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Nel cielo di Lettonia c’è ancora l’Europa, ma l’orizzonte è un po’ più grigio. Il premier Andris Kulbergs e la sua Lista Unita vincono la tornata elettorale, con però la partecipazione al voto più bassa dal 1991, anno dell’indipendenza. Il paese ha confermato la propria linea filoeuropea e filoucraina, ma lo ha fatto con poco più della metà degli elettori chiamati alle urne.
Lista Unita, partito conservatore con accenti regionalistici, ha ottenuto il 35,3 per cento dei voti e 41 seggi su 100 nella Saeima, il parlamento monocamerale di Riga. È il miglior risultato di una forza politica dalla fine dell’Unione Sovietica. Ma anche a Riga le forze nazionaliste e sovraniste avanzano con prepotenza. Ed è un dato che il premier non potrà ignorare, in un Paese dove la minoranza russofona è ancora piuttosto forte, sia pure in parte depotenziata. Latvia First e Sovrano Potere, filorusse, hanno raccolto insieme circa un quarto dei voti.
Al premier mancano dieci seggi per la maggioranza assoluta, dunque si va verso una coalizione di destra-centro, con i nazionalisti di Alleanza Nazionale e i liberali di Nuova Unità, il partito dell’ex primo ministro Evika Siliņa. Questo vuol dire la conferma della linea atlantista, ma anche l’aumento dell’attenzione per tre temi molto sensibili nel racconto europeo in tutti paesi del fronte orientale: la sicurezza, ormai priorità condivisa di fronte alle continue minacce di Mosca alla sovranità nazionale del Baltico; identità e lingua lettoni. Al contrario, come ha dimostrato la scarsa affluenza, la promessa di prosperità e integrazione appare meno capace di mobilitare.
Lingua e identità primo argine a Mosca
A 35 anni dall’indipendenza, la questione linguistica è ancora più forte. Gli elettori russofoni sono un terzo del Paese, ma la comunità è in realtà molto vasta: comprende russi, ucraini, bielorussi, israeliani, polacchi e altri ancora. Dopo il 1991 la Lettonia ha scelto la continuità giuridica con la repubblica prebellica. Per la maggioranza lettone è stata una forma di riparazione storica dopo l’occupazione sovietica; per molti russofoni, invece, è stato l’inizio di un percorso difficile di naturalizzazione, verifica della lealtà e ridefinizione del proprio posto nello Stato. Da lì sono nate le richieste che hanno segnato la politica della minoranza: cittadinanza, uso pubblico del russo, scuole in lingua russa e memoria del passato sovietico.
Ma nel processo di derussificazione del Paese, che ha portato la Lettonia, ex realtà di retroguardia dell’Urss a diventare un paese moderno e avanzato a livello tecnologico, la difesa dell’identità culturale e linguistica è diventata imprescindibile, anche al prezzo di incidenti diplomatici.
Per dare un’idea di quanto questo sia importante per i lettoni, valga un aneddoto per tutti. Nel Marzo del 2003 dalla Spektrum Arena di Oslo in Norvegia la tv norvegese NRK sta trasmettendo la finale del Melodi Gran Prix, il concorso di selezione per l’Eurovision che due mesi dopo si sarebbe tenuto per la prima e sin qui unica volta a Riga. La tv vorrebbe omaggiare la Lettonia nel numero di intervallo, ma il gruppo di performer chiamati ad intrepretarlo lo fa portando sul palco Matrioske, una balalaika e ballerine vestite coi costumi russi.
Il direttore della tv lettone Uldis Grava chiede e ottiene scuse ufficiali, l’ambasciatore lettone a Oslo si sfoga col principale quotidiano norvegese Aftenposten sul fatto che il suo Paese sia stato rappresentato “come una parte della Russia”. La controparte norvegese a Riga è costretta a chiamare la presidente Vaira Vika Freiberga
Proprio quell’Eurovision ospitato alla Skonto Hall, una struttura che non aveva mai ospitato prima nient’altro di internazionale oltre alle gare di basket ai Giochi Olimpici di Mosca 1980, diventa un simbolo di riaffermazione identitaria: “Per noi vincere ed ospitare è stato un grande spot dopo 50 anni di occupazione illegale da parte dell’Unione Sovietica”, ha dichiarato qualche tempo fa a chi scrive Freiberga. E in fondo, quell’Eurovision, festa della musica, non è stato nient’altro che l’ultimo capo del filorosso della riaffermazione identitaria aperto nel 1988 con la Rivoluzione Cantata e la grande catena umana lungo il confine che sancì l’indipendenza dei tre Paesi Baltici (ne avevo parlato qui).
Sette anni dopo quell’episodio, gli Inculto, un trio vocale maschile porta sul palco dell’Eurovision di Oslo un brano intitolato “Eastern european funk” nel quale cantano “Siamo sopravvissuti ai rossi e a due guerre mondiali”: restano in gara solo per un cavillo del regolamento, perché appunto la parola incriminata è “rossi” e non “russi”.
La guerra d’invasione scatenata da Mosca contro l’Ucraina ha reso questo rapporto fra lettoni nativi e russofoni ancora più difficile e complesso. Armonia, il partito che dal 2009 ha rappresentato i russi di Lettonia, governando la capitale Riga, aveva legami stretti con Mosca, retaggio di un vecchio accordo poi rescisso con Russia Unita, il partito di Putin.
L’invasione su larga scala dell’Ucraina ha spaccato il partito e i suoi elettori: nonostante la condanna dell’azione da parte di Armonia in molti hanno smesso di votarlo proprio per le sue posizioni troppo sfumate. Oggi il voto dei russofoni è diviso fra le due liste sovraniste e Per la Stabilità!, una lista centrista filorussa, il cui leader Aleksejs Rosļikovs è stato costretto a rifugiarsi in Bielorussia, ricercato dalla giustizia lettone con accuse legate a incitamento all’odio etnico e favoreggiamento di uno Stato aggressore. In realtà, molti degli elettori di lingua e cultura russa, al voto non sono nemmeno andati, forse anche convinti dagli influencer pro-Cremlino.
La propaganda anti-lettone che viaggia in rete
Il punto è proprio il legame con la Russia. Come in tutte le aree di lingua e cultura russa, Mosca incoraggia e spesso foraggia indipendentisti, direttamente o finanziando organizzazioni culturali, media, centri comunitari e iniziative legali, con la scusa di tutelare quelli che definisce “compatrioti”.
L’obiettivo dichiarato è la tutela dei diritti; l’effetto pratico, in molti casi, è quello di diffondere narrazioni sul presunto ruolo della Lettonia come Stato discriminatorio e privo di reale sovranità, preparando così il campo al progetto di Putin di riprendere il controllo dei territori diventati indipendenti dopo la dissoluzione dell’Urss sulla base di una presunta “nullità” di quest’ultima e dell’indipendenza lettone perché “mai approvata da organismi ufficiali”, difendendo invece l’annessione del 1940 derivata dal patto Molotov-Ribbentropp
Ricerche indipendenti hanno dimostrato durante la campagna del 2026 chiamate sui social (Telegram soprattutto, ma non solo) all’astensione e delle accuse sull’illegittimità del voto, con commenti filorussi sotto i post di politici e media lettoni.
A scuola il russo si insegna ancora, ma dopo l’invasione dell’Ucraina, il parlamento ha accelerato la transizione verso l’insegnamento quasi esclusivo in lettone, tanto che da questo anno scolastico, il russo non viene più insegnato come seconda lingua stranieri: gli studenti devono scegliere una lingua dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo. Un segnale forte che Riga manda a Mosca, perché la scuola è da sempre anche un veicolo politico del progetto russo sul paese Baltico.
Contemporaneamente, Riga si è unita a Tallin e Vilnius sul piano culturale, stilando una black list di personaggi famosi ai quali è stato vietato l’ingresso nel Paese. Il più rumoroso di tutti è stato quello per Filip Kirkorov, il più famoso cantautore produttore e talent scout dell’era post sovietica, per il suo aperto e prolungato sostegno all’aggressione russa contro l’Ucraina e alla sua vicinanza a Vladimir Putin, di cui si è spesso autoproclamato “rappresentante sul palco”.
Anche Latvijas Televīzija e Latvijas Radio, i media pubblici lettoni, da Gennaio 2026 hanno smesso di trasmettere regolarmente in russo. A ottobre 2026 il parlamento ha approvato una legge che limita da Gennaio 2027 la produzione di contenuti in russo da parte del broadcaster pubblico a tre casi: emergenza, stato di emergenza o necessità di smentire disinformazione che minacci la democrazia o la sicurezza dello Stato. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Lettonia ha vietato diversi canali russi controllati da Mosca e ha bloccato centinaia di siti ritenuti veicoli di propaganda e disinformazione.
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Il problema dei non cittadini
Come per l’Estonia, c’è soprattutto un problema identitario. I russofoni oggi possono acquisire la cittadinanza lettone come tutti. Dopo il 1991, la cittadinanza è stata riconosciuta automaticamente a chi la possedeva il 17 giugno 1940, giorno dell’occupazione sovietica, e ai loro discendenti. Chi era arrivato durante il periodo sovietico, e i loro figli, doveva invece naturalizzarsi
Nel 1995 è stata creata una categoria speciale, quella di “non cittadino”: persone che non sono né cittadini lettoni né cittadini di un altro Stato. Hanno un passaporto speciale, possono vivere e lavorare in Lettonia, accedere ai servizi sociali e viaggiare in molti paesi, ma non possono votare né candidarsi, e incontrano limiti nell’accesso alla pubblica amministrazione, alle forze dell’ordine e ad alcune professioni sensibili.
Si tratta di una condizione comune in molte aree russofone, per esempio in Abkhazia e Ossezia Meridionale: molti hanno scelto di non naturalizzarsi perché non parlano bene il lettone (o addirittura affatto), per mancanza di interesse, per diffidenza verso lo Stato e se non hanno ottenuto nel frattempo la cittadinanza russa, finiscono in questo limbo, terreno fertile per la propaganda russa che alimenta la narrazione di una Lettonia che li discrimina. Oggi sono circa 165.000, molti meno rispetto ai 750.000 di trent’anni fa, ma la questione resta irrisolta.
La difesa dei confini: fra Kaliningrad e Bielorussia
Poi c’è la questione sicurezza. Dall’avvio delle azioni russe contro Kyiv, in Lettonia i timori per un possibile attacco alla sovranità nazionale del Paese sono cresciuti, complice anche la presenza dell’enclave di Kaliningrad a poche centinaia di chilometri dal confine. Così non solo la Lituania e la Polonia, ma anche Estonia e Lettonia hanno rafforzato la presenza militare lungo il corridoio di Suwałki, la striscia di territorio polacco-lituano che collega i paesi baltici al resto dell’alleanza.
Le richieste di Polonia e Lituania per una presenza Nato più stabile nella regione, e le dichiarazioni russe secondo cui una risposta a eventuali misure occidentali non sarebbe soltanto diplomatica ha aumentato non solo a livello istituzionale ma anche fra i cittadini la percezione di essere esposti ad un pericolo imminente e quindi il tema sicurezza è tornato al centro della politica.
Anche perché il più solido degli alleati di Putin, ovvero il presidente bielorusso Lukashenko utilizza il confine con la Lettonia (173 chilometri di foresta, campi e piccoli valichi) come elemento ulteriore di destabilizzazione e tassello aggiuntivo della guerra ibrida di Mosca all’Occidente.
Dal 2021 la Bielorussia ha facilitato l’arrivo di migranti, prevalentemente provenienti da Afghanistan, Iraq e Siria, ma anche dal Nord Africa, indirizzandoli verso i confini con Lettonia, Lituania e Polonia. Una recente inchiesta della Deutsche Welle ha mostrato il meccanismo: i migranti atterrano a Minsk con visti turistici facilitati dal regime bielorusso Da lì, vengono caricati su autobus di linea dedicati o veicoli militari bielorussi e scaricati sul confine. Viene addirittura indicato loro i punti esatti dove tagliare le reti o calarsi nei tunnel; alcuni vengono spinti a forza oltre confine, impedendo loro di tornare indietro.
Per contrastare il fenomeno, la Lettonia ha costruito una barriera metallica fissa lungo il confine bielorusso, integrata da sistemi di avanguardia, realizzato strade di pattugliamento e rafforzato telecamere e sensori. Le intimidazioni però non si fermano e anzi nel 2026 la pressione è aumentata in maniera esponenziale: la polizia di frontiera lettone ha registrato e sventato 12.000 tentativi di ingressi illegali (dato di fine inizio ottobre).
Nella notte fra il 5 e 6 ottobre 2026, 20 migranti hanno tentato di entrare in Lettonia dalla Bielorussia, accompagnati da uomini mascherati e armati. Secondo le autorità lettoni, questi hanno minacciato le truppe e poi sono rientrati in Bielorussia dopo aver danneggiato una centralina elettrica e rubato due telecamere di sorveglianza. L’azione è stata rivendicata dai cosiddetti “Ruteni neri”, sembra legati ai servizi segreti bielorussi.
Il Servizio di sicurezza di Stato lettone ha aperto un’indagine per associazione criminale finalizzata a crimini gravi contro la pace e contro Lettonia e Ucraina e portato la questione all’Onu.
La Lettonia, insieme a Lituania e Polonia, chiede all’Unione europea un sostegno maggiore per la protezione del confine orientale, sia in termini di fondi sia di coordinamento operativo. Riga ha giustificato la richiesta ricordando che la protezione dei confini da pressioni esterne è ormai una questione europea. Prova ne è il fatto che recentemente le autorità lettoni e lituane hanno scoperto tunnel sotterranei scavati col supporto di ingegneri, attraverso i quali Minsk introduce illegalmente i migranti, aggirando il confine blindato.
La Lettonia esce dunque dalle urne con una conferma della propria scelta europea e atlantica, ma anche con una contraddizione sempre più difficile da gestire. Da una parte, la necessità di difendere confini, lingua e identità nazionale dalle pressioni di Mosca; dall’altra, il rischio che proprio questa difesa finisca per approfondire le fratture con una parte della popolazione russofona, offrendo alla propaganda del Cremlino nuovi argomenti.
La sicurezza, però, non si costruisce soltanto con barriere, soldati e investimenti militari. Servono anche servizi, prospettive economiche e la capacità di coinvolgere chi oggi si sente escluso o ha scelto di non votare. Per Riga la sfida sarà tenere insieme queste due esigenze senza arretrare sulla propria sovranità. Perché Mosca non ha bisogno di conquistare militarmente la Lettonia per indebolirla: può provare a farlo anche alimentandone le divisioni interne.




