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“Da noi non si vota dal 1994. Tutto quello che avete visto dopo è una farsa, sono sempre state elezioni truccate”.
Yuliya Yukhno ha 36 anni, da quattro è rifugiata in Italia, in esilio volontario, come la gran parte dei bielorussi che si oppongono a quella che possiamo considerare a buon titolo come l’ultima dittatura d’Europa, quella di Aleksandar Lukashenka in Bielorussia.
Eurofiles riaccende i fari sui dissidenti, dei quali oltre 900ancora in carcere (sui 4800 totali) perché non ne parla più nessuno: “La Bielorussia non è di moda, non fa fare click sui giornali on line come quando si parla di Gaza”, sottolinea Yuliya Yukhno. A Firenze ha fondato e presiede l’ambasciata popolare della Repubblica di Bielorussia e l’associazione Talaka. La prima è una struttura che funge da apparato diplomatico non ufficiale e da advocacy, che collabora con la presidente eletta, anch’essa in esilio Svetlana Tikhanouskaya. La seconda è una realtà che assiste i bielorussi fuggiti dalla dittatura.
In una lunga videointervista che trovate in coda all’articolo, l’ex modella oggi attivista ci racconta soprattutto cosa vuol dire oggi vivere in Bielorussia: “Puoi andare in prigione per qualunque cosa – sottolinea – Non serve essere avversari dichiarati del regime, hanno chiuso persino un’associazione che si occupava di uccelli, ritenendola potenzialmente pericolosa. Basta semplicemente promuovere la democrazia. Per esempio, oggi qualunque account che non celebri il regime viene definito estremista. Ce ne sono oltre 5000, compresi i miei. Puoi andare in prigione per un braccialetto con i colori bianchi e rossi (quelli della bandiera dichiarati fuorilegge da Lukashenka ndr), per una canzone o per un repost. Io stessa sono stata in prigione e con me c’era una ragazza messa in carcere perché aveva fatto un repost al marito sulla situazione nel Paese. Li hanno arrestati entrambi: per ogni repost, sono stati aggiunti 15 giorni, quindi lei si è fatta oltre 100 giorni di carcere. Sia lei che lui che li aveva ricevuti, erano nelle celle uno a fianco all’altra. Puoi andare in prigione anche per il sostegno all’Ucraina”.
Al fianco dell’Ucraina, nonostante Putin
Eccolo, un altro punto del paradosso bielorusso Putin ha fatto del Paese una base logistica per la Russia, ma la gente sostiene l’Ucraina: “La popolazione bielorussa è con Kyiv- sottolinea Yuliya – solo che c’è molta paura a dirlo anche perché la propaganda russa è fortissima. Ma il fatto che Lukashenka non abbia mandato nessun militare a combattere per la Russia potrebbe essere un segnale ma credo più che altro che sia tutto programmato e che Lukashenka sia minacciato da Putin”. Di sicuro c’è un battaglione volontario che ha giurato fedeltà a Kyiv e combatte al fianco delle forze ucraine: è intitolato a Kastus Kalinouski, scrittore e rivoluzionario bielorusso del 19° secolo, che guidò l’insurrezione contro i russi nel 1863 nelle terre dell’odierna Bielorussia, considerato uno dei padri fondatori del nazionalismo democratico e culturale della Bielorussia moderna.
E a chi dice che la guerra va fermata rapidamente perché gli ucraini sono stanchi Yukhno risponde: “Quattro anni di conflitto stancano sicuramente, ma gli ucraini non sono disposti a cedere alle richieste di Putin. La guerra deve andare avanti, perché non è una guerra solo per l’Ucraina ma anche per la Bielorussia, l’Europa e la democrazia”.
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Un Paese devastato da trent’anni di dittatura
La Bielorussia di oggi, racconta Yuliya Yukhno, è un Paese allo stremo: “Eravamo già un Paese povero, oggi abbiamo un’economia di guerra e siamo totalmente dipendenti dalla Russia. Quasi tutte le aziende sono state riconvertite a questo. Dunque l’economia è in tracollo. In più siamo completamente isolati: da quando nel 2021 Lukashenka dirottò un aereo per fare arrestare il blogger Roman Protasevich, non ci sono più voli fra l’Europa e Minsk. Le forze democratiche, anche se in esilio, stanno lavorando per una ripartenza economica: sarà lunga e difficile, ma ce la faremo”.
“In Italia dite che c’è dittatura? Andate in Bielorussia…”
La Bielorussia resiste, ma lo fa da fuori: “Non ci sono state proteste per la rielezione di Lukashenka nel 2025 perché non c’è nessuno più in grado di farle, non si può più fare resistenza da dentro la Bielorussia. Nel 2020 eravamo tantissimi, siamo arrivati a portare mezzo milione di persone in piazza a dire che eravamo contro Lukashenka e che la Bielorussia poteva avere un futuro migliore rispetto a quello dei 30 anni precedenti: un numero imponente per un Paese di 9,5 milioni.
Oggi chi ha potuto o c’è riuscito è scappato, molti altri sono stati arrestati. Recentemente grazie agli Usa sono state liberate 600 persone ma in una dittatura c’è sempre un motivo per essere dichiarato passibile di arresto”
Già, cosa vuol dire vivere in una dittatura? Yukhno risponde a chi in Italia sostiene, per motivi diversi, di vivere sotto il regime: “Andate in Bielorussia o in altri paesi come il nostro e vedete cosa significa essere davvero in dittatura. Vuol dire aver paura di scegliere, o anche solo di parlare, perché non sai se chi ti sta a fianco è una spia. Come nel 1937, quando tu parlavi con qualcuno e dopo un’ora avevi il KGB che ti veniva a prendere. Questa è la dittatura: non c’è più una stampa libera, tutti i media della resistenza operano dall’esilio perché il Governo controlla tutto. Ormai è qualche anno che sono qui e ho partecipato a incontri, congressi ed eventi per portare la mia testimonianza: ho sentito parlare di dittatura sanitaria o di qualunque altro tipo. Credo che si dovrebbe usare questo termine con maggiore responsabilità: in Italia c’è libertà anche di dire che siamo in dittatura anche se non è vero. In Bielorussia non si può”.
Parlare della Bielorussia è fuorimoda
La Bielorussia vive la repressione da 30 anni e da quando Putin ha iniziato la guerra d’invasione, si è fatta ancora più forte. Eppure non se ne parla più: “Non è di moda – chiosa amara Yukhno- non è mainstream, non fa vendere copie, non fa fare click sui giornali online perché non succede niente, protestiamo pacificamente quindi alla stampa non interessa. Mentre invece con l’Ucraina e ancora di più con Gaza si cavalca l’onda dell’odio e della violenza. Tanti non sanno nemmeno dove sta la Bielorussia. Eppure siamo a due ore di volo dall’Italia. Per questo sono nate l’ambasciata popolare della Bielorussia e Talaka, per tenere accesi i fari sulla Bielorussia, ma anche per mantenere viva la memoria e la nostra identità”.
Pulizia della memoria: Minsk come l’Ucraina occupata
Qui Yuliya Yukhno fa luce su uno degli aspetti che forse meno si conoscono del rapporto fra Mosca e Minsk e cioè che anche in Bielorussia il presidente russo Putin, col sostegno di Lukashenka sta portando avanti la stessa politica attuata nelle regioni ucraine occupate e cioè una lenta ma inesorabile russificazione, contestuale alla completa cancellazione dell’identità nazionale: “La nostra lingua e la nostra cultura sono oppressi da sempre – sottolinea – lo erano già prima di Lukashenka ma col suo arrivo le cose sono peggiorate: fa di tutto per eliminare la nostra identità e la nostra cultura: vuole arrivare a farci assimilare completamente ai russi, a far pensare nelle nostre teste che noi siamo una parte della Russia, come ormai di fatto la Bielorussia è diventata per colpa sua. Mi capita spesso anche qui in Italia di sentirmi dire che sono russa. Ma non è così: noi siamo bielorussi, con la nostra lingua, la nostra, cultura, il nostro teatro, la nostra musica. Per questo spesso organizziamo anche eventi culturali: per tenere vivo questo aspetto”.
Oggi chi parla prevalentemente bielorusso è discriminato ma nel corso degli anni il livello di cancel culture è cresciuto in maniera esponenziale: sono stati chiusi negozi che vendevano prodotti riconoscibilmente legati all’identità bielorussa; cancellati festival sulla cultura, la storia e l’identità bielorussa; persino il giorno dell’indipendenza è stato spostato dal 27 Luglio, data in cui nel 1990 la Bielorussia si dichiarò autonoma dal’Urss al 3 Luglio, quando nel 1944 l'Armata Rossa liberò Minsk dagli invasori nazisti. Il nemico, come per la Russia, è l’Occidente: la tv bielorussa è stata espulsa dal consorzio Eurovisione perché mostrava in diretta le torture ai prigionieri politici. In un celebre programma condotto da Grigory Azarenok, uno dei maggiori giornalisti propagandisti di Lukashenka, le foto dei dissidenti (definiti "traditori") vengono sistematicamente mostrate sovrapposte o affiancate alla grafica di un cappio da esecuzione.
E oggi ai dipendenti delle fabbriche e aziende statali è vietato andare in vacanza nei “Paesi ostili” (quindi in tutta la Ue e in Turchia).
Vietato contestare Lukashenka
Non a caso, proprio gli artisti – e in particolare i cantanti - sono stati in prima fila nella “rivoluzione delle ciabatte” e nella marcia per la libertà del 2020 contro la sesta rielezione di Lukashenko: Maria Kolesnikova, celebre flautista, è stata una delle anime della rivolta ed è stata deportata per ben tre volte. I Litesound, duo di fratelli già rappresentanti della Bielorussia ad Eurovision, sono stati arrestati proprio per aver partecipato alle proteste; altri ex eurovisivi come i NAVIBand e i VAL sono stati messi al bando: hanno cantato in prima linea contro il dittatore. Una repressione che non ha risparmiato nessuno, nemmeno le stelle riconosciute del pop come Anzhelika Agurbash. Sulla testa della cantante, che ha doppio passaporto russo e bielorusso, pende tuttora un mandato di cattura per aver incitato alla rivolta su Instagram: ha scritto in post “Lukashenka ha preso in ostaggio il Paese e la gente ed ha avviato una crudele macchina repressiva che non risparmia nessuno”.
Oggi rischia 12 anni di carcere e non è stata ancora arrestata soltanto perché vive a Mosca e Putin non ha dato seguito alla richiesta di estradizione presentata da Lukashenka.
Non solo. Da Giugno 2026, la polizia sta minacciando gli studenti dell’Università europea delle scienze umane di Minsk: se non si ritireranno dall’ateneo saranno perseguiti come estremisti. I prigionieri politici e i membri della comunità GBTQIA+ vengono pestati, storditi col taser, violentati e umiliati sessualmente e costretti in posizioni dolorose
Il futuro della Bielorussia
Dall’esilio, la battaglia per la libertà dei dissidenti continuano, sostenuti dalla presidente eletta Svetlana Tikhanouskaya. Oltre il muro, si intravede l’orizzonte, anche se l’immagine è ancora sfocata: “Ci sarà una Bielorussia libera e democratica, ci stiamo preparando, è per questo che combattiamo- conclude Yuliya Yukhno- Arriverà quel momento anche se è complicato dire quando e come. È complicato ogni tanto crederci, ogni tanto trovare questa speranza perché si perde poi quando guardi intorno, c’è qui o c’è un conflitto, qui c’è questo. Insomma è complicato anche per noi, però devi avere dentro qualcosa che ti fa andare avanti. Anche per questo continuiamo a fare opposizione. Perché siamo la vera maggioranza. E ci riprenderemo il Paese”.





