I tre esami della Bulgaria: Euro, crisi di governo e Nord Macedonia
La Bulgaria fa il suo ingresso nell'Euro nonostante una crisi di Governo che rischia di portarla di nuovo al voto. Sarà uno stress test, che proseguirà con lo scontro in corso con la Macedonia del Nord che vuole entrare nella Ue
La Bulgaria è pronta ad entrare nell’Euro e lo farà nonostante il Governo presieduto da Rosen Zhelyazkov abbia rassegnato le dimissioni.
Dal 1. Gennaio la Bulgaria diventa il ventunesimo Paese dell’Eurozona, abbandonando così il Lev. Si tratta di un passaggio storico per il Paese, 6.4 milioni di abitanti, che chiude in un certo senso il cerchio iniziato nel 2025 con l’ingresso nell’area Schengen, ovvero di libera circolazione di merci e persone nel territorio dell’Unione Europea, di cui Sofia fa parte dal 2007.
Per Rosen Zhelyazkov, a capo di una coalizione di centrodestra che vede il suo partito Gerb (noto anche come Cittadini per lo sviluppo della Bulgaria) unito ai populisti di C’è un popolo come questo è stato un vero e proprio percorso ad ostacoli, ma una scelta consapevole e ritenuta necessaria per far rialzare un Paese che – sebbene abbia visto crescere il Pil moltissimo negli ultimi 10 anni (attualmente è circa due terzi di quello dell’Eurozona), resta comunque quello con la più alta percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale di tutta la Ue.
Il 1° gennaio 2026 segna quindi, una tappa storica per la Bulgaria. Secondo la Banca centrale europea (Bce), l’adozione della moneta unica rappresenta un’opportunità strategica non solo per Sofia, ma per l’intera area dell’euro.
Il passaggio alla nuova valuta infatti punta a garantire una maggiore stabilità economica, semplificando le transazioni e favorendo una più profonda integrazione europea. Per la Bulgaria, in particolare, l’obiettivo è costruire fondamenta solide per una crescita resiliente nel lungo periodo.
La campagna disinformativa dei filorussi di Rinascita
Zhelyazkov ha però pagato carissima questa scelta e oggi il suo Governo è dimissionario, caduto sotto i colpi di una protesta orchestrata dalle forze di estrema destra filorusse, le stesse che in questi mesi hanno veicolato sui social, ma anche sulla versione bulgara della Pravda, ancora molto letta in Bulgaria, una campagna contro l’adozione dell’Euro. Del resto questo tipo di propaganda ha terreno facile in un Paese che è all’ultimo posto fra i 27 della Ue per alfabetizzazione digitale.
Rinascita, il partito di estrema destra che fa parte del gruppo Europa delle Nazioni sovrane, lo stesso per intenderci di Alternative fur Deutschland, ha orchestrato in questi mesi una forte campagna disinformativa e diverse manifestazioni di protesta, mirata a esasperare le divisioni interne, sfruttando sensibilità storiche e legami culturali con la Russia, del cui principale partito, Rinascita è stretto alleato.
“L’Unione Europea potrà prelevare deliberatamente dai vostri conti”, era lo slogan principale, trasformando in esproprio la proposta della commissione ai cittadini Ue di investire parte dei 10.000 miliardi di euro inattivi nei conti in fondi mercati finanziari, agevolando al tempo stesso l’accesso al credito per le piccole e medie imprese. Un messaggio fuorviante che Rinascita ha veicolato anche attraverso i social più amati dai giovani, su tutti TikTok: “La Commissione europea imporrà una scadenza per spendere i propri risparmi, dopo la quale li ruberà alla popolazione”. Affermazioni facilmente smentibili da documenti ufficiali come la Carta dei diritti fondamentali della Ue e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, oltre a vari trattati europei i quali sanciscono con chiarezza l’inviolabilità dei beni privati.
Un altro tema usato contro l’adozione dell’Euro è stato quello che la Ue utilizzerebbe i risparmi dei cittadini a loro insaputa, per finanziare la difesa. Una tesi rilanciata anche dall’agenzia russa Tass oltrechè da tutto un ecosistema ibrido di propaganda che combina media statali russi ufficiali con influencer e blog locali.

Il controverso appoggio di Delyan Peevski
C’è da dire che il partito Gerb ci ha messo del suo. Una delle motivazioni che hanno portato alle proteste di massa, insieme ad una controversa legge di bilancio poi ritrata che prevedeva, tra le altre cose, tasse e contributi previdenziali più elevati per il settore privato, mentre per il pubblico maggiori risorse è stato aver accettato l’appoggio del controverso Delyan Peevski, leader del Movimento per i diritti e le libertà, partito tradizionalmente legato alla minoranza turca e attore chiave nella politica bulgara fin dalla caduta del comunismo 34 anni fa. Peevski oggi lavora soprattutto dietro le quinte, sfruttando un ampio potere che gli deriva dall’essere a capo del più importante gruppo editoriale bulgaro, fattore che però ha anche contribuito al drastico calo della Bulgaria nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere
Sanzionato per corruzione da Regno Unito e Usa Peevski è stato recentemente espulso dal gruppo dei liberali europei e oggi il suo partito sta transitando nel gruppo Patriots for Europe, lo stesso di Orbàn e della Lega.
Per tutti questi motivi, le piazze di Sofia, Plovdiv, Varna e Burgas si sono riempite di giovani che hanno dato vita ad imponenti manifestazioni di protesta e così l’11 dicembre scorso Zhelyazkov è stato costretto a dimettersi: è il quarto governo che cade in appena un anno. Il presidente della Repubblica Rumen Radev ha iniziato le consultazioni con i gruppi parlamentari e, in caso i negoziati non portino alla formazione di un’alleanza, verrà nominato un governo ad interim prima delle nuove elezioni. Sarebbero le ottave dal 2021.
L’estremo tentativo ed i vincoli europei
La caduta del Governo non fermerà però l’adozione dell’Euro, con buona pace delle associazioni europee legate all’estrema destra filorussa che ancora nelle ultime settimane hanno scritto alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e al commissario all’economia Valdis Dombrovskis per chiedere lo stop al processo. Le motivazioni addotte sarebbero l’instabilità politica cronica del Paese e le carenze nella governance fiscale, elementi che secondo i firmatari rischierebbero di danneggiare non solo la credibilità delle istituzioni Ue, ma anche l’integrità complessiva dell’Eurozona.
Ma la Bulgaria, come tutti i Paesi aderenti alla Ue -ad eccezione della Danimarca, che ha negoziato un accordo di opt-out nel Trattato di Maastricht- era giuridicamente vincolata ad aderire all’area euro. Si trattava solo di decidere quando entrarvi: servivano ovviamente delle condizioni preliminari, su tutte dimostrare di avere un’economia sana e in linea con quelle degli altri paesi dell’euro. Che tradotto vuol dire: mantenere la crescita dei prezzi sotto controllo, limitare il debito pubblico e avviare riforme economiche in grado di garantire stabilità al paese.
Non a caso ha mancato il traguardo nel 2025, arrivandoci solo un anno dopo, a quasi 6 anni dall'ingresso nel cosiddetto European Exchange Rate Mechanism, un sistema di cambi fissi tra l’euro e altre valute selezionate, che rappresenta una sorta di passaggio intermedio prima dell’adozione definitiva della moneta unica: 1 euro viene scambiato a 1,95583 lev, lo stesso tasso con cui la valuta bulgara è agganciata all’euro dal 1999. La Banca nazionale bulgara ha già messo in vendita i primi kit di partenza con gli euro per abituare i cittadini, il settore pubblico e quello privato. Ma ovviamente ci sarà un periodo di transizione, volto soprattutto ad evitare speculazioni sui pezzi, con aumenti o raddoppi indiscriminati, come avvenne, per esempio, in Italia.

Il conflitto interno con la Macedonia del Nord
Sarà la prima vera prova di maturità per un Paese spaccato in due fra la voglia di Europa e i ripetuti occhiolini a Mosca. La seconda sarà più politica e da essa passerà probabilmente il rapporto di Sofia con la Ue. La Bulgaria infatti, ha fatto saltare per ben due volte i negoziati per l’ingresso nella Ue della Macedonia del Nord. La prima ancora una volta su pressione dei filorussi di Rinascita, la seconda con una lettera firmata da tutti e 17 gli europarlamentari bulgari. Questione di identità nazionale: per l’ala più nazionalista bulgara, la Macedonia del Nord non esiste ed è soltanto una divisione creata a tavolino nel 1913, senza un particolare criterio, quando il territorio oggi chiamato Macedonia del Nord passava dalla Bulgaria al Regno di Serbia e poi alla Jugoslavia. Alfabeto, lingua e cultura sono gli stessi, dicono.
La missiva trasversale dei parlamentari bulgari ha fatto saltare prima di tutto Thomas Waitz, l’avvocato incaricato da Bruxelles di redigere la relazione per valutare i progressi della Macedonia del Nord verso l’adesione all’UE, accusato di essere troppo spostato verso gli interessi di Skopje e non aver tenuto conto delle istanze della Bulgaria. Ne è uscito alla fine un documento dal quale sono stati rimossi tutti i riferimenti all’identità nazionale e alla lingua macedone perché come ha sottolineato l’Europarlamentare di Gerb Andrei Kovachev “l’identità macedone non si può costruire cancellando tutto ciò che è bulgaro”.
Il punto è che ciascuna delle due parti vorrebbe vedere tutelate le rispettive minoranze: i bulgari vorrebbero che questo aspetto venisse inserito nella costituzione macedone e lo pongono come condizione per dare l’ok ai negoziati. Skopje invece chiede prima la rimozione del veto. Una empasse diplomatica dalla quale non sarà facile uscire.
Alla quale peraltro si aggiunge un’altra questione spinosa. Tutti i partiti bulgari si sono infatti schierati al fianco del controverso Ljubco Georgievski, ex presidente del Club culturale “Ivan Mihailov” a Bitola, bandito delle autorità macedoni proprio perché intitolato al celebre rivoluzionario macedone di etnia bulgara, vicino a nazisti e fascisti, che nel ventennio si batteva per tutelare gli interessi bulgari e ricongiungere quella fetta di territorio alla madrepatria. Skopje considera questa azione dei parlamentari bulgari una interferenza straniera nei propri affari interni, Sofia invece considera il ban come una prova della discriminazione subita dai bulgari in Macedonia del Nord, sufficiente per mantenere il veto sull’adesione di Skopje alla Ue.
Le tensioni sono forti e vanno oltre la politica. Bulgaria e Macedonia del Nord hanno chiesto ed ottenuto di non sfidarsi nelle competizioni calcistiche.
E più recentemente due fatti hanno visto coinvolti artisti macedoni ad Eurovision. Nel 2021, Vasil Garvanliev che ha anche il passaporto bulgaro, è stato accusato di fare propaganda bulgara per aver girato il video della sua canzone al fianco di una installazione che sembrava - ma non era - la bandiera di Sofia. La questione finì per coinvolgere ministeri ed ambasciate dei rispettivi Paesi.
L'anno dopo la tv macedone ha pubblicamente sfiduciato la sua artista Andrea Koevska per aver tirato in terra la bandiera nazionale durante la passerella di presentazione.
Dal successo di questi negoziati dipende molto. Sicuramente passa da qui la strategia di Bruxelles dell’allargamento verso Est. Ma soprattutto questo è lo stress test per uno dei cardini fondamentali della Ue, ovvero la necessità di unanimità dei 27 stati membri per le decisioni più importanti.
C’era un accordo firmato da Bulgaria e Macedonia del Nord nel Luglio del 2022, per provare a superare gli steccati, ma recentemente il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa ha certificato che non sono stati fatti progressi. Il governo nazionalista di Skopje in particolare contesta a Bruxelles le continue richieste e teme che anche una modifica alla costituzione potrebbe non bastare, ecco perchè la Ue lavora a forme di integrazione graduale anche senza adottare gli emendamenti costituzionali.
Se nonostante questo, la fase di stallo dovesse permanere, allora sarà un segnale che forse occorrerà mettere mano a questo principio, altrimenti c’è il rischio che le dispute territoriali, che in quest’area dell’Europa sono all’ordine del giorno, blocchino i processi di altri paesi, scoraggiandone i percorsi di adesione. Bruxelles non può permetterselo: Mosca è alla finestra e aspetta solo che quei paesi tornino sotto la sua sfera di influenza.