Cade il governo Bolojan: perchè la Romania è ad un bivio. E anche l'Europa
I socialdemocratici innescano una crisi di governo per proteggere i loro centri di potere e votano con l'estrema destra contro il premier. Una mossa che imbarazza gli alleati e rilancia i nazionalisti
La soglia orientale dell’Unione Europea torna a vacillare pericolosamente. Con un ampia maggioranza è infatti caduto in Romania il governo guidato da Ilie Bolojan. Leader liberale stimato per il suo profilo tecnocratico e la sua capacità manageriale, Bolojan era stato chiamato a guidare il Paese in una fase di estrema delicatezza, con la missione di risanare conti pubblici devastati e garantire un ancoraggio saldo alle istituzioni occidentali.
Anche per questo la sua caduta non è soltanto l’esito di una crisi di governo ma anche la conferma di un Paese profondamente spaccato e un pericoloso campanello di allarme per l’intera architettura europea. La Romania non è infatti un partner qualunque: è il baluardo avanzato della NATO sul Mar Nero e un tassello fondamentale per la stabilità dei Balcani. Veder crollare l’esecutivo proprio nel momento di massima pressione geopolitica ed economica – e per giunta a poche settimane dalla vittoria in Bulgaria dell’ex presidente, il nazionalista euroscettico Rumen Radev - suggerisce che l’esperimento di stabilità tentato dalle forze moderate sia giunto a un capolinea brusco e denso di incognite per l’Occidente.
Un nuovo ribaltone dopo le presidenziali
Di certo c’è che la Romania non ha pace. Proprio in un momento nel quale tutto sembrava allinearsi per il verso giusto, anche con la prospettiva di allargare la sua sfera di influenza nella vicina Moldavia, con la presidente Maia Sandu sempre più intenzionata a riavvicinare i due Paesi, riecco l’instabilità politica. La memoria va ovviamente indietro al turbolento dicembre del 2024. In quel periodo, la Romania visse uno shock istituzionale senza precedenti: l’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali a causa dello scandalo che coinvolse uno dei candidati, Călin Georgescu, indipendente ultra-nazionalista di estrema destra che da completo outsider era riuscito vincere la tornata.
Georgescu, che sosteneva di aver condotto una campagna a “budget zero”, era riuscito a scalare i consensi grazie a una massiccia operazione di disinformazione alimentata dalla Russia attraverso bot e un uso spregiudicato di TikTok. Solo successivamente i documenti dei servizi segreti rivelarono l’esistenza di ingenti finanziamenti esteri occulti. Quel trauma ha lasciato ferite profonde in una società strutturalmente fragile: la Romania è infatti “fanalino di coda” nell’Unione per competenze digitali e presenta uno dei tassi più alti di giovani NEET, ragazzi che non studiano e non lavorano, diventando terreno fertile per la manipolazione e la disinformazione. Sebbene il ballottaggio del 2025 abbia portato alla vittoria risicata dell’europeista ex sindaco di Bucarest Nicușor Dan con il 53,6% dei voti, il Paese è rimasto spaccato tra una visione cosmopolita e una spinta nazionalista alimentata da costanti minacce ibride.
L’alleanza impossibile che imbarazza la sinistra europea
Il governo Bolojan è caduto vittima di un paradosso economico e sociale. Salito al potere con il compito di correggere un deficit pubblico record del 7,9%, il più alto dell’intera Unione Europea, il premier – a capo di una coalizione che comprende il Partito Nazionale Liberale, i socialdemocratici, le altre forze liberali Unione Salvate la Romania e Reper e il partito della minoranza magiara - ha dovuto varare misure di austerità draconiane. L’aumento dell’IVA e la revisione delle tasse erano passaggi obbligati per non perdere gli 11 miliardi di euro del PNRR, ma il vero scontro si è consumato sul terreno dei privilegi.
Bolojan ha infatti anche cercato di riformare il sistema delle “pensioni speciali”, un autentico furto intergenerazionale dove magistrati e funzionari d’alto rango percepiscono assegni tra i 1.200 e i 5.000 euro al mese, potendo ritirarsi dal servizio a soli 47 anni, mentre la pensione media dei cittadini comuni si attesta appena sui 539 euro. Questo tentativo di moralizzazione, unito alla volontà di ripulire le aziende energetiche statali dai cosiddetti “baroni rossi”, per costruire una “Romania onesta”, come lo slogan del presidente Dan, ha spinto i Socialdemocratici al tradimento. Per non essere associati ai tagli e proteggere i propri centri di potere, i socialisti hanno abbandonato la coalizione, portando il Leu romeno a toccare il minimo storico di 5,21 rispetto all’euro. PSD ed opposizioni hanno accusato il governo di aver aggravato la situazione economica, citando inflazione, rallentamento della crescita e riduzione del potere d’acquisto. Bolojan ha risposto definendo la crisi “cinica e artificiale”.
Il tappeto rosso all’estrema destra
Il vero beneficiario di questo caos è George Simion, leader del partito Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), sconfitto da Nicușor Dan alle presidenziali dopo aver vinto il reamke del primo turno grazie anche ai voti di Georgescu.
La sua forza ultranazionalista è molto radicata soprattutto nel voto della diaspora, dove ha fatto breccia fra i rumeni delusi e insoddisfatti per i mancati miglioramenti economici e sociali e ora sta volando nei sondaggi cavalcando il malcontento per un’inflazione che sfiora il 10%. Simion promette “acqua, cibo ed energia” contrapponendoli a “tasse e guerra”, una narrativa che minaccia di trasformare la Romania in una nuova Ungheria, svuotando i valori europei dall’interno pur rimanendo nel blocco. Questa dinamica crea un imbarazzo insostenibile per i Socialisti europei: mentre leader come Pedro Sánchez lanciano la “Global Progressive Mobilization” contro le destre radicali, i loro alleati romeni del PSD non hanno esitato a unirsi tatticamente ai neonazionalisti di AUR per abbattere un governo moderato. È la rottura di quel “cordone sanitario” che finora aveva isolato l’estremismo, stendendo di fatto un tappeto rosso a chi mette in discussione l’integrazione comunitaria.
Sul piano internazionale, l’instabilità di Bucarest apre una falla preoccupante nel fianco orientale della NATO in un momento critico. La Romania è infatti un attore che sta investendo il 3,5% del PIL nella difesa. Sono in gioco accordi strategici come la partnership tra Leonardo e Avioane Craiova per l’introduzione dei caccia F-35 e l’accesso al programma SAFE (Security Action For Europe), che prevede prestiti agevolati per 16 miliardi di euro destinati al riarmo e alla resilienza. C’è poi la sfida energetica del progetto Neptun Deep: con 100 miliardi di metri cubi di gas pronti nel Mar Nero, Bucarest potrebbe diventare il primo produttore UE nel 2027, riducendo la dipendenza da Mosca del 10%. Tuttavia, la sicurezza di queste piattaforme è precaria poiché l’Articolo 5 della NATO, quello che impegna i Paesi alleati a difendere un Paese membro se attaccato, non copre automaticamente le Zone Economiche Esclusive, lasciando il Paese vulnerabile a sabotaggi russi e mine subacquee in un contesto di paralisi politica.
La Romania scrive il suo futuro
Il futuro della Romania è ora nelle mani del Presidente Nicușor Dan, che si trova davanti a un puzzle politico quasi insolubile. Matematico di formazione, Dan dovrà usare tutta la sua logica per gestire i 45 giorni di governo ad interim e tentare di formare una nuova maggioranza o tentare la ripidissima strada di un governo di minoranza col rischio però di una prolungata impasse politica, senza cedere alle pressioni per elezioni anticipate, che in questo clima premierebbero quasi certamente le forze antieuropeiste. Al momento infatti il partito di Simion è dato ben oltre il 34%, con i social democratici al 23% e i liberali al 18%. Il problema per la formazione nazionalista sarà trovare partiti pronti ad allearsi per raggiungere la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ma stavolta, stando almeno alle rilevazioni, rispetto alle passate elezioni il bacino di consensi dal quale attingere è molto più ampio: le altre forze di estrema destra, anche se nate da scissioni di Aur, potrebbero cogliere l’occasione e ricompattare il blocco ultra-nazionalista.
Il rischio di un declassamento del debito sovrano e della perdita definitiva dei fondi UE è concreto e immediato. La democrazia rumena sta affrontando la sua prova più dura: dimostrare che la stabilità non è un concetto negoziabile. La capacità di Bucarest di ritrovare una guida autorevole e pro-Europa non è solo una questione di politica interna, ma un presupposto essenziale per la sicurezza collettiva di tutto il continente. Se il terremoto rumeno dovesse continuare, le sue scosse si avvertirebbero distintamente fino a Bruxelles, minando la coesione dell’intera Unione proprio davanti alla minaccia russa.


