La Russia sta costruendo un asse anti-Occidentale e nessuno si scandalizza
Prima l'Intervision, alternativa omofoba e antiliberale ad Eurovision. Poi l'idea del mondiale alternativo: così la Russia costruisce un asse anti-Occidentale, nel silenzio dei media. Che invece si preoccupano di Israele
La grande ed incomprensibile polemica su Israele all’Eurovision 2026 alla fine almeno un merito (uno solo) ce l’ha avuto: accendere i fari su quanto la musica sia uno strumento di soft power quanto lo sport e quindi anche strumento non tanto per fare politica quanto per veicolare messaggi.
La parziale riammissione in gara degli atleti di Russia e Bielorussia ai prossimi giochi olimpici invernali apre in questo senso un fronte di discussione. Quelli che rivogliono in gara i russi sono gli stessi che adesso gridano all’esclusione incondizionata di Israele da qualunque contesto internazionale e forse anche dalla carta geografica.
Ci si dimentica però di un dettaglio, che a mio parere dovrebbe sempre essere l’unica discriminante: se parliamo di discipline individuali, essere russi o bielorussi non può essere infatti la condizione per decidere l’ammissione di un atleta. Perché essere russi o bielorussi non vuol dire necessariamente sostenere Putin e le sue idee imperialiste partite con la guerra d’invasione o Lukashenka e il suo regime liberticida. Allo stesso tempo, non tutti gli israeliani sono sostenitori di Netanyahu così come – ovviamente e per estensione – non tutti i palestinesi sostengono Hamas.
La discriminante, si diceva, deve essere l’uso che se ne fa della propria presenza. Così come ad Israele è stato negato in occasione di Eurovision 2024di presentare una versione del brano di Eden Golan che raccontava la guerra in maniera unilaterale e politica, obbligando la tv a predisporre modifiche al testo, a partire dal titolo che è passato da “October Rain” a “Hurricane”, a Milano-Cortina potranno gareggiare sotto la loro bandiera solo gli atleti russi o bielorussi che non appoggiano la guerra scatenata da Mosca in Ucraina e che non siano tesserati per un gruppo sportivo collegato all’esercito russo o bielorusso.
Diverso è il discorso per gli sport di squadra, perché le squadre nazionali sono necessariamente espressione delle federazioni e quelle di Russia e Bielorussia sono controllate dal Governo (della seconda, addirittura, è presidente il figlio del leader).
Del perché Russia e Israele non sono lo stesso caso ho parlato in un video che trovate qui sotto in questo videoeditoriale per Euromusica, dove spiego anche l’assurdità di un boicottaggio antisemita che farà male più ai Paesi che lo attuano che all’Eurovision stesso.
Sintetizzando: da una parte c’è un Paese che ha scatenato una guerra invadendo uno stato sovrano ed utilizza le sue tv per raccontare la guerra in maniera unilaterale e spargendo disinformazione; dall’altra c’è uno Stato sovrano che ha risposto al più grande attacco terroristico subito dal suo popolo dopo la seconda guerra mondiale. E la sua tv non è controllata dal Governo che proprio per questo, perché dà spazio all’opposizione, ha provato a chiuderla.

Intervision: il festival dei ministeri
Di fronte a questo, di fronte cioè ad una protesta che ha assunto contorni esclusivamente politici a sfondo antisemita e anti-Occidentale, diventa persino normale che nessuno si stupisca di come Mosca stia costruendo il proprio soft power attraverso la creazione di strutture parallele a quelle dalle quali è stato escluso e nelle quali si propone come opinion leader.
Quando Mosca ha annunciato la riesumazione dell’Intervision, un tempo glorioso concorso musicale dell’Est per farne una sorta di anti-Eurovision per soli eterosessuali e oppositori dello stato di diritto, quasi tutti ne hanno scritto con un sorriso. Nessuno poi si è preoccupato di guardarci dentro.
Putin l’ha proclamato “senza politica”, ma ad organizzarlo non è la tv bensì il Ministero degli Esteri, con un’apposita commissione governativa a sovrintendere all’evento, nel quale a sfidarsi sono le tv soltanto in teoria. Perché in realtà le entità che propongono l’artista sono i Ministeri della Cultura. E chi c’era in gara?
Tutti e cinque i Brics (oltre alla Russia, Brasile, India, Cina e Sudafrica), alcuni paesi storicamente vicini a Mosca e con democrazie “imperfette” (Cuba, Colombia e Venezuela); poi i paesi arabi storici alleati russi ovvero Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi; quelli ex sovietici tuttora sotto l’influenza russa (Kyrgizistan, Kazakistan, Tagikistan,Uzbekistan) e quelli africani legati da accordi bilaterali con Mosca (Madagascar, Kenya, Egitto, Etiopia), più il Vietnam, paese che alla fine è uscito vincitore. Il Vietnam è stata la prima nazione asiatica a stabilire relazioni diplomatiche con Mosca.
Un legame con la politica talmente evidente che l’Europa si è ben guardata dal partecipare: oltre Russia e Bielorussia, era presente infatti la sola Serbia (storicamente filorussa). Persino paesi alleati di Mosca come Ungheria, Slovacchia o Armenia si sono rifiutati.
L’artista che rappresentava la Russia era il perfetto esempio di cosa intenda fare Putin con l’Intervision: Shaman è infatti uno dei cantanti putiniani di ferro, fervente sostenitore dell’invasione dell’Ucraina, ospite fisso degli eventi di propaganda del Cremlino, particolarmente di quelli nelle zone occupate. Non solo: bandito dall’Unione Europea, è invece molto gradito in Corea del Nord, dove ha cantato per Kim Jong Hun.
La moglie di Shaman si chiama Ekaterina Mizulina ed è la direttrice del Safe Internet League, l’ufficio centrale della censura. Quello per intenderci, che fa chiudere i siti sgraditi a Putin.
Sorvolando sulle tv che trasmettevano l’evento, sulle quali ci sarebbe molto da dire (se volete ne parlo qui): il vero capolavoro è nella lista dei giurati, fra i quali spicca l’indiano Jaan Nissar Lone, presidente della commissione cultura dei Brics.
Un festival quindi, dove la musica è solo un pretesto per costruire un asse politico alternativo a quello Occidentale, con Mosca ovviamente nel ruolo di baricentro. E attenzione, perché questa prima edizione ha dimostrato che l’operazione purtroppo funziona.
Il mondiale alternativo
L’altra notizia passata quasi sotto silenzio è il progetto che Mosca sta costruendo per un mondiale “alternativo”. Perché non c’è niente di meglio del calcio per costruire relazioni diplomatiche.
Fallito il tentativo di passare alla Federazione asiatica (è stata la stessa federcalcio russa a votare contro l’idea) ecco la nuova strategia: organizzare un Mondiale con le squadre non qualificate per quello del 2026.
Un mondiale, ovviamente ad inviti, ospitato in Russia. Circola già la lista delle squadre invitate: Cile, Serbia, Grecia, Perù, Venezuela, Nigeria, Camerun e Cina. Ma sarebbero pronti anche quelli per Bielorussia, Moldavia, Georgia, Armenia e Kazakistan
Anche in questo caso, non una lista casuale: molti di questi Paesi intrattengono relazioni diplomatiche con Mosca, come appunto Serbia, Venezuela, Perù e Cina.
Il campo da gioco, in questo modo, si trasformerebbe in una velata coalizione internazionale che unisce gli alleati di Mosca. E in più ci sono gli stadi già pronti, quelli che hanno ospitato nel 2018 il Mondiale vero, dunque sarebbe una operazione quasi a costo zero.
Anche per questo il presidente della Fifa Gianni Infantino, non proprio un nemico della Russia, sta cercando una scorciatoia per far rientrare Mosca. Naturalmente è una strada in salita, ma a occhio, entrambe le strade portano ad una lose-lose situation molto pericolosa per l’Occidente.
La Russia costruisce un asse anti-Occidentale attraverso calcio e musica e nessuno si scandalizza, anzi c'è perfino chi ne è contento. Di questo, ci si dovrebbe preoccupare, invece piuttosto che di cancellare dai consessi internazionali Israele, unica democrazia del Medioriente soltanto per motivi politici.