Il Sole a Est: la strategia della Ue per stoppare Mosca
La strategia della Ue per fermare Mosca: allargare ad Est l'area di influenza. Ma è necessario anche rafforzarsi internamente e diventare Stati Uniti d’Europa
La strategia russa è chiara da tempo e soltanto chi è miope o in malafede può non vederla. Distruggere l’integrità dell’Unione Europea, in qualunque modo. Da fuori, cioè colpendo dove è possibile ma anche da dentro ovvero promuovendo campagne a favore di forze politiche anti-Europee.
Putin è tutt’altro che sprovveduto e ha capito che l’Europa, gigante economico, è purtroppo un nano politico e lo resterà finchè non troverà la quadra per diventare una cosa sola. Fino a quando cioè non nascerà un’Europa federale, qualcosa che sia il più vicino possibile agli Stati Uniti d’Europa. Situazione non semplice e resa ancora più complicata dagli stessi regolamenti europei che impongono l’unanimità sulla gran parte delle decisioni chiave, rendendo di fatto quasi impossibile qualunque passo in avanti.
In questo quadro ed in attesa di tempi migliori, quando cioè anche la politica ci restituirà un Parlamento Europeo meno schiacciato sui due opposti estremismi, ci sono solo due strade, che devono viaggiare complementari. La prima è l’allargamento ad Est dei confini dell’Unione, la seconda è il rafforzamento della Ue nelle sue fondamenta.
Sulla seconda spetta ai singoli stati – particolarmente quelli più forti o più rappresentati come Italia, Francia, Spagna, Germania e Polonia – respingere le ondate anti europee. Sulla prima invece il lavoro diplomatico comincia a dare i suoi frutti

Kazakistan: non solo sostenibilità
In questo senso va letto il rafforzamento dei rapporti economici già in essere fra Kazakistan e Ue. Il Kazakistan non è esattamente una democrazia – per oltre trent’anni è stata governata da una sola persona, Nursultan Nazarbayev e da sempre è ammesso un solo partito- ma la Ue è oggi il principale partner commerciale di Astana con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005 e oltre 4.000 imprese europee operanti nel Paese.
Il cuore della nuova agenda, scritta col presidente Kassym-Jormat Tokayev è la sicurezza delle catene del valore per la transizione verde e digitale: sul territorio si trovano 21 delle 34 materie critiche considerate strategiche dalla Ue come per esempio cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e bauxite. Il cuore della transizione green passa quindi anche per Astana, che è il cuore della Trans-Caspian International Transport Route – il Middle Corridor, il più importante collegamento fra Ue ed Asia Centrale, recentemente finanziato da Bruxelles.
Non solo. Le migliori menti kazake sono ammesse ai programmi Horizon Europe ed Erasmus + e chi partecipa a questi progetti ha una facilitazione sui visti. Un processo che accelera scambi in rilievi geologici, riciclo delle batterie, estrazione a basso impatto e idrogeno verde, sostenendo gli obiettivi climatici dell’Ue e lo sviluppo industriale di Astana
Che è anche, vale ricordarlo, uno degli snodi principali per il gas naturale. Tutte situazioni che permetterebbero a Bruxelles di liberarsi dal giogo della Russia, utilizzando uno dei Paesi a cui Mosca guarda da sempre con maggiore interesse.
Sul piano diplomatico poi, l’adesione del Kazakistan agli Accordi di Abramo con Israele, da un lato sancisce una storica amicizia fra i due Paesi (Astana riconosce Israele sin dalla sua indipendenza nel 1991); dall’altro manda in tilt le dinamiche del mondo arabo, perché sposta il baricentro degli Accordi di Abramo dall’area Mediorientale a quella Eurasiatica. Non a caso si stanno avvicinando anche altri Paesi musulmani al confine con l’Iran, come Azerbaigian e Uzbekistan. Dunque gli accordi potrebbero trasformarsi da piattaforma per la costruzione di una pace molto più complessa dopo l’attacco del 7 Ottobre 2023, in una sorta di nuovo asse informale di Paesi musulmani legato all’orbita occidentale, che uniscono convivenza interreligiosa a strategie di prosperità economica.

L’allargamento ad est della Ue
L’altro filone è quello più propriamente politico, ovvero l’allargamento ad Est dell’Unione. Il percorso con Kyiv è bene avviato e l’Ucraina diventerà ben presto una delle nazioni col maggior numero di Parlamentari (che sono assegnati per estensione e Pil).
Il percorso con gli altri Paesi è più complesso. Mosca ha stretto le maglie in Georgia e Serbia, dove leadership dichiaratamente filorusse (come Sogno Georgiano) o da sempre non ostili (Belgrado), rendono i negoziati lenti e pieni di ostacoli.
In Moldavia però l’influenza russa sembra in calo: le interferenze dell’oligarca Ilan Șor e dei partiti che fanno a lui riferimento non hanno funzionato alle presidenziali con l’europeista Maia Sandu che ha trionfato ancora. E nella Transnistria separatista, dove pure i filorussi hanno vinto, tira una brutta aria.
Mosca ha largamente finanziato sia i movimenti separatisti che le proteste anti Ue, raccogliendo solo le briciole e non è bastato nemmeno aver triplicato di colpo il prezzo del gas che irradia sulla Moldavia dal gasdotto di Tiraspol per spostare l’ago della bilancia. Se a questo poi si aggiungono i recenti arresti per malversazione dei filorussi nell’altra regione autonoma della Gagauzia (pure questi controllati da Șor) ecco che il quadro si completa. La Transnistria dunque è ad un bivio: giocare a rischiatutto restando con Mosca, con la prospettiva di restare a secco o rinegoziare i rapporti con Chisinau, trasformando però il separatismo in autonomia. La seconda situazione, come è ovvio, spalancherebbe per la Moldavia le porte della Ue.
Detto di Belgrado, nei Balcani la situazione è più varia anche se tutti e sei i Paesi candidati hanno ricevuto soldi dal fondo Ue per le riforme e la crescita, che dovranno spendere bene per accelerare il percorso verso l’adesione. Il più vicino è il Montenegro, che procede spedito e che se tutto va bene, potrebbe addirittura entrare nella Ue già entro il 2028.
I dossier di Albania e Macedonia del Nord viaggiano a braccetto, ma entrambi sono minati da ostacoli per ora insormontabili: la questione Kosovo per Tirana, che è motivo di scontro anche fra Ue e Belgrado; la Bulgaria per Skopje. Sofia ha infatti bloccato più volte il percorso di adesione della Macedonia del Nord. Motivo? Non ne riconosce l’esistenza e la considera per ragioni storiche, un suo territorio.
Quanto alla Bosnia Erzegovina, la Federazione ha festeggiato proprio pochi giorni fa l’ok di Bruxelles ai fondi, ma prima di tutto deve fare i conti con le profonde divisioni fra le due etnie. I serbi di Bosnia spingono per la secessione e il ricongiungimento a Belgrado. Un problema non da poco, che rischia di far saltare- a 30 anni dalla firma- gli accordi di Dayton e quindi la Bosnia stessa.
Allargare i confini ai Balcani Occidentali e in generale l'area di influenza (Bruxelles ha già rapporti di cooperazione in essere con Armenia ed Azerbaigian) diventa fondamentale per mettere un freno dall'interno alle mire espansionistiche russe. Contemporaneamente però è necessario lavorare per rendere più forte l'Unione nelle sue nazioni di spicco, attraversate da ondate forti di antieuropeismo.
Altrimenti rischia di ritrovarsi a dover gestire le polveriere interne di Paesi emegenti ma turbolenti. In una fase delicatissima come questa - che è destinata anche probabilmente a durare per parecchio tempo - rischia di essere un colpo molto difficile da riassorbire.