Come sport e musica vogliono cancellare Israele

Il nuovo mantra è prendesela con gli israeliani e gli ebrei, anche se non la pensano come il Governo. Il ritorno di un antisemitismo strisciante.

Come sport e musica vogliono cancellare Israele

C’è una nuova narrativa mainstream: quella che escludere Israele e gli Israeliani da tutto sia il primo passo di un mondo migliore.

Sta accadendo dovunque e fare l’elenco effettivo degli episodi diverrebbe esercizio lungo e stucchevole. Ma c’è un fatto e questo merita di essere sottolineato: i tragici fatti di Gaza hanno aperto le fogne dalle quali sono risbucati tutti i sentimenti antisemiti. Ai quali – attenzione – la gestione discutibile del conflitto da parte di Netanyahu, soprattutto nell’ultimo anno ha contribuito, ma che è stata preparata e progettata da Hamas per oltre vent’anni, con l’aiuto di fondazioni, organizzazioni e associazioni sedicenti umanitarie, ma che in realtà supportano- quando non fiancheggiano direttamente – il movimento terroristico.

Tralasciando lo squallore degli adesivi e dei cartelli “Israeli go home”, and “Zionists not welcome” che ormai da tempo di trovano sui muri delle grandi città, gli ambiti in cui questo si manifesta particolarmente sono il calcio (lo sport, in generale) e la musica.

Da più parti, si levano i cori per chiedere la cancellazione di Israele dallo scibile sportivo, per colpa di azioni del suo Governo ma che rappresentano -appunto – il Governo, non l’intero Paese di Israele e meno che mai gli ebrei nel loro complesso.

Ci si dimentica – o si fa finta di farlo – che nel corso della sua storia Israele questa storia l’ha già sentita. Il comitato olimpico israeliano fu cacciato dalle federazioni asiatiche agli inizi degli anni 80. Più precisamente, furono i Paesi della Lega Araba – allora molto più ostili ad Israele, tanto che il solo Egitto lo riconosceva come tale- a non voler giocare più contro Israele, scaricando addosso allo sport (ma anche alla musica, come vedremo), le colpe di un conflitto in Medio Oriente iniziato dall’OLP nel Libano Meridionale e culminato col massacro compiuto dai terroristi di Settembre Nero ai danni della squadra olimpica israeliana ai Giochi di Monaco 1973.

Circostanza che ha portato da quel momento in poi Israele a muoversi nelle occasioni ufficiali (con bandiera) scortato dagli agenti del Mossad

Vietato sfidare gli israeliani


Dal 1990 le federazioni sportive israeliane hanno trovato “esilio” in Europa. Ora le si vorrebbe espellere anche da quelle. Curioso, se vogliamo, che non si chieda lo stesso per esempio per l’Iran, dove la violazione dei diritti umani è all’ordine del Giorno  o realtà come il Sudan, il Burkina Faso o il Myanmar, dove i Governi compiono massacri da decenni, o la Corea del Nord.

Per non parlare di chi ha colto l’occasione per fare tutta l’erba un fascio ed ha approfittato per vietare ai tifosi del Maccabi Tel Aviv di assistere alla partita di Europa League contro l’Aston Villa al Villa Park di Birmingham. Perché si, è vero che in mezzo a quella gente ci sono dei facinorosi estremisti (sono gli stessi che avevano gridato “morte agli arabi” prima del match con l’Ajax ad Amsterdam). Ma oggi la tecnologia consente di schedare ed isolare la gentaglia. Si è voluto invece vietare di proposito a tutti i tifosi del Maccabi la possibilità di vedere la partita, sancendo con questo l’equivalenza degli hooligans fanatici con tutti gli ebrei.

David D'Or

Vietato suonare con gli ebrei (e chi li difende)

Nella musica va anche peggio. Chiedere ai Radiohead, il cui leader Thom Yorke è stato preso a pesci in faccia anche dai fan della band perché si è schierato al fianco di Israele e ha suonato con musicisti ebrei.

Come lui, molti altri musicisti che hanno osato schierarsi contro Hamas hanno subito lo stesso trattamento. Naturalmente, chi ha sangue israeliano nelle vene, è stato direttamente bandito: ad Amir, francese di origine israelo-marocchina, è stato escluso dal Festival Francofolies.

David D’Or, musicista israeliano da sempre impegnato per la pace, è stato sommerso di vernice rossa da due attiviste pro Pal durante un concerto a Varsavia. Mentre cantava un celebre inno di pace ebraico.  Il Festival delle Fiandre di Gand cancella il concerto della filarmonica di Monaco di Baviera perché avrebbe dovuto dirigerla Laav Shani, israeliano. Poco importa che sia uno dei nomi emergenti e più quotati della nuova generazione della musica classica: è israeliano, quindi va cacciato.

Questi sono solo gli episodi più eclatanti, ma la lista di artisti messi al bando perché israeliani, ebrei o semplicemente perché non sono pro-Pal è lunga.

L’assurda battaglia contro Israele all’Eurovision


Ma ancora più assurda e totalmente priva di senso è la battaglia che una fetta dei fan dell’Eurovision Song Contest sta conducendo contro la partecipazione di  KAN, l’emittente israeliana, alla rassegna edizione 2026.

Anche qui, corsi e ricorsi, basta andare indietro nel tempo. Nel 1977 la Tunisia era pronta a debuttare all'Eurovision e si era anche allineata al via, ma si ritirò su pressione della Lega Araba e sotto la minaccia di tagliare le forniture di petrolio proprio nel periodo della difficile crisi provocata dalla Guerra in Medio Oriente.

L'anno dopo, le tv arabe collegate con Parigi dove andava in onda la rassegna, mandarono la pubblicità al momento dell'esibizione di Izhar Cohen & Alphabeta, in gara per Israele con "A-Ba-Ni-Bi". La tv giordana, addirittura, staccò il collegamento quando durante le votazioni iniziò a diventare chiaro che Israele stava vincendo: un mazzo di narcisi a tutto schermo accompagnò i telespettatori sino alla conclusione dello show. E il giorno dopo, la tv annunciò al pubblico che aveva vinto il Belgio, in realtà secondo classificato: la Giordania non riconosceva ancora lo Stato di Israele.

Nel 2005 avrebbe dovuto debuttare il Libano, ma la tv fu squalificata a canzone e artista già presentate perchè pubblicò una lista dei partecipanti senza Israele, che invece era regolarmente in gara: "Non potremmo mai invitare i nostri telespettatori a votarlo, e se vincesse saremmo obbligati a trasmettere i festeggiamenti", disse la tv.

Oggi la scena si ripete. Nessuno vuole dividere il palco con Israele. Nonostante Eurovision sia una gara fra tv e non fra Governi. Lo raccontano le minacce a Eden Golan (2024) e Yuval Raphael (2025), costrette a vivere blindate in albergo e separate da tutti l'evento più importante della loro carriera, ma soprattutto, il comportamento di una fetta di fan e giornalisti.

Va detto che KAN pur essendo una tv pubblica, non è espressione del Governo e anzi più volte è stata critica verso la gestione della guerra condotta da Netanyahu. Il premier non è più invitato in tv da quando il conflitto ha subito un’escalation nonostante l’uccisione di Yahia Sinwar e il notiziario di KAN ha sempre ampio spazio alle proteste anti-governative e a quelle delle famiglie degli ostaggi. Tanto è vero che il Governo ha provato per due volte senza successo a chiudere l’emittente e poi a privatizzarla, non trovando però la maggioranza dei voti alla Knesset.

Non a caso Netanyahu utilizza come “megafono” Channel 14, la tv privata legata all’estrema destra e controllata da Vyatcheslav “Yitzchak” Mirilashvili, il businessman di origine russo-georgiana cofondatore di VK (il “facebook” russo).

KAN non è il braccio armato di Netanyahu come invece lo sono le tv statali russe e bielorusse per Putin e Lukashenko. Ma contro l’emittente oltre ai fan si sono schierate comunque una serie di altre tv (Spagna, Slovenia, Paesi bassi Islanda, Irlanda), in qualche caso sostenute anche dai rispettivi governi.

Questi Paesi hanno minacciato di non partecipare alla rassegna in caso di presenza israeliana. Di contro però, si è creato anche un forte fronte pro-Israele capeggiato dalla Germania e dai Paesi nordici (tranne appunto l’Islanda)

Sulla partecipazione ad Eurovision si sarebbe dovuto tenere un voto a metà Novembre fra i Paesi aderenti al consorzio delle tv pubbliche dell’area EBU che organizza il concorso, ma l’accelerazione del processo di pace ha convinto EBU – che del resto si sarebbe trovata di fronte ad una spaccatura pressochè a metà- ad annullarlo

Se ne riparlerà il 5 Dicembre, ma sarà solo una discussione e in base a quello che verrà deciso, sarà lasciato qualche giorno di tempo alle tv aderenti al consorzio se partecipare (qui i dettagli).

Quello che colpisce, in questo quadro, sono due aspetti soprattutto.

Il primo è che chi protesta sono quegli stessi fan che in passato si sono lamentati per l’eccessiva politicizzazione di un concorso che dovrebbe essere per statuto apolitico. Ora, siccome c’è di mezzo Israele, chiedono invece un atto politico.

Non fu chiesto per la pulizia etnica degli azeri nel Nagorno Karabakh armeno e nemmeno quando venne scoperto che il Governo azero, per costruire l’arena che ospitò l’Eurovision 2012, espropriò le case con tutta la gente dentro e i militari fuori dai portoni per costringere le famiglie ad uscire staccando loro acqua e luce. Non è stato chiesto per la Georgia dove i giornalisti vengono incarcerati e le tv di opposizione chiuse. E anzi a Dicembre Tbilisi ospiterà lo Junior Eurovision, il concorso per bambini. Mentre il Governo pesta la gente che manifesta da un anno nelle strade. Non saranno ammessi giornalisti, non ci sarà copertura nemmeno online. Nessuno ha detto niente.

Si tratta della stessa fanbase che chiede l’estromissione di una democrazia e  vorrebbe il debutto del Kazakistan, quel paese dove c’è un solo partito perchè gli altri sono stati messi al bando e per 30 anni ha governato la stessa persona, alla quale avevano persino intitolato la capitale.

La tv azera, come quella georgiana, quella kazaka e quella russa, sono tutte strettamente controllate dai rispettivi Governi. Quella israeliana invece no. Ma a loro non importa.

Così come non importa, né a loro, né alle tv dei paesi che protestano, il fatto che comunque vada a finire questa storia, sarà una lose-lose situation per un concorso che grazie a questa gente si è infilato in un buco nero dal quale non sarà facile risalire e che comunque ne danneggerà la reputazione faticosamente ricostruita dopo gli anni bui di inizio millennio.

Ci sono in ballo soldi e sponsor. La Spagna, la Germania e i Paesi Bassi sono fra le realtà che insieme all’Italia, la Francia e al Regno Unito, finanziano di più l’evento. Perderne qualcuna sarà comunque deleterio, soprattutto nell’anno del 70.anniversario.

E si, è vero, come ha detto il direttore generale di ORF che senza uno o due Paesi l’evento è ancora sostenibile, ma un Eurovision senza la Spagna o la Germania porterebbe comunque a titoloni dei giornali. Figurarsi poi se EBU non dovesse nemmeno trovare un modo per arginare le clamorose falle del televoto online, che in combo con la (lecita) campagna promozionale delle agenzie israeliane ha portato Yuval Raphael a sfiorare la vittoria a Basilea. Qui per approfondire.

A dirla tutta, una fetta dei fan se l'era presa anche con Yuval Raphael stessa, oggetto di contestazione sia durante il turquoise carpet inaugurale che durante lo show. La sua colpa? Essere sopravvissuta all'attacco al Nova Festival, invece che morta. La tesi, secondo costoro, era che essendo una sopravvissuta a quel massacro, non avrebbe dovuto essere lì. Perchè del massacro avrebbe parlato, rovinando la narrazione s'intende.

Di questa discriminazione nei confronti di Israele tutto se n'è parlato proprio a Basilea, in un panel all'Università, andato in scena durante i giorni di Eurovision e organizzato da un gruppo di ricercatori e musicologi. Fra gli ospiti c'era Alan Tubery, a lungo dj dell'Euroclub, la discoteca eurovisva per i fan. Un evento organizzato da Ogae, l'organizzazione internazionale che riunisce gli amanti dell'Eurovision.

Tubery è stato costretto ad andarsene e lasciare l'incarico: "Da due anni non posso più suonare canzoni israeliane, questa è una forma di censura", ha detto sbattendo la porta. Inclusione e tolleranza, ma solo se la pensi come loro: "Be reasonable, do it my way", recita un vecchio slogan sempre valido. Mala tempora currunt.