La Georgia "illiberale" e i prigionieri politici di cui non interessa a nessuno

In Georgia il Governo sta portando il Paese verso una deriva sempre più illiberale e filorussa, reprimendo il dissenso, limitando le libertà e incarcerando gli oppositori

La Georgia "illiberale" e i prigionieri politici di cui non interessa a nessuno

Quello che sta succedendo in Georgia e il modo in cui (non) se ne parla sui media tradizionali, è la fotografia chiara di quanto purtroppo oggi anche noi che abbiamo il dovere di fornire informazione senza filtri, scegliamo sempre più di selezionare invece le notizie favorendo ciò che è mainstream e penalizzando tutto il resto.

E dire che se si parla di libertà negate, diritti umani e civili negati e democrazia in pericolo, la Georgia dovrebbe essere uno dei temi caldi. Non solo per noi giornalisti ma anche per chi scende in piazza, dicendosi difensore di tutto quanto sopra.

Invece niente. Il perché è presto detto: non c’è un nemico col quale prendersela. Parlare di Georgia non porta consenso né voti, non ci sono simboli da indossare al parlamento o slogan da gridare che possano unire nel segno dell’odio.

Un Paese al bivio


Eppure la Georgia, nazione del Caucaso con una profonda e storicamente radicata vocazione europea, sta attraversando la sua più grave crisi democratica dalla sua indipendenza nel 1991, con oltre 100 prigionieri politici attualmente in carcere, in massima parte esponenti dell’opposizione. Eppure nessuno ne parla, a nessuno interessa davvero battersi per la loro libertà.

La Georgia vive la crisi da Settembre 2024, da quando cioè la gente è scesa in strada per protestare contro la deriva illiberale intrapresa da Sogno Georgiano, il partito unico di Governo, accusato di utilizzare strumenti legali e giudiziari per soffocare l'alternativa politica e allontanare Tbilisi dal suo percorso di integrazione nell'Unione Europea.

Fondato da un oligarca vicino a Mosca, Bidzina Ivanishvili il partito esprime la maggioranza di governo come partito unico con il premier Irakli Kobakhidze e sta prendendo una serie di provvedimenti che lo stanno avvicinando ogni giorno di più alla Russia.

Contestatissime elezioni hanno portato alla presidenza Mihail Kavelashvili, candidato unico ed esponente del partito di Governo, di fatto destituendo colei che era stata l’artefice del percorso di avvicinamento alla Ue, l’economista franco-georgiana Salomè Zourabishvili.

Kavelashvili – la cui elezione non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale - come prima mossa ha subito bloccato il percorso di adesione alla Ue, spostando il Paese verso Mosca.

Proteste a tempo di musica e danzando il Khorumi


Da allora la gente protesta in piazza, nelle strade di Tbilisi: piazza Rustaveli è diventata il simbolo della ribellione al Governo: “Georgia is not Russia” è lo slogan che accompagna le proteste: bandiere della Ue sventolate al fianco di quella Europea e quella Ucraina.

Una enorme catena umana, fatta di persone di varia età ed estrazione sociale che fa sentire la propria voce, anticipata da schiere di danzatori di Khorumi. L’antica danza contro l’oppressore, nata ai tempi della ribellione contro l’impero Ottomano, in Georgia è simbolo di resistenza: scandì l’indipendenza dall’Urssi 35 anni fa, accompagnò la Rivoluzione delle Rose che rovescio il primo presidente Eduard Shevarnadze per incoronare l’altrettanto controverso Saak’ashvili e fu la danza che nel 2008 segnò i cinque giorni di guerra nelle regioni filorusse  dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale. Oggi ritorna più che mai, come simbolo di libertà.

La nuova onda repressiva: l’opposizione decapitata

La tensione, già altissima dopo le contestate elezioni palamentari dell’Ottobre 2024, che hanno confermato premier Irakli Kobakhidze a fronte però di exit poll divergenti e risultati non verificati.  è esplosa con una nuova ondata repressiva mirata direttamente alla leadership dell'opposizione filo-occidentale. Nel giro di pochi giorni, quattro esponenti di primo piano sono stati incarcerati

Questa azione è stata innescata dall’inchiesta parlamentare, condotta da una  commissione formata da soli membri della maggioranza. Per questo motivo l’opposizione definisce apertamente l’atto come uno strumento di persecuzione politica

.Le autorità hanno giustificato gli arresti citando il rifiuto degli imputati di testimoniare davanti a una commissione parlamentare, o il mancato rispetto della legge, ma le voci critiche denunciano una chiara vendetta politica e la flagrante violazione dello stato di diritto

Attualmente, quasi tutti i leader della “Coalizione per il cambiamento” — che era la seconda forza politica secondo i risultati ufficiali delle ultime elezioni — sono stati arrestati o si trovano in custodia cautelare.

Sono accusati a vario titolo di essere collusi con governo e presidenza di Saak’ashvili (2004-2013). L’ex presidente, detenuto dal 2021 per reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni, è accusato dall’attuale esecutivo di avere provocato il conflitto con la Russia del 2008, che comportò la perdita dell’Ossezia del Sud. Il conflitto, invece, come è noto, fu scatenato dalla risposta delle truppe georgiane ad un attacco russo.

Il caso di maggiore risonanza è quello di Giorgi Vashadze, leader del partito strategico Agmashenebeli, condannato a otto mesi di carcere Pene simili sono state inflitte ad altri tre politici, Badri Japaridze, Manuka Khazaradze e Zurab Japaridze, per aver disertato le medesime udienze parlamentari

Poco prima del suo arresto, Vashadze aveva denunciato che l’intera inchiesta parlamentare è incostituzionale, in quanto si svolge senza la rappresentanza dell’opposizione in parlamento, che sta boicottando le istituzioni in seguito alle contestazioni sulle elezioni. Secondo Vashadze, l’obiettivo strategico dell’indagine è “perseguitare l’opposizione” proprio mentre il sostegno popolare verso l’alternativa politica al governo sta crescendo, sfidando la repressione

Oltre 100 Prigionieri Politici

Questi arresti recenti si sommano a una crisi democratica di portata ben più ampia. Già nei mesi scorsi, figure cruciali dell'opposizione erano state messe in detenzione preventiva: tra questi, figurano Nika Melia, Nika Gvaramia e Irakli Okruashvili — tutti ex ministri o leader di spicco del partito Movimento Nazionale Unito, il partito di Saak'ashvili.

La sistematica eliminazione dei principali oppositori segna una svolta netta della democrazia georgiana verso il modello illiberale

Per denunciare questa tendenza c’è voluto un dossier di Europa Radicale, l’associazione politica nata da un gruppo di fuoriusciti di Radicali Italiani, che ha presentato – nel silenzio più assoluto dei media italiani, un dossier dettagliato sulla Georgia, rivelando appunto la presenza di 100 detenuti politici. Questa cifra non è solo una statistica, ma, come è stato sottolineato "i prigionieri politici sono “il termometro della democrazia, quando compaiono significa che il potere si fa brutale". Potete trovare il dossier qui sotto

Sui giornali, sui siti, nelle pagine che da mesi gridano alla libertà negata per le vicende di Gaza non ne avete letto e probabilmente, non ne leggerete mai. Così come non vedrete per costoro manifestazioni di piazza, né leggerete comunicati  in difesa della libertà di informazione a difesa della giornalista Mzia Amaghlobeli, simbolo della libertà di stampa, insignita del Premio Sakharov 2025 e incarcerata da un anno per aver parlato di quello che accade nelle piazze o di Giacomo Ferrara, firma del Corriere della Sera fermato all’aeroporto di Tbilisi perché non raccontasse i presunti brogli alle elezioni.

Ne hanno parlato poche testate coraggiose (La Ragione, Il Domani, Avvenire, Il Messaggero Veneto oltre naturalmente al Corriere della Sera), ma non ci sono state levate di scudi da parte dei sedicenti difensori della libertà.

Le manipolazioni di Sogno Georgiano


Dal punto di vista geopolitico, le azioni del Sogno Georgiano sono percepite come un tentativo deliberato di soffocare la vocazione europea del Paese e di riportarlo nell’orbita russa

Uno dei metodi sarebbe ovviamente quello classico della Russia, la manipolazione del voto. In particolare – secondo gli osservatori- sono stati registrati diversi modi per falsificare il voto: la manipolazione del sistema di verifica assistito dai cancellieri che erano esclusivamente membri di Sogno Georgiano, la manomissione dei contrassegni e il voto elettronico multiplo da parte delle stesse persone in diversi distretti. In questo caso sarebbero state utilizzate le informazioni personali degli elettori raccolte prima del voto.

E poi naturalmente il controllo dell’informazione. GPB è stata fortemente rifinanziata dal Governo e nel contempo è stata varata una legge molto simile a quella di Mosca, che obbliga i media che ricevono soldi dall’estero ad accreditarsi come “agenti stranieri”, quindi come spie.

Circostanze che ha messo la tv pubblica nel mirino sia di EBU che di Reporter Senza Frontiere, i quali in una lettera all’organizzazione dei media dell’Europa Sud-Orientale stigmatizzano l’operazione. Nondimeno, oltre alla tv pubblica, il Governo controlla di fatto anche quella privata: Imedi, il network più importante,  è di proprietà di Iraki Rukhadze, founder di Hunnewell Partners, una società di private equity con filiali in mezza Europa (controlla anche Liberty Bank, la più grande banca privata del Paese) e naturalmente buon amico del premier.

Nonostante l'incarcerazione di quasi tutta la leadership d’opposizione e un clima di repressione crescente, la piazza non si arrende. Le proteste continuano quotidianamente nel centro di Tbilisi.

I manifestanti, spesso costretti a mascherarsi per evitare sanzioni e ritorsioni, continuano a bloccare le strade intorno al Parlamento, accusando il governo di ostacolare il “futuro europeo” della Georgia

Dal canto suo, il Governo reprime sistematicamente con la forza: autobotti con gli idranti, lacrimogeni e cannoni ad acqua con aggiunta di sostanze chimiche; cariche della polizia e furgoncini bianchi dove i manifestanti vengono pestati selvaggiamente. Ma soprattutto perquisizioni, sequestri e detenzione preventiva. Transparency International segnala anche torture evidenti su gran parte dei detenuti

L’esponente dell’opposizione Elene Khoshtaria ha invece denunciato l’uso sistematico di “violenza, repressioni e persecuzioni politiche” da parte della Polizia e delle realtà collegate al Governo.

Il 13 Dicembre l’Olympic Palace di Tbilisi ospiterà lo Junior Eurovision 2025, la rassegna per bambini dai 9 ai 14 anni spin off di Eurovision.

Al di là dell’opportunità di portare un concorso per bimbi in questo contesto difficile, per la prima volta nella storia del concorso, non ci saranno giornalisti stranieri. Ufficialmente perché la venue è piccola, ma è chiaro che in questo modo nessuno potrà documentare cosa avviene al di fuori della “bolla”

I paladini della pace, quelli che ogni due per tre scendono in piazza per protestare contro un genocidio a Gaza tutto da dimostrare, non hanno avuto niente da ridire su tutto questo.

Della Georgia non interessa a nessuno. Non è mainstream, non merita piazze, manifestazioni, bandiere.

L’Europa che se ne frega


La gravità della situazione imporrebbe una risposta urgente da parte dei partner occidentali. Igor Boni, Coordinatore di Europa Radicale, ha sottolineato che questi prigionieri rappresentano “la frontiera tra democrazia e autoritarismo” e che la loro liberazione deve diventare una priorità politica

Serve un cambio di passo da parte delle istituzioni europee, che non devono limitarsi a dichiarazioni generiche. Servono atti concreti, come il ricorso alla Corte di Strasburgo e l'esercizio di forti pressioni diplomatiche

Con la sistematica repressione e l’allontanamento accelerato dal percorso europeo, la Georgia si trova in una fase di estrema fragilità democratica. Ma ancora una volta, situazioni come queste mettono in evidenza quanto sia ancora troppo molle il ventre dell’Europa quando viene attaccata.

L’incapacità di proteggere i partner democratici in difficoltà alle proprie frontiere non solo compromette i valori fondativi dell'Unione, ma rischia di creare un vuoto geopolitico che potrebbe essere rapidamente colmato dalle influenze autoritarie di Mosca. La posta in gioco è il futuro della democrazia nel Caucaso. Ma di riflesso, l’effetto-domino che potrebbe uscirne è estremamente pericoloso per tutta l’Europa.

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