Per i giornalisti solidarietà ad intermittenza: va bene solo quando è mainstream

Manifestazioni di piazza, comunicati e indignazione per i sedicenti giornalisti di Gaza che invece erano parte di Hamas, come conferma la recente vicenda BBC. Per quelli invece realmente a rischio, non si muove nessuno

Per i giornalisti solidarietà ad intermittenza: va bene solo quando è mainstream


Si è fatto un gran parlare in questi mesi di “giornalisti” o sedicenti tali ai quali sarebbe negata la possibilità di fare informazione e raccontare le cose come stanno. Se n’è parlato più volte accusando Israele di non fare entrare i giornalisti stranieri e voler mettere a tacere quelli che venivano fatti passare per “corrispondenti indipendenti” da Gaza e che invece si sono rivelati fiancheggiatori, quando non direttamente affiliati ad Hamas.

Sul primo punto, cioè sull’assenza della stampa internazionale, si potrebbero dire molte cose. Mi limito a ricordare che ai tempi della Guerra del Golfo e di quelle in Somalia o nei Balcani, gli inviati di guerra si facevano accompagnare da una delle parti in conflitto, sulle camionette e bardati dei giubbotti antiproiettile. E anche questa condizione non è garanzia di sicurezza, come ci ricorda la triste vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, morti in Somalia o il rapimento di Giuliana Sgrena e Domenico Quirico nonostante viaggiassero in piena sicurezza. Qui si chiede di esporre i giornalisti stranieri al fuoco delle bombe.

Difendere i giornalisti non facendoli entrare

Agli albori della guerra, IDF si offrì di scortare qualche giornalista straniero dentro i tunnel, per dimostrare quello che c’era davvero. Nessuno accettò.

Un segnale chiaro di quello che sarebbe stata la narrazione della guerra: un racconto a senso unico, prendendo per buoni i numeri di Hamas. Questo è stato fatto- e viene tuttora fatto dall'estero - dai sedicenti giornalisti in realtà passacarte affiliati ad Hamas. Da dentro, con il contatto diretto coi terroristi, la macchina della propaganda sarebbe stata ancora più forte.

Col rischio ulteriore che il numero dei radicalizzati potesse aumentare, dando la possibilità di entrare a quelli che magari per Hamas simpatizzano solo e quindi rendendo facile il loro reclutamento. Ma Israele non facendo entrare nemmeno i giornalisti veri, quelli cioè che sarebbero andati lì soltanto a fare il loro lavoro, li ha tutelati. Davvero pensate che Hamas avrebbe permesso loro di lavorare e di raccontare i VERI numeri della guerra? Sarebbero stati uccisi, torturati o messi a tacere. Israele, impendendo il loro ingresso, ha salvato le loro vite. Peraltro Hamas non esiterebbe nemmeno a rapire i giornalisti amici: perchè un giornalista da riprendere legato e torturato mentre implora la fine dell'occupazione sionista e accusa Israele, è un patrimonio inestimabile.

Gli scandali rivelatori

Ci sono voluti gli scandali che hanno coinvolto la ZDF e la BBC – due delle maggiori emittenti pubbliche europee – per confermare quello che molti di noi andavano dicendo da tempo e cioè che di giornalisti veri, a Gaza, ce ne sono pochissimi.

ZDF e BBC sono stati costretti ad ammettere che i loro “corrispondenti” avevano legami stretti con Hamas. E l’ultimo scandalo coinvolge la sezione araba della tv britannica: un dossier accuratissimo ha svelato come ben 215 corrispondenze da Gaza fossero state volutamente alterate per “ridurre al minimo le sofferenze israeliane” e “dipingere Israele come l’aggressore”.

BBC e ZDF hanno ammesso le colpe, così come fuori dall’Europa hanno fatto CNN, Washington Post e altri giornali autorevoli “pizzicati” a pubblicare notizie filtrate per favorire una parte rispetto all’altra o addirittura completamente inventate da Hamas.

La strategia mediatica di Hamas passa anche da questo: giornalisti o presunti tali che guadagnano autorevolezza  grazie a media di provata affidabilità come Al Jazeera (peraltro finanziata dal Qatar: non proprio un Paese amico di Israele), BBC o ZDF. A spingerli, molto spesso, associazioni palestinesi – qualcuna addirittura di settore – che hanno solide basi operative in tutta Europa, Italia compresa

La realtà è che quasi sempre, le testate che operano in Medioriente hanno linee editoriali differenti: più soft e neutre nelle edizioni internazionali, nettamente schierate nelle edizioni locali. Questo vale anche per le testate ebraiche. Provate a confrontare la versione internazionale di Haaretz (il principale giornale di opposizione) con quella israeliana. Ma anche oltre il Medioriente vale lo stesso: confrontate la versione americana dell'Epoch Times, fondato dagli esuli dissidenti sino-americani del falun gong, con la versione italiana, per dire: da una parte un giornale di estrema destra forte, dall'altra una testata conservatrice, ma senza eccessi.

La triste deriva del nostro mestiere


Chi fra i colleghi ha parlato di libertà e  indipendenza della stampa negate a Gaza, lo fa in un mondo al contrario. Dove si considerano giornalisti indipendenti quelli affiliati ad Hamas e si chiede invece di mettere al bando i giornalisti di KAN, la tv pubblica israeliana

Mi sarebbe piaciuto, vedere le stesse battaglie, le stesse proteste e gli stessi comunicati a difesa della categoria che sono stati diffusi in questi mesi di guerra a Gaza, fossero stati fatti anche a difesa di questi giornalisti, che il Governo Netanyahu ha provato a zittire. Licenziando i più ostili e poi tentando prima di chiudere la tv e poi di privatizzarla, per fortuna sempre senza successo.

E dire che sarebbe bastato informarsi – sugli stessi siti israeliani di opposizione – per scoprire che il premier non viene invitato in tv da quando ha deciso per l’escalation ed è per questo che sta usando come megafono la privata Channel 14. Ma ha prevalso la narrazione più facile e comoda. Schierarsi dalla parte dei giornalisti israeliani toglie voti e consenso social.

Quello che è successo alla BBC, alla ZDF e ad altre testate non è diverso da quello che succede da noi. La differenza è che  fuori dall’Italia l’opinione pubblica- e anche la concorrenza giornalistica, ovviamente – sono stati il pungolo per spingere a verifiche e smascherare il malcostume.

Da noi invece niente. E anzi, si è arrivati persino – con un comunicato ufficiale – a giustificare chi durante una TG in diretta ha spiegato che “L’Italia ha l’occasione di eliminare Israele almeno sul campo”. Così, con nonchalance. Come se niente fosse.

Un sistema che si abbandona alla violazione delle proprie regole senza che chieda mai scusa è un sistema alla deriva.

Viktor Orbàn

Le voci silenziate nell’indifferenza


Mi sarebbe piaciuto che le stesse battaglie in difesa della libertà e dell’indipedenza della stampa fossero fatte per tutti quei giornalisti che il loro dovere di informare in maniera davvero indipendente non possono più farlo. E in giro per l’Europa sono molti.

In Georgia Mzia Amaghlobeli è in carcere da Gennaio ed è stata condannata a due anni per aver scritto della corruzione del Governo di Tbilisi sulle sue testate e per aver partecipato alle proteste contro di esso in corso da un anno. “Batumelebi”, il suo giornale, rischia di chiudere perché Sogno Georgiano le ha chiuso i conti. In galera Amaghlobeli  è stata pestata e le hanno rivolto contro minacce a sfondo sessuale, nel silenzio della polizia. E dei media italiani.

In Georgia è in vigore la cosiddetta “legge russa”, quella che obbliga le tv ed i media che prendono fondi dall’estero a registrarsi come “agenti stranieri”, quindi sostanzialmente come spie. L’avrebbe voluto fare in Polonia anche il precedente presidente Duda, per chiudere la bocca alla principale tv di opposizione, finanziata dal gruppo Discovery: sono arrivati ad un passo dalla firma. Non l’ha fatto solo perché altrimenti avrebbe perso l’appoggio degli Usa, storico alleato polacco.

In Ungheria, da 10 anni, Orbàn sta erodendo progressivamente lo stato di diritto e la libertà di informazione. Ha chiuso tutte le testate di opposizione una dopo l’altra, sempre con la stessa strategia: chiudere i rubinetti, tagliare fondi e pubblicità. Népszabadság ha cessato le pubblicazioni nel 2016, Blikk invece è stato fatto acquistare dalla Indamedia, società di Miklos Vaszily, imprenditore già proprietario di TV2, la principale rete privata e fedelissimo di Orbàn. Lo stesso che quattro anni fa acquistò, con un colpo di mano Index, il più letto giornale online e fra i più critici verso il premier. Nel 2021 il Governo aveva revocato le frequenze a Klubradio, l’ultima radio libera, costringendola a spostarsi sul web.

In Slovacchia una delle prime mosse di Robert Fiço è stata quella di chiudere d’imperio la tv slovacca perché “troppo liberale” e sostituirla con un’altra i cui vertici sono interamente nominati dal Governo e possono essere rimpiazzati in qualunque momento senza preavviso.

Senza contare i giornalisti incarcerati in Russia o Bielorussia nel corso di questi anni, dei quali pochi hanno scritto e sicuramente nessun giornalista-influencer ha scritto post strappalacrime e acchiappaclick

Il Media Freedom Rapid Response (Mfrr) è un termometro molto aggiornato dei veri agli attacchi alla libertà di stampa in Europa che pubblica in un report semestrale

Ma soprattutto, spiega bene qual è la modalità che utilizzano i veri governi illiberali: smettono di destinare investimenti pubblicitari statali ai media critici e fanno pressione sui soggetti privati per spingerli a fare lo stesso, pena la perdita di remunerative commesse pubbliche. 

A quel punto  i media colpiti, quasi sempre con pochi lettori disponibili a sottoscrivere abbonamenti colpiti si rivolgono a donatori esterni, come enti privati o istituzioni europee, per far quadrare i conti. Ed è a questo punto che vengono bollati come agenti stranieri, nonostante spesso i beneficiari degli aiuti siano Ong giornalistiche senza scopo di lucro.

A quel punto, queste testate possono scegliere tra due opzioni: piegarsi alla linea del governo o rischiare la bancarotta.  Come in Ungheria, dove se vuoi ricevere fondi dal Governo, devi iscriverti alla Fondazione controllata dal governo stesso.

Non ho visto battaglie, comunicati, manifestazioni di piazza, post accorati in difesa di questi colleghi. Come sempre, la solidarietà è ad intermittenza. Si concede solo se fa comodo, solo quando è mainstream. Ed è il modo migliore perché la libertà di informazione diminuisca ancora.