Ceuta, gli scandali e l'amnistia: la tempesta perfetta su Sánchez
Il caso dell'exclave è solo l'ultimo tassello di un periodo nero per il leader del Psoe. che ora cerca una scialuppa per evitare il tracollo. Perché il futuro dell'Europa passa per Madrid e la Moncloa
Questo articolo è frutto del mio lavoro giornalistico e di ricerca
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Il buco nero del governo Sánchez. O, se preferite, per restare in tema, l’onda insormontabile: di quelle che ti travolgono mentre sei già traballante. L’ondata migratoria senza precedenti verso Ceuta, l’exclave spagnola in terra marocchina, con oltre 60.000 profughi che hanno varcato il confine in pochi giorni, mette a nudo tutti i limiti di un’azione politica che, seppur nata con buone intenzioni, rischia ora di trasformarsi nel boomerang definitivo di un governo partito già debole, ostaggio dei partiti indipendentisti e, oggi più che mai, traballante nella sua fase più delicata: quella che conduce alle nuove elezioni.
Da un lato, la maxi-sanatoria con oltre un milione di richieste di regolarizzazione, nella maggior parte dei casi presentate da cittadini latinoamericani. Il premier spagnolo l’ha voluta come risposta all’inverno demografico: un piano finanziato con 500 milioni di euro, accompagnato dalla nascita della futura Agenzia statale per la mobilità umana. Un’azione in controtendenza sia rispetto alle politiche restrittive applicate in gran parte d’Europa, compresi Paesi storicamente socialdemocratici come la Danimarca, sia rispetto alla “priorità nazionale” degli spagnoli sugli immigrati nell’accesso ad aiuti e servizi sociali, applicata dal conservatore Partido Popular e dall’ultradestra Vox nelle regioni in cui governano in coalizione.
Dall’altra, un Paese, ovvvero il Marocco, che ha in mano il tappo di Ceuta: allenta o restringe i controlli al confine, utilizzandoli come leva politica – o, se preferite un termine più diretto, come un’ “arma di ricatto” – contro il vicino scomodo. In mezzo, quasi a fornire l’assist, il paradosso giuridico scaturito dalla sentenza della Corte Suprema dello scorso 9 luglio 2026. I giudici hanno infatti stabilito un principio che, di fatto, ha disarmato le forze dell’ordine: le devoluciones en caliente, ovvero i respingimenti immediati, non possono essere applicate a chi arriva via mare o a nuoto. Il motivo? Non c’è una barriera fisica, come un muro o una recinzione, da saltare o scavalcare. Chi, quindi, varca il confine a nuoto, come i tantissimi algerini e marocchini arrivati a Ceuta, deve essere identificato secondo le procedure ordinarie di asilo.
Una situazione ben diversa, per fare un esempio, da quella che si verificò nel 2022 nell’altra exclave spagnola in territorio marocchino, Melilla. In quel caso, circa 2.000 migranti e richiedenti asilo, in gran parte sudanesi e sud-sudanesi, tentarono di forzare il posto di frontiera del Barrio Chino per entrare a Melilla e, quindi, in territorio europeo. La polizia spagnola e quella marocchina intervennero con gas lacrimogeni e cariche. Il massiccio afflusso di persone in uno spazio ristretto e sbarrato provocò una calca umana contro le recinzioni, alte tra i 6 e i 10 metri. Solo 133 persone riuscirono a superare il confine. I morti furono ufficialmente 23, ma in realtà forse sono stati molti di più, almeno stando ai dati forniti da organizzazioni come Amnesty International.
Trattare col portafoglio in mano
Al di là delle implicazioni europee e della politica che tira Sánchez per la giacchetta – se avete pazienza di seguire, ci torneremo – la vicenda di Ceuta è forse il simbolo più evidente di quanto sia necessaria una politica comune e una gestione diretta anche del controllo degli sbarchi. Come già avvenuto con la Turchia, gli accordi bilaterali tra Unione europea e Marocco ci hanno reso ricattabili: in cambio di denaro abbiamo delegato a Rabat il controllo dei flussi migratori e il ruolo di unico “guardiano” del confine terrestre di Ceuta e Melilla. Così, ogni volta che l’Unione europea – e in questo caso particolare la Spagna – adotta decisioni contrarie agli interessi marocchini, a Rabat basta allentare la presa.
Era già successo nel 2021 e, allora come oggi, c’era di mezzo l’annosa questione del Sahara Occidentale, il territorio all’estremo nord-ovest dell’Africa che il Marocco rivendica come proprio e che, invece, si proclama autonomo sotto il controllo del Fronte Polisario, il movimento per l’indipendenza del popolo sahrawi appoggiato dall’Algeria. La Spagna intrattiene rapporti stretti sia con il Marocco sia con l’Algeria e, all’epoca, accolse segretamente in un ospedale di Logroño Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, per consentirgli di ricevere cure mediche. Rabat rispose lasciando entrare oltre 10.000 migranti a Ceuta in sole 48 ore, costringendo Madrid a cedere e a cambiare radicalmente la propria linea diplomatica, fino ad allora schierata a sostegno del referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi.
Lo scorso 20 luglio Sánchez si è recato ad Algeri e, tre giorni dopo, una commissione del Congresso spagnolo ha approvato una proposta che apre alla cittadinanza per i sahrawi nati durante l’amministrazione coloniale spagnola e per i loro discendenti.
Una questione lunga oltre 500 anni
Va detto, per completezza e onestà, che la disputa tra Marocco e Spagna per Ceuta e Melilla affonda le proprie radici in oltre 500 anni di storia. Le due città sono spagnole rispettivamente dal 1668, quando il Portogallo cedette Ceuta alla Spagna, e dal 1497, quando Melilla fu conquistata durante l’espansione della Corona di Castiglia lungo le coste nordafricane. Rimasero sotto sovranità spagnola anche nel 1912, quando il Marocco divenne protettorato francese, con la Spagna che amministrava parte dell’area. E nel 1956, quando il Marocco ottenne l’indipendenza, Madrid mantenne il controllo delle due città, considerate a tutti gli effetti parte integrante del proprio territorio. Ufficialmente città autonome spagnole dal 1995, Ceuta e Melilla sono ancora considerate dal Marocco l’ultimo residuo del colonialismo iberico in Nord Africa e, quindi, territorio occupato. Di fronte all’assenza di una qualunque sentenza internazionale che sciolga definitivamente la controversia e alla volontà dei residenti di restare spagnoli, Rabat continua a utilizzare la questione come un cavallo di Troia con cui tiene sotto pressione i governi spagnoli e quindi l’Europa.
Ed è qui che Sánchez ha mostrato tutta la sua debolezza. Il suo decisionismo appare infatti solo di facciata, fare la faccia dura va bene finché non comporta un costo, va bene fino a che porta consensi. Ancora una volta, al di là delle dichiarazioni sulla violazione della sovranità pronunciate a voce alta per guadagnarsi gli elogi dei trombettieri (anche in Italia), Sánchez è costretto in realtà a trattare con il portafoglio in mano. Il Marocco è infatti il principale partner commerciale della Spagna in Africa. Le imprese spagnole hanno enormi interessi economici nel Paese, soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’energia e del tessile, mentre la flotta peschereccia spagnola dipende storicamente dalle licenze concesse da Rabat per operare nelle ricche acque dell’Africa nord-occidentale.
Un premier al bivio
Sánchez respinge sia le analisi di chi vede nella sua recente visita in Algeria la causa della crisi, sia gli attacchi delle opposizioni sulla sanatoria, negando che questa possa aver rappresentato un fattore di attrazione per la migrazione di massa. È però evidente che la crisi sia solo l’ultimo nervo scoperto di un governo molto più in affanno di quanto raccontino i numeri o le dichiarazioni pubbliche.
La sospensione temporanea degli accordi di Schengen annunciata dall’Italia e accolta con favore in diversi Paesi europei in realtà - va detto senza timore - è più una misura precauzionale e simbolica che altro. Ceuta è infatti molto lontana dalle principali rotte migratorie verso l’Europa, non ha confini terrestri con altri Stati membri dell’Unione europea e, non a caso, ci si è subito affrettati a precisare le eccezioni al ripristino dei controlli ai passaporti, limitandoli ai cittadini extra-Ue. La situazione politica interna frizzantina – per usare un eufemismo – non consente però a Sánchez di dormire sonni tranquilli.
Per ora Sánchez ha ancora i numeri per restare alla Moncloa, ma i recenti scandali che hanno coinvolto esponenti del PSOE e la stessa famiglia del premier stanno lentamente erodendo il consenso del partito tra gli spagnoli. Vox continua infatti a crescere, anche grazie a discutibili campagne di revisionismo che si diffondono sui social network. I discorsi incendiari di Santiago Abascal, incentrati sui temi della legalità e della sicurezza, fanno sempre più presa soprattutto tra i giovani (ne avevamo parlato qui). Contemporaneamente, il Partido Popular incassa consensi grazie a un conservatorismo che in questo clima viene percepito come “rassicurante” e ora sogna il controsorpasso.
Tutti gli scandali dei socialisti spagnoli
La scia di inchieste che coinvolge i socialisti spagnoli è lunga e si concentra quasi interamente negli ultimi cinque anni. L’emblema di questa stagione è forse il cosiddetto “caso Fontanera” (fontanera significa “idraulica” in spagnolo), che vede al centro Leire Díez, ex militante socialista vicina ai vertici del partito. Secondo l’accusa, avrebbe organizzato attività di dossieraggio per cercare “scheletri nell’armadio” e diffondere notizie false contro magistrati e funzionari impegnati nelle indagini sugli scandali che coinvolgono il PSOE e, in particolare i familiari del premier. I fili dell’inchiesta conducono a Santos Cerdán, l’architetto delle alleanze di governo di Sánchez, sospettato di aver autorizzato l’utilizzo di fondi del partito per finanziare campagne di fango e attività di dossieraggio. Parte del materiale investigativo è stato recuperato nei documenti e nei dispositivi elettronici sequestrati dalla Guardia Civil durante il blitz effettuato mentre Sánchez era impegnato in Vaticano in un incontro con Papa Leone XIV.
L’inchiesta più delicata resta comunque quella che riguarda Begoña Gómez, moglie del premier, indagata per presunto traffico di influenze e corruzione nel settore privato. Begoña Gómez andrà a processo con l’accusa di assegnazione di fondi pubblici ad aziende da lei raccomandate, presunti accordi economici con soggetti privati in cambio di favori istituzionali e una presunta appropriazione indebita legata alla registrazione, a proprio nome, di un software per la gestione universitaria sviluppato e finanziato con risorse dell’Università Complutense. Parallelamente, il fratello del premier, David Sánchez, è finito sotto processo a Badajoz con l’accusa di aver ottenuto un incarico pubblico creato appositamente per lui, con uno stipendio annuo di 55.000 euro, senza una reale funzione istituzionale.
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Tra le inchieste che hanno destato maggior scandalo c’è anche il cosiddetto “caso Koldo”, relativo a una rete di tangenti sui contratti per la fornitura di mascherine durante la pandemia di Covid-19, che ha coinvolto Koldo García, assistente personale dell’allora ministro dei Trasporti José Luis Ábalos e suo stretto collaboratore.I due sono stati condannati rispettivamente a 24 e 19 anni di reclusione.
Poi ci sono il “caso Mediador”, esploso nel 2023, che vede coinvolto l’ex deputato socialista Juan Bernardo Fuentes Curbelo, accusato di offrire favori istituzionali a imprenditori in cambio di tangenti, regali e festini di lusso (le sentenze non sono ancora state emesse, ma le richieste sono anche in questo caso altissime dagli 8 ai 12 anni di carcere), e il caso “Plus Ultra”, relativo al salvataggio con 53 milioni di euro di fondi pubblici della compagnia aerea Plus Ultra Líneas Aéreas, ritenuto da parte delle opposizioni un favore politico a un’azienda riconducibile a tre imprenditori venezuelani vicini all’entourage dell’allora presidente Nicolás Maduro.
Le accuse di malversazione di fondi pubblici e truffa sono state archiviate, ritenendo l’operazione di salvataggio legittima. Resta l’ombra - mai dimostrata ma nemmeno smentita - che quel salvataggio fosse in realtà una merce di scambio per mantenere attivo il canale della diplomazia parallela e gli interessi economici della rete ispano-venezuelana. La vicenda esplose con il passaggio in Europa, nel gennaio 2020, dell’allora vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez, sulla quale pendeva – e pende tuttora – una sanzione dell’Unione europea che le vieta l’ingresso e il transito nello spazio Schengen a causa delle violazioni dei diritti umani attribuite al regime di Nicolás Maduro.
Rodríguez rimase nell’area aeroportuale e incontrò per circa un’ora e mezza con i citati Ábalos e Koldo García. Davanti al Congresso, Pedro Sánchez sostenne che il governo non fosse stato informato dell’arrivo del volo e che Ábalos fosse intervenuto esclusivamente per evitare un incidente diplomatico, facendo in modo che la vicepresidente venezuelana non entrasse formalmente in territorio spagnolo. Successivamente, però, gli sviluppi dell’inchiesta sul cosiddetto “caso Koldo” hanno alimentato dubbi su questa ricostruzione. Secondo gli investigatori, l’imprenditore Víctor de Aldama avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra Delcy Rodríguez e il ministero dei Trasporti, favorendo contatti legati ad attività commerciali, operazioni sull’oro e incontri istituzionali.
Un altro dossier che ha creato problemi al governo è quello legato a Pegasus. Nel 2022 i telefoni cellulari di Pedro Sánchez e della ministra della Difesa Margarita Robles furono violati attraverso il software sviluppato dall'azienda israeliana NSO Group, lo stesso utilizzato in numerosi casi di spionaggio ai danni di giornalisti, attivisti e personalità politiche in diversi Paesi, Italia compresa. La vicenda ha scosso il Governo perchè ha evidenziato le vulnerabilità dei sistemi di sicurezza dello Stato e ha provocato tensioni all'interno dell'apparato di intelligence spagnolo.
La Catalogna, ultima frontiera
Sul piano politico, la maggioranza di Sánchez continua a dipendere dall’appoggio esterno dei due principali partiti indipendentisti catalani, Esquerra Republicana e Junts. Il dazio che Sánchez ha dovuto pagare per il loro sostegno è stata la legge di amnistia per politici, funzionari e attivisti coinvolti nel referendum sull’indipendenza della Catalogna del 2017, organizzato senza l’autorizzazione del governo centrale.
Il provvedimento ha consentito fra l’altro anche il rientro in Spagna di alcuni dei protagonisti di quella stagione politica, tra cui l’ex presidente della Generalitat ed ex eurodeputato Carles Puigdemont. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ritenuto la legge compatibile con il diritto comunitario, ma il dibattito politico interno resta aperto, alimentato soprattutto dalle forze più estremiste come Vox, fortemente contrarie a qualsiasi forma di autonomia agli indipendentisti
La strategia del premier è quella di consolidare il dialogo con Barcellona nella convinzione che una progressiva normalizzazione dei rapporti possa garantire stabilità parlamentare. È una scelta che continua però a dividere l’opinione pubblica e che si intreccia con le numerose inchieste giudiziarie che, negli ultimi anni, hanno coinvolto esponenti del Partito socialista.
L’economia, il vero fortino di Sánchez
Nonostante le difficoltà politiche e giudiziarie, l’economia spagnola continua a mostrare risultati migliori rispetto a gran parte dell’Eurozona: conti pubblici solidi, una crescita del PIL stimata intorno al 2,8%, un utilizzo efficace dei fondi del Next Generation EU e un costo dell’energia particolarmente contenuto, che ha rafforzato la competitività delle imprese e sostenuto il potere d’acquisto delle famiglie.
È difficile dire se tutto questo basterà a Sánchez per superare la tempesta perfetta che si sta abbattendo sul suo governo. Di certo, Madrid è oggi osservata speciale dell’intera Europa. La Spagna rappresenta infatti l’ultimo grande laboratorio del progressismo europeo: qualunque sarà l’esito di questa stagione politica, è destinato ad avere un effetto domino dalle conseguenze potenzialmente imprevedibili.




