Diciannovemilacinquecentoquarantasei. È il numero che il governo ucraino ha messo insieme finora, caso per caso, per contare i minori strappati alle famiglie nelle zone occupate dal febbraio 2022, da quando cioè Vladimir Putin ha iniziato la guerra di invasione per provare a mangiarsi l’Ucraina.
Non è una stima buttata lì: è quanto Kyiv ha documentato in modo puntuale, e anche così quasi tutti concordano che sia una cifra parziale, stimata per difetto. Il quadro legale, intorno a questa cifra, è già scritto da tempo. Nel marzo del 2023 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente russo e per la commissaria russa per i diritti dell’infanzia, Maria Lvova-Belova, con l’accusa specifica di deportazione e trasferimento illegale di bambini dai territori occupati alla Federazione Russa. Un mandato non è una condanna: significa che i giudici de L’Aia hanno ritenuto esistessero motivi ragionevoli per sospettare una responsabilità penale. Ma resta la prima volta che un tribunale internazionale punta il dito in modo così diretto contro un capo di Stato in carica per un crimine legato ai minori in tempo di guerra.
A marzo del 2026 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sull’Ucraina ha pubblicato un nuovo rapporto costruito su 1.205 casi individuali e oltre duecento interviste. La conclusione è che questi trasferimenti non sono episodi isolati ma un comportamento ricorrente, sistematico, tale da configurare crimini contro l’umanità e sparizioni forzate. A quattro anni dall’inizio dell’invasione, secondo la Commissione, circa l’80% dei bambini seguiti dall’inchiesta non è ancora tornato a casa. Mosca continua a chiamarli “evacuazioni”, necessarie per allontanare i civili dal fronte. Il diritto internazionale umanitario però è chiaro su cosa renda legittima un’evacuazione: deve essere temporanea, motivata da ragioni sanitarie o di sicurezza immediata, e prevedere un percorso di rientro. Su quest’ultimo punto, dicono gli investigatori, la Russia non ha mai messo in piedi nulla di paragonabile — non esiste, a oggi, un sistema che faciliti in modo strutturato i rimpatri.
Il catalogo della vergogna
Pochi stoici continuano a tenere accesi i riflettori su questo scandalo. Fra questi la Ong Save Ukraine, che ha rivelato – con tanto di foto e documentazione- l’esistenza di un catalogo con 294 bambini ucraini messi a disposizione delle famiglie russe che li vogliono adottare. Bambini ai quali è stata cambiata l’identità e che sono passati nei cosiddetti “campi di rieducazione”: strutture pensate per cancellare a forza la memoria, la cultura e la lingua ucraine e introdurre meccanicamente quelle russe.
Il catalogo riguarda nello specifico i bambi di Luhansk, ma il metodo, come spiegato anche da un documentario della RSI che trovate qui sotto, è uguale in tutti i territori che la Russia occupa illegalmente o dove ci sono fazioni separatiste che Mosca finanzia. A gestire le adozioni è il dipartimento dell’istruzione del Governo.
Nel database i bambini sono ordinati e classificati in modo da poter essere filtrati per età, sesso e caratteristiche fisiche come il colore degli occhi o dei capelli. Inoltre, vengono fornite anche brevi descrizioni caratteriali come “obbedienti”, “calmi”, “educati e rispettosi verso gli adulti”, “disciplinati” e “non conflittuali” o “affidabili nell’esecuzione dei compiti”. Gli utenti poi possono scegliere la forma di tutela, scegliendo fra adozione e affidamento
Vengono indicati tutti come orfani ma non è vero. Alcuni dei genitori sono effettivamente morti nel conflitto, ad altri invece i bambini sono stati semplicemente sottratti e russificati in automatico, attraverso dei documenti, prima ancora di essere assegnati a campi di rieducazione.
La Ong ha documentato come questa sia una pratica diffusa: già dal 2014 circolavano questi database, periodicamente aggiornati, con bambini della Crimea, del Donbass e di Luhansk rapiti e trasferiti d’ufficio a famiglie russe in altre zone della Federazione. Ma i documenti vanno ancora più indietro: si hanno notizie di queste pratiche già ai tempi di Stalin e Lenin.
Dal 2022, la pratica delle adozioni forzate è diventata diffusa e sistematica, addirittura sponsorizzata dallo Stato russo, grazie al cambiamento di cognomi e date di nascita. Save Ukraine spiega che la Russia avrebbe semplificato al massimo queste procedure a tal punto che “un bambino ucraino può ora essere effettivamente ‘ordinato’ online” e “privato della sua identità, dotato di passaporto russo e sottoposto a controllo ideologico” con un solo clic.
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Come funzionano i centri di rieducazione
Lo Yale Humanitarian Research Lab, un gruppo di ricerca finanziato in parte dal Dipartimento di Stato americano, ha passato anni a incrociare immagini satellitari, documenti amministrativi russi, comunicati ufficiali e testimonianze dirette di famiglie e minori. Il primo rapporto, pubblicato nel febbraio 2023, ha identificato 43 strutture attive dopo l’inizio dell’invasione, capaci nel complesso di ospitare decine di migliaia di bambini. Nei rapporti successivi il numero di siti coinvolti è salito ben oltre le duecento unità. I ricercatori ne hanno classificato otto tipologie diverse: scuole con annesse basi militari, istituti medici, centri religiosi, scuole secondarie e università, alberghi riconvertiti, centri di assistenza familiare, orfanotrofi, colonie estive e sanatori. Sono strutture geograficamente sparse su un territorio enorme, dalla Crimea occupata fino alla Siberia e all’oblast di Magadan, a oltre seimila chilometri dal confine ucraino.
Il funzionamento pratico segue quasi sempre lo stesso schema in tre passaggi. Il primo è il pretesto: le famiglie- ma più spesso ancora i bambini stessi - vengono avvicinate con la promessa di un soggiorno temporaneo, spesso presentato come vacanza estiva, oppure come evacuazione sanitaria per bambini con patologie o disabilità, oppure ancora come trasferimento necessario per allontanarli dalla linea del fronte o come una tregua, uno svago. Spesso sono gli insegnanti dei bambini a fare da portavoce, attraverso una serie di messaggi su Telegram.
Il secondo passaggio è la permanenza prolungata: la data di rientro, inizialmente fissata, viene rimandata di settimane, poi a tempo indeterminato, senza una comunicazione chiara alle famiglie di origine, che in molti casi restano per mesi senza sapere dove si trovi esattamente il figlio. Alle richieste di restituzione da parte delle famiglie, le direzioni delle strutture russa rispondono con il silenzio o con la fuga
Il terzo passaggio, quello che riguarda una parte dei minori transitati per queste strutture, è l’ingresso in un sistema di affido o adozione da parte di famiglie russe, con relativa richiesta di cittadinanza. Gli spostamenti avvengono, come documentato dalla procura di Kyiv con mezzi militari, in alcuni casi direttamente dagli ospedali. La spersonalizzazione comincia già nel viaggio: l’unico identificativo per i bambini è una targhetta al polso.
Dentro queste strutture i bambini vengono completamente “resettati” a livello mentale. Si va dal canto dell’inno russo ai canti patriottici, dalle lezioni di storia russa con visite ai luoghi legati alla memoria militare russa all’ ascolto di discorsi ufficiali del governo, fino al divieto per i più piccoli di parlare ucraino.
Per i ragazzi più grandi il programma si fa più duro e assume tratti di addestramento paramilitare: uso di armi da fuoco, guida di mezzi militari, esercitazioni di lancio con il paracadute. Procedure documentate sia dai dipartimenti dell’Onu che dalle Ong che lavorano sul posto.
La militarizzazione inizia presto: a bambini di soli undici anni, viene insegnato a montare e smontare armi da fuoco. Chi resiste apertamente, finisce nelle “stanze di isolamento”: celle con un solo letto dove si viene rinchiusi per giorni senza telefono, finché non ti consumi mentalmente e cedi al ricatto. “Ci veniva insegnato a mettere la Russia davanti a tutto, fino a farci sentire in obbligo di difenderla e servirla”, ha raccontato una delle bambine salvate.
Per tutti poi, c’è il passaggio del cambio di identità. Una parte dei minori transitati per queste strutture viene affidata a famiglie russe con un percorso che in diversi casi sfocia nella naturalizzazione: nuovo cognome, nuovi documenti, nuova cittadinanza russa a tutti gli effetti. Fra i casi documentati, quello del parlamentare Sergeij Mironov, che ha adottato una bambina ucraina dopo averle cambiato il nome e la nazionalità.
Tutto questo avviene nel momento in cui i minori stanno per diventare abili per il servizio militare, così da avere forze fresche da mandare in guerra. Queste strutture sono finanziate in gran parte con fondi statali: aziende come Gazprom e Rosneft, controllate dallo stato hanno messo a disposizione la logistica per gli spostamenti e le strutture per quelle che chiamano “vacanze e attività ricreative”.
Quanti di questi minori abbiano già completato il percorso è difficile esattamente saperlo. La commissione ha sicuramente verificato nel solo 2026 la deportazione di 1205 bambini e su un campione di 300 di questi ha verificato circa 70 naturalizzazioni completate.
Europol, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione nell’attività di contrasto, con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, ha completato nell’aprile 2026 uno studio basandosi su foto online, registri ufficiali, profili social e molto altro una ricerca Osint, ossia su fonti aperte ed ha identificato l’esatta collocazione di 45 minori, ricostruendo il percorso di russificazione e persino gli orfanotrofi coinvolti e le rotte usate per il trasferimento, oltre ad aver accertato il coinvolgimento attivo di militari russi.
Kyiv parla di quasi 20.000 bambini rapiti, ma il dato potrebbe essere di molto superiore. A dirlo è proprio il laboratorio di ricerca dell’università di Yale, che stima il numero attorno a 35.000. A supporto di questo dato c’è quello dell’Institute for the Study of War, un think tank indipendente no-profit americano sui temi di difesa che ha svelato Documenti del Cremlino datati 18 febbraio 2022 in cui si delineavano piani per prelevare i bambini ucraini dagli orfanotrofi delle regioni occupate di Luhansk e Donetsk e portarli in Russia con il pretesto di “evacuazioni umanitarie”. Non solo. Sempre Isw ha rivelato che durante la prima tornata di colloqui di pace ad Istanbul, la delegazione ucraina consegnò a quella russa una lista di 339 bambini rapiti, chiedendone la riconsegna. Fra le poche testate ad aver indagato c’è Euronews, secondo la quale Mosca saprebbe esattamente dove sono i tutti bambini di quella lista.
Cancellare i ricordi e riscrivere la storia.
Per le famiglie di origine, rintracciare i figli rubati in qualche caso diventa impossibile, proprio perché la costruzione della nuova identità ha completamente eliminato quella precedente.
Oltre a questo madri devono affrontare viaggi estenuanti attraverso quattro paesi per raggiungere la Russia, sostenendo costi proibitivi, mentre i padri non possono lasciare il territorio ucraino in quanto precettati fino a 65 anni. I rimpatri quindi, quando avvengono mai passano per un canale diretto tra Kyiv e Mosca. Nella maggior parte dei casi c’è di mezzo un mediatore terzo — Qatar, Sudafrica, in alcune occasioni anche il Vaticano — e il percorso, dall’identificazione iniziale al ritorno effettivo in Ucraina, può richiedere anni. Sulla cifra esatta dei bambini rimpatriati le certezze sono poche. Si sa che il direttore di un istituto a Kherson ha salvato 53 piccoli, nascondendoli nelle case private dei propri dipendenti e falsificando i documenti d’identità sotto il naso degli occupanti. Il presidente ucraino Volodimir Zelensky parla di 2100 rimpatriati grazie al programma Bring Back Kids, l’associazione Save Ukraine di 1700, il dato ufficiale dice 375.
Chi è tornato a casa non è più lo stesso. Una inchiesta del blog Valigia Blu ha mostrato come un ragazzino di 11 deportato da Mariupol, rintracciato solo grazie a un video di propaganda, era stato convinto che l’Ucraina non esistesse più. Altri racconti arrivano dagli psicologi. A molti bambini è stato detto che l’Ucraina non esiste come Paese indipendente, che li aveva abbandonati e la Russia accolti.
Quasi tutti ripetono meccanicamente gli slogan imparati in Russia e reagiscono con mutismo e diffidenza ai loro veri familiari. Un bambino è stato rincongiunto alla sorella dopo 8 mesi: era stato “rieducato” con la completa cancellazione dei legami familiari, al punto che quando la sorella è venuta a riprenderlo, non la riconosceva più e non voleva andare da lei, considerandola un’estranea.
Un reset mentale, che secondo gli psicologi ha provocato nei piccoli dinamiche di forte disorientamento, depressione, crisi di identità e sindrome da stress post-traumatico, provocate dallo shock di essere stati trattati per mesi come “oggetti di rieducazione” politica.
Bambini che non sanno più chi sono né a chi appartengono davvero. Bambini ai quali è stato strappato il passato con un colpo di spugna e che da grandi faranno ora fatica anche a costruirsi in futuro, con relazioni familiari da riscrivere e una lingua da reimparare.
Non solo bambini: russificare tutto a forza
Ma le radici di questo metodo, come detto, vanno indietro nel tempo e non riguardano solo i bambini.
La testimonianza più viva di questa pratica sono gli ex bambini oggi adulti nati dal 1944 in poi da famiglie tatare della Crimea deportate dall’Urss di Stalin in Asia centrale (Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan soprattutto). Nel 2016 la cantante Jamala vinse l’Eurovision con un brano che ricordava gli anni in cui la nonna fu costretta alla deportazione mentre il marito venne mandato a combattere per l’Armata Rossa. L’artista stessa è nata nelle terre di deportazione e con quella testimonianza ha raccontato come la pratica sia ancora diffusa oggi.
Quando le trombe filorusse raccontano che queste terre, così come l’Abkhazia, l’Ossezia Meridionale, la Transnistria “sono russe perché si parla russo”, omettono di dire che questo processo è stato nella quasi totalità dei casi indotto a forza, come sta succedendo alle tantissime famiglie delle città ucraine occupate di Mariupol, Kherson e Zaporizhzhia, minacciate di isolamento ed esclusione se non accettano di prendere il passaporto russo rinunciando a quello ucraino.
A Tiraspol, capitale della Transnistria- repubblica autoproclamatasi indipendente ma ufficialmente parte della Moldavia – i bambini fanno l’alza bandiera con il vessillo della Moldavia sovietica, entrano a scuola con una marcia militare (potete vederlo cliccando sulla foto sopra) cantano l’inno dei separatisti. Studiano sui libri riscritti e approvati dal Cremlino, dove viene raccontato che l’Ucraina è un pezzo della Russia e che la guerra è un’operazione difensiva. Il sistema scolastico è controllato da Mosca e anche in questo caso comprende l’addestramento militare. Durante l’estate del 2026, decine di bambini della Transnistria sono stati inviati in campi di educazione patriottico-militare in Russia e nella Crimea occupata (come il centro Orlyonok, sottoposto a sanzioni internazionali), dove svolgono addestramenti simulati per “giovani guardie di frontiera.
A Mariupol come in altre città occupate — Donetsk, Luhansk, Melitopol — i russi hanno reinstallato statue e busti di Lenin che gli ucraini avevano abbattuto, mentre nuova edilizia imposta, monumenti celebrativi del potere occupante e pubblicità riscrivono lo spazio pubblico “come se la storia non fosse mai esistita. Al pari dei luoghi simbolo, cancellati, abbattuti, saccheggiati o completamente trasformati: sono oltre 1000 secondo l’Unesco.
Lo scopo, secondo il Consiglio d’Europa, è uccidere un Paese e la sua gente anche senza eliminarla fisicamente. Cancellare le radici per, secondo l’organismo, equivale ad un genocidio. Per la Russia invece, tutto questo è parte del progetto per costruire un asse anti-Occidentale (ne ho parlato esattamente qui) che parte dalla ricostituzione forzata dell’Unione Sovietica.
Il silenzio codardo e l’indignazione selettiva
Al di là del modello-Mosca, ormai consolidato e che quindi (purtroppo) non stupisce, quello che più colpisce è che questi bambini sono lasciati soli due volte. Allontanati dalle famiglie e ignorati dai media. Il silenzio su questa pratica barbara è sconcertante ed è l’esempio forse più nitido di quanto oggi, a dominare l’agenda mediatica e quindi di riflesso anche quella dell’opinione pubblica sia quasi esclusivamente quello che fa hype, che porta visibilità, consenso facile e spendibile. L’importante è cavalcare l’onda, senza farsi domande.
Volete un esempio? Venticinque minuti di applausi per un documentario sui “danni collaterali” della guerra a Gaza che accusa IDF senza prove fattuali. Il rapimento di questi bambini è un “danno collaterale” della guerra in Ucraina. Vero. Documentato. Eppure non interessa a nessuno. Questi bambini non valgono una protesta di piazza, uno slogan da gridare, un titolo sui giornali, un documentario da realizzare e proiettare.
Questi bambini vengono addestrati contro la loro volontà alla guerra, come quelli di Gaza ai quali si vorrebbe dare il Nobel, che Hamas utilizza per trasportare le armi dei terroristi. Quelli ai quali nelle scuole della UNRWA si insegna a odiare gli ebrei e ad urlarlo in faccia ai soldati a favore di telecamera. Per i primi però non c’è nessuna candidatura. Solo silenzio e indifferenza. L’indignazione selettiva e a comando. dei nostri giorni.







