Eurovision, non solo Israele: oltre mezzo secolo di boicottaggi
La protesta di cinque tv contro la presenza di Israele all'edizione 2026 apre il cassetto della memoria: tornano i fantasmi del passato e l'inclusione ad intermittenza
L’Eurovision 2026 si caratterizza per due fatti molto diversi. Il primo è il settantesimo anniversario della manifestazione, nata nel 1956 con l’intento nobile di rimettere insieme attraverso uno spettacolo di intrattenimento musicale i cocci di un’Europa dilaniata dalla guerra (e contemporaneamente testare la diretta simultanea oltrechè promuovere i valori occidentali). L’altro fatto è l’arcinoto boicottaggio attuato da cinque televisioni – quelle din Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – in protesta contro la partecipazione di Israele, votata a maggioranza dal resto delle tv associate ad EBU.
Ne abbiamo parlato in dettaglio qui. Una protesta, quella contro Israele, che come abbiamo spiegato muove da un fondamento errato e cioè che la tv KAN sia controllata dal Governo israeliano come quella russa esclusa dopo l’edizione 2021: il Governo israeliano non controlla affatto KAN che ha l’indipendenza nel suo statuto e che proprio per questo è invece nel mirino del premier.
Una protesta, quella contro Israele, che invece è più che altro alimentata dalla voglia di strappare qualche applauso e rinfrescare la fama, anche a scapito della coerenza che imporrebbe invece piuttosto il silenzio sul tema soprattutto da chi ha gareggiato sullo stesso palco con Israele in tempi recenti (vi rimando a questo approfondimento).
Tre Paesi europei come il mondo arabo: vietato trasmettere Israele
A chi come lo scrivente segue la rassegna da sempre, colpisce soprattutto l’atteggiamento di tre delle emittenti protestatarie: RTVE, RTÉ e RTVSLO non trasmettono nemmeno l’evento perché si rifiutano di mandare in onda un programma nel quale è presente Israele.
Un ostracismo antisemita che ricorda quello della tv libanese, che nel 2005 fu squalificata prima del via nell’anno del debutto. Télé Liban è una tv parte della European Broadcasting Area e aderente quindi ad EBU. Proprio mentre Aline Lahoud stava promuovendo in giro la sua “Quand tout s’enfuit”, l’emittente pubblica la lista dei paesi partecipanti, escludendo Israele. Al richiamo della EBU Télé Liban risponde che “la legislazione libanese proibisce la trasmissione di contenuti israeliani in tv. Il Libano è in guerra con Israele e se vincesse saremmo anche obbligati a trasmettere i festeggiamenti. Inoltre non potremmo essere obbligati ad autorizzare gli spettatori libanesi a votare per il brano israeliano”. EBU la squalifica per tre anni.
Sia chiaro, quella delle proteste e dei boicottaggi ad Eurovision non è storia recente. Il percorso eurovisivo ne racconta tanti e diversi. Principalmente con vittima Israele, ma anche diversi altri ugualmente rumorosi.
Nel primo caso, i corsi e ricorsi storici finiscono per allineare le tv europee che non trasmettono l’evento a quelle del Medioriente negli anni più tesi dei rapporti con Israele, quando gli Accordi di Abramo erano ancora lontani e quello di Camp David non sarà sufficiente a normalizzare la questione.
Anche per Eurovision, le motivazioni sono le stesse con le quali Israele viene sbattuto in quegli anni fuori dalle federazioni sportive asiatiche (ne abbiamo parlato qui): la Lega Araba non vuole che i suoi associati abbiano rapporti con esso.
Nel 1977 è pronta a debuttare ad Eurovision la Tunisia, altro Paese la cui tv è associata ad EBU, ma viene “caldamente invitata” a rinunciare. Due anni dopo, con l’Eurovision a Gerusalemme, deve ritirarsi la Turchia già allineata al via con tanto di brano selezionato: nel pieno della crisi petrolifera, i Paesi della Lega Araba minacciano di chiudere ad entrambe i rubinetti e così la partecipazione salta. L’edizione successiva, quando la Turchia torna in gara – senza Israele ma con la presenza del Marocco, alla sua prima e unica partecipazione – la canzone non a caso si intitola “Petr’Oil”.
Il più celebre di questi boicottaggi è però quello che va in scena nel 1978, mentre sul palco di Parigi le votazioni vanno delineando la prima storica vittoria israeliana con “A Ba Ni Bi” di Izhar Cohen & Alphabeta: la tv giordana, come le altre del mondo arabo collegate, che aveva mandato la pubblicità mentre Israele cantava; quando capisce come stanno andando le cose, stacca la diretta e manda un mazzo di narcisi a tutto schermo. Se oggi chiedete ad un giordano chi ha vinto quell’edizione, con ogni probabilità vi risponderà che è stato Jean Vallée per il Belgio (in realtà secondo), perché questo è quello che il telegiornale annuncia il giorno dopo.
Contro la partecipazione di Israele sono arrivate anche due petizioni. Una nel 2019, quando il concorso tornava da quelle parti dopo la vittoria di Netta, firmata da un gruppo di artisti legati al mondo palestinese; l’ultima proprio nel 2026 firmata dal collettivo di artisti “No music for genocide”: fra i firmatari di quest’ultima spiccano i Kneecap, la band irlandese espulsa dal Glastonbury Festival per aver inneggiato ad Hezbollah sventolando sul palco la bandiera dell’organizzazione terroristica libanese.
La Slovenia come i turchi: narrazioni alternative al posto dell’Eurovision
RTVSlo, l’emittente slovena, nella settimana dell’Eurovision manda in onda una controprogrammazione a tema palestinese. Documentari, film, dibattiti e incontri nei quali si parla della Palestina “dal fiume al mare” (quindi anche negando l’esistenza stessa di Israele).
C’è un precedente anche qui, risale al 1976. In Grecia è appena caduto il regime dei Colonnelli, in conseguenza dell’operazione Atilla che fece fallire il blitz sull’isola di Cipro nel tentativo di riunificarla con la forza sotto l’ala greca. Da allora l’isola è divisa in due e i rapporti fra Grecia e Turchia sono tuttora tesi. Quando la Turchia esordisce ad Eurovision nel 1975, la Grecia per protesta si ritira. L’anno dopo, mentre la greca Mariza Koch canta sul palco de L’Aia “Panaghia mou”, ovvero “La mia madrepatria”, una canzone che parla esplicitamente delle macerie e della devastazione lasciate a Cipro dall’invasione turca, la tv di Ankara – assente in gara ma collegata in diretta – oscura il brano mandando in onda un inno patriottico dallo stesso titolo. Se ne tornerà a parlare nel 1994 perché “Eimai anthropos kai Ego” della cipriota Evridiki è sullo stesso tema: grandi proteste turche anche in questo caso.
Cipro debutta nel 1981, inaugurando la scia di artisti ellenofoni che rappresenteranno l’Isola: la tv turca per protesta oscurerà la sua canzone.
E quando l’Eurovision arriva a Istanbul nel 2004 dopo la vittoria di Sertab Erener a Riga, non mancano i problemi. La cartolina voltapagina che accompagna Cipro presenta infatti una cartina del Paese senza l’area di lingua turca. Alla protesta di ciprioti ed EBU la tv turca risponde rimuovendo la cartina nella sua interezza. Ma non è tutto. TRT è infatti costretta ad interpellare il ministero degli Esteri per farsi dire come avrebbe dovuto chiamare Cipro, che per i turchi non esiste nella sua parte greca. Al tg viene spiegato che le parole “Cyprus” e “Chipre” significano “Amministrazione greca di Cipro Meridionale”.
La prima protesta di massa tra franchismo e bug regolamentari
Inevitabilmente i primi boicottaggi coinvolgono proprio i Paesi in quegli anni sotto dittatura. Quando la Spagna franchista e la Jugoslavia di Tito debuttano nel 1961, più di qualche broadcaster protesta ma è niente a confronto dell’invasione di palco del 1964, anno del debutto del Portogallo di Estado Novo: succede mentre canta la svizzera Anita Traversi, quando un manifestante solitario sfoggia uno striscione nel quale campeggia la frase: “Boicotta Franco e Salazar”
Quando la Spagna vince – per un solo punto, forse anche grazie ad una certosina “campagna promozionale” del Caudillo – nel 1968, l’Austria che pure aveva contribuito al successo iberico con 12 punti si rifiuta di partecipare all’edizione successiva di Madrid. E in Svezia molti artisti disertano il concorso nazionale Melodifestivalen per non correre il rischio di vincere e quindi doversi poi esibire nella Spagna franchista.
Quell’edizione passa però alla storia soprattutto perchè termina con quattro vincitori, senza che il regolamento preveda un barrage. Le tv protestano e l’Eurovision 1970 avrà solo 12 canzoni al via, meno anche della prima edizione.
Armeni vs Azeri: chi vota è un potenziale terrorista
Anche in Azerbaigian c’è una legge che vieta di trasmettere in tv i contenuti “del paese nemico”, che in questo caso è l’Armenia. Così nel 2009 mentre va in onda “Jan Jan” di Inga e Anush, Ictimai TV distorce il segnale per impedire che venga ascoltata e votata. Nonostante questo, 37 cittadini azeri assegneranno voti alla canzone: il Governo chiede ed ottiene dalla compagnia telefonica i tabulati, identifica le persone e le interroga come “potenziali terroristi, minaccia per la sicurezza dello Stato”.
I due Paesi si contendevano allora il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, geograficamente azera ma di lingua e cultura armena: Ictimai TV chiede ed ottiene la rimozione dalla cartolina voltapagina armena del simbolo conteso, la scultura in tufo nota come “We are our mountains”: l’Armenia risponde mandandola a tutto schermo durante il voting della finale.
Qualcosa di simile succederà nel 2021 allo Junior Eurovision, la rassegna per bambini: i commentatori azeri coprono con le parole la performance dell’armena Malèna e quando questa vincerà, non pronunceranno mai la parola “Ermenistan” (Armenia in turco ndr). Ancora peggiore quello che accade nel dopogara, quando la delegazione azera cerca di impedire alla sua piccola cantante Sona Azizova di andarsi a complimentare con la vincitrice: “Non puoi andare dal nemico”.
Non ci riusciranno, ma quando si parla di “nemico” non è un termine eccessivo. Viene detto anche ai bambini: “Se non fai il bravo chiamo gli azeri” (o gli armeni, dall’altra parte). Anche per questo, quando l’Eurovision nel 2012 arriva a Baku, l’Armenia dopo un lungo tira e molla ritira la sua partecipazione: “Non andremo a gareggiare in un Paese dove non è garantita la nostra sicurezza”. E ancora oggi, agli eventi collaterali eurovisivi, ciascuna delle due delegazioni, prima di partecipare si accerta che non sia presente l’altra.
Georgia, Russia, Ucraina: gli altri casi limite
La Georgia nel 2009 si rifiuta di gareggiare a Mosca, nel Paese che pochi mesi prima aveva scatenato una guerra-lampo per tentare di annettersi le due regioni russofone dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale. Avrebbe voluto andarci con un brano sin troppo allusivo che si intitolava “We don’t wanna Put in” ma non le viene concesso e sceglie di ritirarsi, dopo essersi iscritta solo all’ultimo minuto.
Il resto è storia nota. Quelli fra Ucraina e Russia più che boicottaggi sono state ripetute violazioni o delle leggi nazionali o dei regolamenti EBU e l’espulsione dei broadcaster russi e bielorussi è avvenuta non tanto (o meglio non solo) per la guerra, quanto piuttosto per come la stavano (e la stanno ancora) raccontando nonché e nel caso di BRTC anche per aver mostrato in diretta le torture dei prigionieri anti-Luskashenko. Molto diverso, come si vede, dal comportamento della tv israeliana che invece dà ampia voce alle proteste anti-Netanyahu, provocando le ire del Governo. Ma questo, in fondo, a chi è contro gli ebrei e contro Israele a prescindere, proprio non interessa.




