Perchè la Groenlandia metterà alla prova Danimarca e Ue
Trump vuole prendersi la Groenlandia, con le buone o con le cattive. E nonostante le parole della premier danese, potrebbe riuscirci. Ma gli Inuit preferiscono l'indipendenza dalla Danimarca. E prima o poi l'avranno
Gennaio 2026 verrà sicuramente ricordato come il mese in cui l'ordine post-Guerra Fredda ha rischiato di frantumarsi nell'Artico. A poche ore dal blitz americano in Venezuela, la voce di Donald Trump, amplificata dai motori dell'Air Force One, ha proiettato sull'Europa un'ombra minacciosa. Dopo aver tentato invano di "acquistare" la Groenlandia durante la sua prima presidenza, il commander-in-chief degli Stati Uniti – o almeno questo sembra voler essere negli atteggiamenti - ha cambiato tattica: "Ne abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento la Groenlandia è coperta di navi russe e cinesi dappertutto e noi non vogliamo avere Cina e Russia come vicini", ha detto. “Prenderemo la Groenlandia, con le buone o con le cattive”.
A Trump sembra non interessare affatto che il territorio geograficamente nordamericano sia in realtà di fatto un’appendice europea dato che è parte del Regno di Danimarca, oltrechè membro della Nato. E anzi non ha lesinato di insultare la Danimarca, la cui capacità di difendere l'isola è stata liquidata come «una slitta trainata da cani». La reazione di Copenaghen e di tutta l'Europa è stata immediata, compatta e durissima.
Fronte unito: Copenaghen e Bruxelles contro Washington
La Danimarca - per ora - non vacilla. La premier Mette Frederiksen ha tracciato una linea rossa invalicabile, definendo la minaccia americana con parole che pesano come macigni: "Se gli Stati Uniti decidono di attaccare militarmente un altro Paese della NATO, allora tutto finisce. Compresa la nostra NATO e quindi la sicurezza che ci è stata garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale". A riprova della determinazione danese, ha ricordato una direttiva militare del 1952, tuttora in vigore, che ordina ai soldati di aprire il fuoco senza attendere ordini superiori in caso di invasione.
Da Nuuk, capitale della Groenlandia, il premier Jens-Frederik Nielsen ha affidato a Facebook una replica secca e definitiva: "Adesso basta. Basta pressioni. Basta insinuazioni. Basta fantasie di annessione".
Di sicuro, un primo risultato le parole di Trump l’hanno ottenuto, quello di ricompattare la politica della Groenlandia. I cinque partiti dell’isola infatti, in una dichiarazione congiunta hanno tuonato: “Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi. Il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese - hanno aggiunto – in qualità di leader dei partiti groenlandesi, vorremmo sottolineare ancora una volta il nostro desiderio che il disprezzo degli Stati Uniti per il nostro Paese finisca”.
L’Europa ha provato a fare fronte comune ricordando che i “confini non possono essere modificati con la forza”, e la portavoce della commissione Ue Paula Pinho ha ribadito il pieno sostegno ai principi di sovranità e integrità territoriale sanciti dalla Carta dell'ONU. La realtà però è che Bruxelles è rimasta spiazzata. La Groenlandia è europea soltanto formalmente, lontana dalle rotte e dai pensieri di chi sta nella stanza dei bottoni a Bruxelles e Strasburgo. Adesso però di fronte alla minaccia di una annessione, con Trump pronto persino a pagare uno per uno i 57.000 abitanti per convincerli a dire sì al trattato di associazione che è già pronto, Bruxelles non sa che fare. Il silenzio dell’alto commissario per gli affari esteri Kaja Kallas è emblematico.
I leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Danimarca si sono uniti in difesa della sovranità della Groenlandia e hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sulla sicurezza dell’Artico. Ma è evidente che da solo questo non basta.
Formalmente è una questione di sicurezza. Trump ritiene che le garanzie della NATO non siano sufficienti, l’Europa invece pensa l’opposto. E nonostante le parole della premier Fredriksen, più di qualcuno in Danimarca incomincia a credere che lo scenario di perdere la Groenlandia debba essere preso in considerazione. Parlando al celebre sito di informazione Politico.eu un deputato danese ha dichiarato che “potrebbero bastare cinque elicotteri… non avrebbero bisogno di molte truppe. Non ci sarebbe nulla che i groenlandesi potrebbero fare”. Si riferisce ovviamente ad un possibile intervento militare americano.
Più complicato invece, al di là delle parole di Trump, acquistare l'isola: l’idea, sebbene in linea con una logica transazionale da "real estate" cara al Tycoon, si scontra con i principi fondamentali del diritto internazionale e della sovranità post-coloniale.
La Groenlandia non è una proprietà privata che può essere venduta. È un territorio autonomo con un popolo che il diritto internazionale riconosce come titolare del diritto all'autodeterminazione. Il Self-Government Act del 2009, approvato dalla stessa Danimarca, sancisce formalmente questo principio.
Di conseguenza, qualsiasi modifica dello status di sovranità non può essere decisa solo da Copenaghen, ma richiederebbe il consenso vincolante del popolo groenlandese attraverso un referendum.
Legalmente, gli Stati Uniti possono solo negoziare con Copenaghen e Nuuk per espandere la loro presenza militare o gli investimenti, sulla base dell'accordo di difesa del 1951. Non possono, tuttavia, forzare una cessione territoriale.
Non solo sicurezza: la vera chiave è un’altra
Ma in realtà quella della sicurezza è solo una facciata. Trump vuole la Groenlandia essenzialmente per motivi economici. L'isola artica è un fronte geopolitico cruciale per tre ragioni interconnesse: risorse, posizione geografica e cambiamento climatico.
La Groenlandia è un forziere geologico, la cui chiave è essenziale per la transizione verde e l'autonomia strategica dell'Europa. Si trovano nei ghiacci artici 24 dei 34 minerali critici individuati dalla Ue. Inoltre il Paese è ricco di terre rare: le sue riserve potrebbero coprire fino al 20% della domanda mondiale. In altre parole, un'arma geologica in grado di spezzare il monopolio di Pechino – che oggi controlla il 70% dell'estrazione e il 90% della lavorazione globale – e garantire all'industria europea la sopravvivenza.
Non solo. Nel suo sottosuolo si trovano anche vasti giacimenti di uranio, rame, oro, platino, zinco e nichel.
Il Guardiano del Polo: Geopolitica del passaggio a Nord
La sua posizione rende inoltre la Groenlandia un perno militare e logistico insostituibile nel Grande Nord. Si trova infatti al centro del triangolo geografico tra Russia, America ed Europa e domina il cosiddetto corridoio Giuk, il passaggio marittimo tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, un "collo di bottiglia" fondamentale per le flotte militari che si spostano tra l'Oceano Atlantico e l'Artico.
In Groenlandia ha inoltre sede una base spaziale statunitense cruciale per lo scudo antimissile americano, che in caso di crisi potrebbe trasformarsi in una piattaforma logistica fondamentale per la NATO.

La Groenlandia e l’Europa: amici, non proprio fraterni
Come le isole Far Øer, anche la Groenlandia gode dal 2008 di ampia autonomia nell’ambito del Regno di Danimarca, che mantiene le funzioni di difesa. Il suo status è quello di Territorio Speciale della Ue: si tratta di tutte quelle aree formalmente parte di stati dell’Unione Europa ma dove in realtà, per motivi geografici o geopolitici, gli acquis comunitari sono in tutto o in parte sospesi. Sono nella stessa situazione fra gli altri, per esempio le citate Far Øer, Cipro Nord, i territori d’Oltremare francesi, i territori spagnoli in terra africana Ceuta e Melilla e le ex Antille olandesi.
Nonostante questo, l’Ue mantiene con la Groenlandia, per così dire, rapporti di buona amicizia, attraverso una strategia di soft power basata su cooperazione, rispetto e valori condivisi. È una diplomazia dei fatti, non delle minacce come quella americana, che conta di tre punti chiave: un partenariato strategico sulle materie prime sancito da un accordo firmato nel 2023; l’apertura nel 2024 di un ufficio permanente della Commissione Europea nella capitale Nuuk e la proposta di raddoppiare gli aiuti a 76 milioni di euro l'anno dal 2028, affiancati da un pacchetto da 530 milioni per investimenti in infrastrutture, energia idroelettrica e digitalizzazione.
Questa strategia offre ai groenlandesi esattamente quello che vogliono sentirsi dire. La presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha parlato di un rapporto fondato su «rispetto reciproco e amicizia» e «benefici reciproci e valori condivisi». Il culmine di questa nuova alleanza è stato il discorso storico del premier Nielsen al Parlamento Europeo nell'ottobre 2025. Indossando la tradizionale camicia Inuit, il kuspuk, ha chiuso il suo intervento con una frase che ha sigillato un patto: "La Groenlandia ha bisogno dell’Europa, e l’Europa ha bisogno della Groenlandia".
Il soft power reciproco fra Danimarca e Groenlandia
La Danimarca dal canto suo coccola di tanto in tanto i Groenlandesi: per esempio, alcuni suoi cantanti pop continuano a partecipare al Dansk Melodi Grand Prix, il concorso nazionale danese che assegna il posto per l’Eurovision. Una di loro ha persino sfiorato il colpo: Nina Kreutzmann, in coppia con Julie Berthelsen è arrivata seconda nel 2019.
Ma per riaffermare la propria voglia di indipendenza, la Groenlandia ha recentemente aderito all’associazione culturale Pan Arctic Vision, nata con lo scopo di accendere i fari sui popoli dell’artico, uniti da culture simili ma separati da appartenenze geografiche: anche in questo caso, il primo passo è stata la nascita di un concorso musicale che ha coinvolto artisti delle terre artiche. La capitale groenlandese ha ospitato la seconda edizione del concorso, dopo aver vinto la prima.
Come sempre, il secondo strumento di soft power è il calcio. Il più forte calciatore groenlandese di sempre ha in realtà vestito la maglia della Danimarca: Jesper Gronkjaer ha giocato due mondiali con la maglia del Paese nordeuropeo nei primi anni 2000.
L’isola artica ha una sua nazionale di calcio, ma è più famosa perché il suo campionato – a causa del clima – si disputa in una sola settimana nel mese di Agosto. Questa condizione, unita al fatto che solo recentemente è stato realizzato nella capitale Nuuk un campo in erba sintetica regolamentare a livello internazionale, ha sin qui impedito alla nazionale della Groenlandia di essere riconosciuta.
Dopo l’ingresso di Kosovo e Gibilterra, la Uefa ha stretto i cordoni: pur essendo nella stessa condizioni delle Far Øer quindi, Nyon ha respinto la domanda groenlandese, anche probabilmente per motivi geografici. Ma anche la Concacaf ha detto no all’isola, perché la federazione Nord e centroamericana, a cui potrebbe afferire geograficamente, accetta solo stati sovrani.
A nulla è servito ricordare che la Groenlandia è riconosciuta in altri sport, come per esempio la pallamano o la pallavolo.
Ecco perché oggi più che mai per la Groenlandia diventa fondamentale l’indipendenza: non è un caso che le ultime elezioni abbiano incoronato i partiti paladini del distacco da Copenaghen.
Sviluppo sì, Sfruttamento No
Di sicuro, i 57.000 abitanti dell'isola, per il 90% di etnia Inuit, non intendono diventare «il giacimento del mondo». In cambio delle loro immense risorse naturali, chiedono investimenti concreti per il futuro: costruzione di un secondo aeroporto per rompere l'isolamento (intanto nel 2024 ha aperto il nuovo scalo di Nuuk che ha rimpiazzto il remoto hub di Kangerlussuaq), modernizzazione delle reti di comunicazione e creazione di opportunità educative e professionali per i giovani.
L'aspirazione all'indipendenza dalla Danimarca si scontra però anche con una dura realtà economica. Il sussidio annuale di 520 milioni di euro da Copenaghen copre il 60% del bilancio pubblico, mentre la pesca costituisce il 90% delle esportazioni.
L'Artico specchio del futuro europeo
Con il collasso di fatto del Consiglio Artico seguito all'invasione russa dell'Ucraina, la Groenlandia è diventata una questione di sopravvivenza geopolitica per l’Europa. L'isola è geologicamente americana ma politicamente europea, e Bruxelles ha davanti un'occasione unica per affermarsi come il suo partner definitivo, offrendo un modello di sviluppo sostenibile in contrapposizione alla logica della conquista e dello sfruttamento.
L’Artico non è più una cartolina bianca ma una mappa di potere che cambia forma ogni estate. E se Bruxelles vuole continuare a considerarsi potenza globale, il suo futuro si misura in gradi Celsius.