L'"all in" di Netanyahu, il premier che si gioca Israele a dadi
La richiesta di grazia senza dichiararsi colpevole da parte del premier Netanyahu spiazza tutti e mette alla prova Herzog. Perchè dalla sua decisione può dipendere il futuro di Israele
Il futuro di Israele passa da Yitzhak Herzog. Sul tavolo del presidente israeliano c’è infatti la richiesta di grazia presentata dal primo ministro Benyamin Netanyahu relativamente ai tre processi per i quali è imputato.
Una mossa a sorpresa, perché i processi appunto sono in corso. Una sorta di “All In” sulla carriera e sul futuro della sua nazione, che servirà a misurare soprattutto una cosa: quanto Herzog abbia la schiena dritta. Perché a tutti è chiaro – compreso chi scrive, che è un sostenitore di Israele – che la rinascita del Paese passa da un cambio di Governo.
Scampato il pericolo di una crisi di Governo – Netanyahu non ha già più da tempo la maggioranza ma i partiti che sono usciti continuano a tenerlo per le orecchie votando di volta in volta i provvedimenti - ora all’orizzonte per il premier ci sono le elezioni del prossimo Ottobre.
Una consultazione dalla quale, a meno di sorprese, uscirà sconfitto. Ecco quindi la mossa: chiedere la cancellazione del processo per motivi di interesse nazionale. Netanyahu dice: “Sono costretto ad affrontare le aule di tribunale mentre il Paese è ancora alle prese con un processo di pace. La grazia sarebbe un atto in favore degli interessi comuni”.
In ogni occasione pubblica, Netanyahu ribadisce la sua innocenza, ma in realtà le carte dicono altro. Nel primo dei tre processi, quello che sta per arrivare a conclusione, ci sarebbero le prove della sua corruzione: oltre 200.000 Euro di regali da miliardari che lui considera “amici”. Negli altri due è accusato di frode e abuso d’ufficio e scambi di favori con sostenitori politici e imprenditori di alto profilo, tra cui una compagnia di telecomunicazioni, un produttore hollywoodiano e un editore di giornali.
Herzog ha in mano la patata bollente e non sarà facile sbrogliare la matassa. Laburista di origine- quindi formalmente avversario politico di Netanyahu –e figlio d’arte (padre e nonno hanno avuto incarichi importanti in politica e nella religione) è stato però eletto presidente con i voti del Likud, secondo l’opposizione più dura proprio perché personaggio di scarso spessore e quindi facilmente manipolabile. La richiesta di grazia presentata da Netanyahu scriverà quindi il futuro del Paese, soprattutto sul piano della reputazione internazionale, disintegrata da Netanyahu a causa della scellerata gestione del conflitto.
Perchè il condono cambia la storia di Israele
Anche per questo le posizioni nella Knesset sono molto diverse. E ruotano tutte attorno al concetto di grazia. In Israele questa può essere ovviamente concessa a chi è colpevole, ma anche a chi si dichiara colpevole, per accelerare i tempi del processo, che comunque in ogni caso si conclude.
In questo caso la persona coinvolta accetta di ricevere il disonore (Kalon in ebraico) e perde il diritto a poter ricoprire cariche pubbliche. Netanyahu invece ha spiazzato tutti chiedendo la grazia senza dichiararsi colpevole. Un modo, secondo l’opposizione, per poter continuare a fare politica ma soprattutto per poter organizzare con calma una exit strategy in caso di sconfitta elettorale. Che passerebbe anche dal posizionamento di sue figure di riferimento- in primis il figlio Yair – nei posti che contano.
La coalizione si stringe attorno al premier
Il fronte governativo ha reagito compattamente, schierandosi a favore della richiesta di grazia. Il ministro della Difesa Israel Katz parla di “accuse nato nel peccato” e della necessità di compattezza in un momento chiave del Paese. Lo stesso concetto di interesse nazionale di cui parlano i vertici del Likud, il partito di Netanyahu. Dentro il quale però in realtà le posizioni non sarebbero affatto così compatte: da tempo si leva infatti più di qualche voce contraria su Netanyahu, in relazione al futuro del Paese e alla necessità di ricostruzione dell’immagine all’esterno.
In questo ovviamente, Netanyahu e il Likud trovano sponda in Trump che già durante la sua recente visita alla Knesset aveva chiesto ad Herzog, di concedere la grazia al premier. La risposta dell'ufficio di Herzog allora fu cauta ma chiara: nonostante l'alta considerazione per il presidente americano, chiunque chieda la grazia deve seguire le procedure formali. Oggi invece Herzog è molto più aperturista.

L’opposizione: appoggio solo se si dichiara colpevole
L’opposizione trasversale – che mette insieme Liberali, Democratici, il partito arabo Ra’Am e alcuni partiti di destra più o meno moderati – è invece compatta su una posizione diversa: appoggio alla richiesta di grazia solo se Netanyahu si dichiara colpevole.
Il leader Yair Lapid (dei Liberali di Yesh Atid) ha dichiarato in un videomessaggio che il presidente non può concedere la grazia senza un'ammissione di colpa, un'espressione di rimorso e un immediato ritiro dalla vita politica. Una posizione condivisa da Yair Golan, leader dei Democratici, secondo cui solo i colpevoli chiedono la grazia e l'unità nazionale potrà iniziare solo con la fine della "macchina dell'odio" e l'uscita del premier dalla scena politica.
Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, formazione di centrodestra ed acerrimo rivale del premier, a sua volta ha attaccato Netanyahu accusandolo di voler manipolare l'agenda pubblica per distogliere l'attenzione dai problemi reali: la guerra, l'esenzione degli haredim dal servizio militare, la gestione del recupero degli ostaggi, un'economia in collasso e i prezzi del cibo alle stelle.
Particolarmente significativo l'intervento del deputato del partito arabo Ahmad Tibi, che ha messo in evidenza la contraddizione giuridica della richiesta: Netanyahu non sta legalmente cercando una grazia, ma soltanto di far finire il processo, per questo non ammette colpa né esprime rimorso.
Il dilemma di Herzog e gli scenari futuri
Il presidente Herzog si trova ora davanti a una decisione dal peso storico. Secondo quanto riportano diversi giornali israeliani, Herzog potrebbe concedere una grazia condizionale, legata a una serie di impegni. Il primo fra tutti sarebbe la creazione di una commissione di inchiesta sul fallimento del 7 ottobre, per il quale finora hanno pagato solo una manciata di militari. La nascita della commissione indipendente, chiesta a gran voce dalla società israeliana, è stata finora posticipata dallo stato d'eccezione imposto dalla guerra a Gaza.
Eventuali responsabilità accertate avrebbero un peso importante nelle elezioni del prossimo anno. Naftali Bennett, leader del partito di destra moderata Yamina e principale contendente al ruolo di primo ministro nella tornata elettorale del 2026, ha dichiarato che supporterebbe qualsiasi accordo che includa un dignitoso ritiro di Netanyahu dalla vita politica.
Il Movimento per un Governo di Qualità, prestigioso watchdog civico, ha lanciato un monito severo: concedere una grazia nel mezzo di un procedimento legale costituirebbe un colpo mortale allo stato di diritto e al principio di uguaglianza davanti alla legge. Secondo l'organizzazione, graziare un premier sotto accuse così gravi manderebbe un messaggio devastante: che alcuni cittadini sono al di sopra della legge.
Secondo gli esperti, la grazia preventiva prima della condanna in Israele è estremamente rara e potrebbe minacciare lo Stato di diritto, compromettendo il principio di uguaglianza davanti alla legge.
Una frattura che attraversa la società
La questione trascende ormai i confini del diritto processuale per investire l'identità stessa dello Stato israeliano. Da un lato chi sostiene che l'unità nazionale e la capacità di affrontare minacce esistenziali debbano prevalere su procedure giudiziarie considerate politicamente motivate. Dall'altro chi vede nella richiesta di grazia un tentativo di erodere i principi fondamentali della democrazia liberale.
Il futuro e la credibilità di Herzog e quindi anche probabilmente le possibilità di ricostruire in fretta l’immagine danneggiata a livello internazionale di Israele, passano da questa scelta

Il brutto assist agli odiatori di Israele
Il dibattito è destinato a infiammarsi ulteriormente nei prossimi giorni, con la figura di Netanyahu che rimane al centro di un confronto politico che divide il Paese da oltre un decennio.
Qualunque sia la decisione del presidente Herzog, una cosa appare ormai chiara: la richiesta di grazia ha già prodotto una frattura difficilmente sanabile in tempi brevi, della quale beneficeranno coloro che sognano la cancellazione di Israele con un colpo di spugna e coloro che – in Italia soprattutto, ma anche in molte parti d’Europa – hanno sfruttato il conflitto come arma di rivendicazione politica, trasformando il sostegno alle ragioni di un popolo nelle motivazioni per costruire e diffondere odio verso un altro.
I prossimi giorni saranno cruciali per determinare se Herzog riuscirà a trovare una soluzione che bilanci le esigenze di unità nazionale con la salvaguardia dello stato di diritto, o se questa crisi segnerà un punto di non ritorno nella storia politica israeliana.