be another way”, parte della élite culturale di entrambe le arre gridò allo scandalo, perché una rappresentante della parte araba di Israele cantava insieme ad un’altra di religione ebraica a pochi mesi dall’operazione Piombo Fuso.

A Mira Awad, che si identifica come palestinese, venne chiesto di ritirarsi: “La tua presenza – dicono- è parte dell’attività della macchina di propaganda israeliana e fornisce  una falsa impressione di coesistenza fra le due etnie, usata per nascondere le morti dei civili palestinesi nella striscia di Gaza. Ogni contributo a questa falsa immagine che viene trasmessa alla comunità internazionale di un Israele democratico, illuminato, che cerca la pace, autorizza l’esercito ad usare altre 10 tonnellate di esplosivo e un’altra bomba al fosforo”.

Molte delle delegazioni in concorso chiedono vanamente ad EBU di squalificare Israele e come nel 2026, anche allora la gran parte della stampa internazionale è contro la presenza del Paese e parla di whitewashing. Corsi e ricorsi, perché anche allora nessuno criticò il lancio di razzi Qassam sulla popolazione civile da parte di Hamas, mentre tutti o quasi se la presero con la risposta israeliana.

Anche nel 2007 venne chiesta la squalifica di Israele. Teapacks cantavano “Push the button”, che senza citarlo faceva riferimento all’arsenale nucleare che l’Iran voleva usare contro i civili israeliani. Un testo sul filo del regolamento, che EBU decise di lasciare in corsa e sicuramente molto più politico rispetto ad “October Rain/Hurricane”, che in fondo raccontava solo l’orrore di un massacro. Ma in tempi di propaganda anti-israeliana tutto fa brodo, anche dare corso alla narrazione di Hamas.

 Nel 2000 invece fu la stessa tv israeliana a “scaricare” i propri rappresentanti Ping Pong che durante le prove ufficiali della performance, accompagnarono la loro “Sameach” sventolando la bandiera siriana al fianco di quella israeliana: voleva essere un messaggio di pace nel momento più teso delle relazioni fra i due Paesi, si trasformò in una polemica politica che contribuì ad affossare il progetto.

All’Eurovision Israele ha sempre raccontato la sua storia complessa: molti degli interpreti sono figli di chi ha vissuto la Aliyah ed è forse questo quello che maggiormente dà fastidio. Il fatto che racconti chi da tante parti del mondo vuole tornare nella Terra Promessa. Una verità storica che cozza con chi quella terra la vorrebbe invece libera "dal fiume al mare". Liberandola da uno stato sovrano e non invece da chi ha scelto di trasformare quel lembo di terra in una polveriera, affamando la popolazione e usandola come scudo, mentre chi comanda se ne sta al sicuro sotto terra.