Anche a Cipro cresce il voto antisistema ed è un problema per l'Europa
Il rinnovo del Parlamento vede la crescita dell'estrema destra e di due partiti nati per contrastare l'establishment. Sullo sfondo, resta la questione turca irrisolta, che rischia di complicarsi
Nicosia è ancora oggi, dopo oltre mezzo secolo un paradosso geografico e politico: l’ultima capitale divisa del continente europeo, dove il filo spinato della Green Line taglia in due una città che rappresenta l’avamposto più orientale e strategico dell’Unione Europea. In questo scenario, simbolo della transizione più netta fra due mondi, sono andate in scena elezioni parlamentari che sebbene non stravolgano l’assetto politico del Paese sono comunque un segnale importante, anche – ma non solo – perché arrivate nel corso del semestre in cui Cipro detiene la presidenza a rotazione dell’Unione Europea.
Cipro è una repubblica presidenziale e molto potere, compreso quello di formare il Governo, è in mano al presidente della Repubblica, ma il voto per la Camera dei Rappresentanti, ma ha offerto una radiografia impietosa di una società sospesa tra il desiderio di stabilità e una profonda insofferenza verso l’establishment.
Un Paese e le sue contraddizioni
L’esito elettorale delinea un paesaggio politico segnato dall’atomizzazione del consenso, capace di inviare onde d’urto verso Bruxelles e Ankara, segnando un punto di rottura per la governance di un Paese che, nonostante una crescita economica superiore alla media UE e l’afflusso dei fondi del Recovery Fund, resta prigioniero delle proprie contraddizioni interne. La prima forse sta proprio nel fatto che un terzo del Parlamento cipriota è vuoto dal 1963: 24 degli 80 seggi, secondo la costituzione del 1960, scritta quando fu raggiunto faticosamente un accordo per la creazione di uno stato bi-etnico a maggioranza greca e minoranza turca, spetterebbero a quest’ultima. Ma i turco ciprioti disertano le urne appunto dal 1963, in protesta contro la riforma proposta dall’allora presidente federale, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios III, che mirava a ridurre il potere di veto della minoranza turca considerato sproporzionato rispetto alla percentuale demografica (22% contro il 78% dei greco-ciprioti).
La componente turco-cipriota respinse le riforme. A seguito di gravi scontri armati interetnici, i rappresentanti e i funzionari turchi abbandonarono il governo, il parlamento e l’apparato giudiziario statale. La successiva invasione dell’isola a seguito dell’intervento militare turco del 1974 e poi della proclamazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord nel 1983 hanno cristallizzato la situazione e così da allora vengono rinnovati solo 56 seggi del parlamento monocamerale dell’isola di Venere.
Cresce l’estrema destra antieuropea
Il sistema politico cipriota, storicamente ancorato a un bipolarismo solido, vede i suoi due giganti tradizionali mantenere il primato, ma in un contesto di evidente erosione. Dimokratikós Synagermós o DISY (Raduno Democratico), espressione del Partito Popolare Europeo, si è confermato prima forza con il 27,2% dei voti, riuscendo a difendere i suoi 17 seggi. Sotto la guida di Annita Demetriou, il partito di centrodestra ha puntato tutto sulla “sicurezza e stabilità”, cercando di rassicurare un elettorato preoccupato dall’incertezza globale. Sul fronte opposto, Anorthotikó Kómma Ergazómenou Laoú (o AKEL, letteralmente il Partito per il Miglioramento dei lavoratori, afferente alla Sinistra europea) ha tenuto il campo con il 23,9% e 15 seggi. Sebbene il segretario Stefanos Stefanou parli di una “nuova pagina”, la realtà descrive due formazioni storiche che, pur galleggiando, non riescono più a intercettare quella spinta dinamica necessaria per governare una legislatura che si preannuncia come la più frammentata della storia repubblicana.
La vera rottura dell’ordine costituito è rappresentata dal balzo di ELAM (Ethnikò Laikò Metopo o Fronte Nazionale Popolare), che con il 10,9% dei consensi si è affermato come terza forza politica dell’isola, raddoppiando la propria presenza parlamentare da quattro a otto seggi e superando storiche formazioni quali ad esempio Dimokratikó Kómma (DiKO), il Partito Democratico. Nato come costola cipriota dei neonazisti greci di Alba Dorata, ELAM ha saputo intraprendere nel tempo un meticoloso processo di istituzionalizzazione, trasformando il radicalismo delle origini in una proposta politica focalizzata su immigrazione, carovita e identità greco-ortodossa. Christos Christou ha celebrato una vittoria che non è passata inosservata a livello continentale, facendo esultare il gruppo dei conservatori e riformisti europei.
Lo YouTuber e l’ex revisore generale
Accanto all’ascesa della destra radicale, il voto ha premiato formazioni anti-sistema capaci di scardinare le liturgie della politica tradizionale attraverso una comunicazione disintermediata e provocatoria. Il caso più eclatante è quello di Ámesi Dimokratía Kýprou, o Democrazia Diretta Cipro (ADK), guidata dal personaggio più eccentrico del parlamento europeo, ovvero Fidias Panayotou. Classe 2000, Panayoutou è uno YouTuber da 3 milioni di followers noto a livello internazionale per le sue challenge surreali ed estreme e per la sua protesta del 2023 davanti agli uffici di Elon Musk. Nel 2024, dopo aver dichiarato di non aver mai votato prima, è diventato Europarlamentare grazie alla legge che consente a tutti i cittadini ciprioti di potersi candidare anche senza un partito: Panayotou chiuse terzo la corsa elettorale conquistando così uno dei soli 6 seggi riservati all’Isola e diventando quindi il primo europarlamentare cipriota eletto da indipendente. Da un giorno all’altro è passato da sfide come “Restare in piedi per 4 giorni” o “Non dormire per 5 giorni consecutivi” a contribuire a scrivere il futuro dell’Europa. E lo ha fatto affidandosi in parte ai suoi stessi followers, ai quali ha chiesto a quale gruppo aderire: la scelta è ricaduta su nessuno.
Nel 2025 Panayotou ha fondato Democrazia Diretta, il cui meccanismo di scelta dei candidati avviene online (vi ricorda per caso un partito italiano?). La prima corsa elettorale al Parlamento di Cipro è stata travolgente. Nonostante la provocazione del naso da clown esibito in campagna elettorale, Fidias ha conquistato il 5,4% e quattro seggi, intercettando la disillusione dei giovani attraverso una visione di politica partecipativa mediata dalla tecnologia. Fra gli eletti c’è lo stesso Panayotou, che però ha scelto di restare europarlamentare, cedendo il seggio a Yiannis Laouris, un neuropsicologo fra i più celebri dell’Isola.
L’altra sorpresa, che promette di non essere affatto una meteora è il nuovissimo ALMA – Polítes gia tin Kýpro (Cittadini per Cipro), forza centrista anticorruzione fondata da Odysseas Michaelides, ex revisore generale del Paese, il quale è riuscito a trasformare la sua rimozione dall’incarico per “comportamento inappropriato” in una narrazione di martirio civile contro un sistema clientelare, offrendo un’alternativa di protesta che ha svuotato i partiti di centro.
Christodoulides: stress test fallito
Questa frammentazione pone il Presidente della Repubblica, Nikos Christodoulides, in una condizione di estrema fragilità. Eletto nel 2023 come indipendente dopo essere stato espulso dal DISY per aver sfidato il candidato ufficiale, Christodoulides ha visto queste elezioni trasformarsi in un “test di metà mandato” fallimentare.
I partiti centristi che sostengono la sua azione di governo sono usciti decimati: mentre il DIKO ha tenuto con il 10%, formazioni come Dimokratikí Parátaxi (Allineamento Democratico, o DiPA, una forza centrista) ed Eniaia Dimokratiki Enosi Kentrou (o EDEK, i socialdemocratici) sono rimaste escluse dalla Camera non avendo superato la soglia di sbarramento del 3,6%, fermandosi entrambe a un amaro 3,2%.
In un sistema presidenziale dove il capo dello Stato non può essere sfiduciato ma necessita del Parlamento per approvare bilancio e riforme, Christodoulides si ritrova isolato. Senza il sostegno del suo ex partito o improbabili alleanze con i populisti, il rischio di una paralisi decisionale è concreto, rendendo la sua eventuale ricandidatura per il 2028 un obiettivo quasi irraggiungibile. Christodoulides, che a Bruxelles è stimato perché europeista e pragmatico e perché ha saputo riportare la normalità a Cipro dopo che il suo predecessore Nikos Anastasiades aveva aperto alle cittadinanze facili soprattutto per i ricchi investitori russi, trasformando l’isola in un centro di riciclaggio di soldi sporchi, è invece molto meno amato in Patria. A Christodoulides viene infatti contestato il non essere stato capace di affrontare temi chiave per il Paese come inflazione, carovita, crisi idrica, corruzione e clientelismo all’interno dello Stato.
Il convitato di pietra: la questione turca
Sullo sfondo di questa crisi di governabilità resta la ferita aperta della questione turca, un tema che condiziona l’identità nazionale dal 1974, da quando cioè l’invasione turca dell’isola in risposta al solo parzialmente riuscito colpo di stato perpetrato dall’organizzazione paramilitare Eoka B per conto della Giunta dei Colonelli greca, che provocò la fine di quest’ultima ha di fatto diviso l’isola in due parti che non si parlano, fino alla creazione nel 1983 della repubblica di Cipro Nord, tuttora riconosciuta dalla sola Turchia.
Il fallimento del Piano Annan nel 2004 per la ricostituzione di una repubblica federale su base etnica e la persistente presenza di coloni e militari turchi nel Nord alimentano posizioni radicali come quelle di ELAM, che chiede la chiusura dei valichi e rifiuta ogni soluzione federale. Eppure, la società cipriota vive un paradosso quotidiano: la frontiera è spugnosa, con migliaia di turco-ciprioti che detengono passaporti della Repubblica di Cipro e lavorano regolarmente al Sud. Tuttavia, l’intransigenza politica di Ankara e la visione a “due stati” di Erdogan bloccano ogni prospettiva di riunificazione reale. Sebbene figure come il leader turco-cipriota Tufan Erhürman (ne abbiamo parlato qui in occasione delle recenti presidenziali in loco) abbiano tentato di mantenere aperto un dialogo più cordiale, la polarizzazione emersa dalle urne a sud rischia di allontanare ulteriormente il sogno di un’isola unita sotto la bandiera europea.
Cipro sta cercando di costruire una nuova identità economica, mantenendo un regime fiscale competitivo con una tassazione sugli utili al 12,5% (come l’Irlanda) e avendo posto fine nel 2021 allo schema dei “passaporti d’oro”. Tuttavia, il recente voto dimostra che la trasparenza e la crescita economica non bastano a placare la sete di cambiamento. Il risultato cipriota è lo specchio di una stanchezza democratica che attraversa l’intera Unione e funge da monito per il ciclo elettorale che nei prossimi anni coinvolgerà Italia, Francia e Polonia. La sfida per l’Europa liberale sarà gestire questa ondata di scontento senza sacrificare i valori dell’integrazione. Per Cipro, ritrovare una coesione interna non è solo una necessità politica, ma una questione di sopravvivenza: senza una guida solida, l’isola rischia di restare un avamposto fragile nel Mediterraneo orientale, incapace di trasformare la propria posizione strategica in un’opportunità di pace e sviluppo duraturo.



