Fare per fermare il declino: come la Ue può rilanciarsi (se vuole)
L'Europa dovrebbe ascoltare di più il monito di Mario Draghi: senza il passaggio ad un vero federalismo, anche con cessioni di sovranità, per la Ue non c'è scampo e anche gli stati saranno schiacciati
In un intervento all’Università di Lovanio, Mario Draghi ha pronunciato quello che può essere definito il "De profundis" del vecchio ordine mondiale. Con un’analisi lucida e priva di concessioni alla retorica, l’ex Presidente della BCE ha avvertito che l’Unione Europea si trova oggi davanti a un rischio sistemico: diventare un’entità "subordinata, divisa e deindustrializzata" in un’arena globale dove la forza ha sostituito il diritto.
La tesi centrale del suo intervento non è di natura ideologica, ma squisitamente pragmatica: la trasformazione da confederazione a federazione è l'unica via per garantire la resilienza strategica del continente. In un mondo governato da rapporti di potenza, negoziare come un insieme disorganico di Stati di medie dimensioni è una condanna all'irrilevanza. Il passaggio alla dimensione federale è, dunque, l'unico strumento per preservare non solo la competitività economica, ma i valori stessi che definiscono il modello sociale europeo.
Draghi usa parole forti, ma tremendamente efficaci: "L"ordine globale basato sulle regole, il multilateralismo a guida Usa che ha governato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale, è "defunto". Questo ordine mondiale non ha fallito perché era costruito sull'illusione bensì perchè i pilastri su cui si reggeva stanno venendo a mancare.
Draghi non dice nulla di nuovo: che l’Europa sia un gigante economico ma un nano politico è noto da sempre. Quello che però l’ex presidente del consiglio chiede è uno sforzo comune. Chi vuole bene all’Europa, chi ha a cuore che l’Europa resista e si rafforzi deve impegnarsi e fare la sua parte. Guardare oltre gli steccati e al di là della convenienza politica. Facile a dirsi, meno a farsi in un’Europa sulla quale in questo momento soffia forte un vento nazionalista e poco incline alla cessione di sovranità. Ma uno sforzo è necessario, né è convinta anche la Commissione Ue, un set di ministri molto più orientato a destra rispetto alla scorsa legislatura, con dentro perfino esponenti sovranisti (il commissario italiano Raffaele Fitto).
La doppia minaccia: lo "Squeeze" sino-americano
Il crollo dell'ordine multilaterale, per Draghi, "non è di per sé una minaccia. Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l'Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo
L'Unione Europea subisce infatti oggi una pressione geoeconomica coordinata che mette a nudo l'inadeguatezza delle sovranità nazionali atomizzate.
Da una parte gli Usa, dall’altra la Cina: un laccio stretto che rischia di strozzare l’Europa. L'amministrazione Trump ha imposto un paradigma basato sull'enfasi dei costi a scapito dei benefici storici della cooperazione. L'uso dei dazi doganali non è più un'eccezione, ma un'arma di pressione costante volta a frammentare il fronte europeo. Pechino opera attraverso il controllo capillare dei nodi critici delle catene di approvvigionamento e lo sfruttamento sistematico degli squilibri globali, costringendo i partner esterni ad assorbire i costi delle proprie distorsioni interne.
Senza una struttura federale, l'Europa non viene percepita come un partner paritario, ma come un mercato da dividere attraverso trattative bilaterali, rendendo i singoli Stati membri facilmente ricattabili e incapaci di attuare una vera diversificazione delle filiere. La fragilità di questo sistema è purtroppo scritto nei trattati stessi europei: l’unanimità richiesta per le questioni chiave, pensata in un tempo in cui gli ideali europei erano più solidi, si sta rivelando una zavorra. La gestione dei flussi migratori è l’esempio più semplice ma basti anche ricordare quanto tempo c’è voluto, anche in presenza di un dramma che accomunava tutti i Paesi come il Covid, per mettere d’accordo i Paesi sull’emissione di debito comune per il mutuo aiuto, il cosiddetto fondo Next Generation EU. Eppure proprio questo è l’esempio che cedere pezzi di sovranità (nel caso specifico economica) non danneggia ma anzi fortifica.
Anche qui Draghi non dice nulla di nuovo: semplicemente smonta la narrazione di chi vorrebbe un'Europa delle Nazioni sovrane: prese singolarmente, la gran parte delle nazioni Ue non sono nemmeno potenze medie. Mentre invece l'Europa è il solo continente che se fa rete più contrastare Usa e Cina.
Il grande dilemma: Federazione vs. Confederazione
Il superamento dell'impasse attuale richiede però anche una scelta di campo tra due modelli architettonici diametralmente opposti, le cui differenze tecniche determinano la capacità di proiezione internazionale dell'Unione.
Il modello Federale, indicato nel manifesto di Ventotene e sostenuto da Draghi, che prevede la cessione di sovranità sostanziale alla Commissione, il superamento del potere di veto, l'istituzione di una difesa comune, l’emissione sistematica di Eurobond – di cui appunto il piano Next Generation EU sè stato una sorta di prologo - e una politica estera unitaria.
Oppure il Modello Confederale, sostenuto dalle Destre nazionaliste, che difende l'autonomia decisionale nazionale, ma genera un inevitabile immobilismo: l'attuale sistema di veti incrociati nel Consiglio ha già causato ritardi critici sul supporto all'Ucraina e sulla gestione dei beni russi congelati, trasformando l'UE in un gigante dai piedi d'argilla.
Entrambi sono comunque diversi dal sistema attuale, che prevede modelli diversi per ambiti diversi: federale per Commercio, Moneta e Concorrenza, con la Ue rispettata, che negozia come soggetto unico; confederato in politica estera e difesa, con il potere di veto usato come strumento di ricatto e per ritardare azioni sgradite; infine un modello ibrido per il mercato interno e i capitali, soggetto a barriere nazionali e una disomogeneità nella applicazione delle regole.

Il riequilibrio settoriale: l'accordo Ue-Mercosur
Una prima risposta la Ue l’ha data lo scorso Gennaio, siglando un'intesa storica con i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), definita dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa come un "ponte" contro il protezionismo. La battaglia decennale per arrivare a questa firma è il simbolo della necessità di fare in modo che la Ue parli con una voce sola: la Francia non ha firmato questo trattato e l’Italia, schiacciata dalle lobby agricole ha acconsentito alla firma con molto ritardo, tenendo in ostaggio l’accordo: senza il voto italiano non ci sarebbe stata infatti la maggioranza per ratificarlo e c’è voluto lo stanziamento di un fondo da 6,3 miliardi a sostegno degli agricoltori.
Gli stessi ostacoli tennero bloccato a lungo il Ceta, trattato di libero scambio col Canada. A 10 anni da quella ratifica, le esportazioni sono salite del 90 percento. Il Mercosur porterà in dote un mercato di 700 milioni di persone, dazi abbattuti sul 91 % delle esportazioni Ue e particolarmente su vino, formaggi e macchinari. Le imprese europee risparmieranno circa 4 miliardi di euro annui in dazi. Per quanto concerne l’Italia, l’accordo sostiene 3,4 milioni di posti di lavoro e tutela 57 marchi IGP (tra cui Parmigiano Reggiano e Prosecco). Inoltre, ci sarà una forte semplificazione amministrativa per le PMI, che costituiscono il 98% degli esportatori nazionali.
La "madre di tutti gli accordi": Il partenariato UE-India
Ma c'è anche l'intersa con l'India. Recentemente siglato da Ursula von der Leyen e Narendra Modi, l'accordo con Nuova Delhi trascende il semplice commercio per diventare un pilastro geoeconomico. Creando un blocco che unisce 2 miliardi di persone (25% della popolazione mondiale), l'accordo mira a raddoppiare l'export UE entro il 2032 eliminando dazi sul 96,6% dei beni.
L'agenda strategica congiunta globale istituisce una cooperazione su intelligenza artificiale, semiconduttori avanzati e tecnologie pulite, mirando a ridurre la dipendenza dell'India dalla Russia e quella europea dagli USA.
L'impatto settoriale è senza precedenti: i dazi nel settore automotive scenderanno dal 110% al 10%, mentre quelli sui macchinari crolleranno dal 40% allo 0%. Questa liberalizzazione genererà risparmi stimati in ulteriori 4 miliardi di euro annui per le imprese UE, consolidando un polo geoeconomico alternativo ai blocchi contrapposti.
Senza poi dimenticare l’altro accordo, che ha spalancato le porte ad un ulteriore mercato, quello con l’Indonesia. Si tratta di un accordo di partenariato economico globale (Cepa) con la più grande economia del Sud Est Asiatico che darà vita a una zona di libero scambio che interesserà oltre 700 milioni di persone, basata su regole certe e prevedibili, e aprirà nuove opportunità per le imprese europee e per gli investimenti.

Il Mercato Unico e la roadmap "EU Inc."
Ma l'integrazione esterna è vana senza una riforma strutturale interna. Non solo sul fronte del rafforzamento dei Paesi fondatori, per respingere le derive autoritarie e anti-europee, ma anche su quello economico.
Il "Rapporto 2026 sul Mercato Unico" certifica infatti un rallentamento preoccupante: gli Stati membri stanno moltiplicando le barriere nazionali invece di rimuoverle, frenando la capacità di scala delle imprese europee.
Per invertire questa rotta, la Commissione ha proposto "EU Inc.", un rapporto volto ad integrare in modo semplice e veloce le normative e quindi facilitare uno sviluppo economico globale dell’Unione. I punti chiave sono: la possibilità di registrare una società online in qualsiasi Stato membro entro 48 ore; un regime patrimoniale unico per superare la frammentazione dei mercati dei capitali e una roadmap economica per concentrare le risorse su IA e competitività energetica, superando l'inerzia nazionale che ha finora bloccato il rapporto Draghi.
Federalismo pragmatico come ultima frontiera
Il "Federalismo pragmatico" invocato da Mario Draghi rappresenta quindi la sintesi tra realismo politico e ambizione strategica: procedere con passi possibili, ma con una direzione federale inequivocabile. L'Unione Europea deve evolvere verso un'integrazione senza dominio, basata sulla volontà comune e non sulla subordinazione a potenze esterne.
Il monito per i leader è chiaro: senza un asse Francia-Germania coeso e una rapida cessione di sovranità nei settori chiave, l'Europa rimarrà un soggetto ricattabile. La scelta non è più tra sovranità nazionale e integrazione, ma tra la rilevanza di un'Europa federata e l'irrilevanza di un continente diviso. Solo agendo come soggetto politico unico potremo garantire che il destino dell'Europa sia scritto a Bruxelles, e non dettato da Washington o Pechino. L’Italia, in questo schema può recitare un ruolo da protagonista, visti i buoni rapporti fra Meloni e Von der Leyen e le deleghe importanti del commissario Fitto. Basta soltanto volerlo davvero.