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Fenicotteri gonfiabili rosa come simbolo di libertà, tanto quanto l’aquila bicefala icona del Paese. E un unico filo rosso che unisce idealmente le piazze di Tirana, Scutari e Valona a quelle di Milano, Roma, Bologna e degli altri Paesi d’Europa dove c’è una consistente diaspora. In mezzo c’è il futuro dell’Albania.
Trentacinque anni dopo la caduta del regime di Enver Hoxha, il Paese vive la sua mobilitazione popolare più ampia dall’inizio della transizione post-comunista. Non la muove più, come nel 1991, il sogno di attraversare l’Adriatico verso l’Italia su navi cariche di speranza e stipate di gente. I figli di quella migrazione oggi guidano una protesta di massa per reclamare la loro terra. Lo smartphone come arma: per riprendere tutto, ma anche per trasformare ogni carica della polizia o ogni sopruso dei vigilantes privati in un video virale su TikTok. La chiamano “Rivoluzione dei fenicotteri” e il destinatario della protesta è il premier Edi Rama, accusato di voler “vendere” un’area protetta ad una società che fa capo a Ivanka Trump, figlia del presidente americano e suo marito Jared Kushner.
Quella albanese è una protesta figlia del nostro tempo, un esempio di attivismo digitale nel quale le piattaforme digitali e ancor meglio i social sono allo stesso tempo veicolo e amplificatore. È cosi che una protesta quasi locale diventa il megafono di un malessere più ampio. A fine maggio 2026, la comparsa di una recinzione di filo spinato a Zvërnec, nel comune di Valona, rivela l’avvio imminente di lavori in un’area protetta. Gli attivisti si scontrano con la polizia privata dei costruttori, sotto lo sguardo passivo della polizia. Il Governo interviene (in ritardo) ma tutto è già in rete, oltrepassa l’Adriatico e in beve arriva a coinvolgere anche i tanti figli di albanesi che oggi vivono in Italia.
Ragazzi e ragazze spesso nati e cresciuti nel nostro Paese, alcuni dei quali probabilmente che nemmeno parlano la lingua dei genitori e dei nonni, che scelgono consapevolmente di fare squadra coi loro connazionali dall’altra parte del Mare. Protestano contro un progetto che sono gli stessi investitori a rendere noto, poche settimane dopo.
Le Maldive d’Europa sulle coste albanesi
L’idea è fare dell’area fra l’ex base militare di Sazan e la laguna di Narta attorno a Zvërnec “le Maldive d’Europa”. A capo del progetto ci sono Ivanka Ttump, figlia del presidente Usa e suo marito Jared Kushner, attraverso Affinity Partners, fondo d'investimento alimentato da capitali sauditi. Il business model è semplice quanto brutale: realizzare un resort di lusso da 10.000 camere. Un affare da 1,4 miliardi di dollari parte di un piano di investimenti esteri che il Governo di Edi Rama prevede possa arrivare fino a 4 miliardi totali, contribuendo a un aumento del Pil albanese dal 3 al 4 %. Il tutto col supporto dei fratelli qatarioti Moutaz e Ramez Al-Khayyat e della loro Power International Holding.
Questo schema non è nuovo per Kushner. In Serbia, un progetto simile per trasformare l’ex Ministero della Difesa di Belgrado — distrutto dai bombardamenti NATO del 1999 — in un hotel di lusso è naufragato tra le accuse di corruzione rivolte al ministro Nikola Selakovic.
"Per spianare la strada al progetto, il premier albanese ha promosso nel 2024 una riforma legislativa che ha modificato la legge sulle aree protette, indebolendo le politiche ambientali, introducendo il concetto elastico di “turismo di eccellenza” e lo status di “investitore strategico” per consentire la costruzione di strutture a cinque stelle anche all’interno dei parchi nazionali. Rama ne fa anche una questione di riqualificazione urbana: Sazan è un’isola disabitata, uno dei 3600 bunker antiatomici fatti costruire durante la seconda guerra mondiale dall’ex dittatore Enver Hoxha.
Chi protesta invece, punta soprattutto sull’aspetto della speculazione edilizia e su ambientale: spiagge e monumenti naturali rischierebbero di scomparire sotto metri di cemento per far posto a piscine e ville d’eccellenza. E soprattutto, metterebbe a rischio l’ecosistema: le spiagge selvagge della laguna e l’area forestale di Narta ospitano specie protette come le tartarughe marine Caretta caretta. Oltre a una colonia stanziale di 3000 fenicotteri rosa. Proprio questi sono diventati il simbolo della protesta.
Una “Flamingo Road” intergenerazionale
Che sia su gonfiabili o su bandiere e cartelli, spesso artigianali, l’immagine del fenicottero rosa ha conferito al movimento di protesta una forza visiva e facilmente riconoscibile, che la potenza della rete ha immediatamente intercettato. Così, come una sorta di barcone virtuale, quell’immagine potente è servita a trasportare la protesta dall’altra parte del mare, chiamando a raccolta tutti i figli del Paese delle Aquile, unendo le piazze italiane come in un’unica surreale Flamingo Road
Ecco, è questo il punto chiave e metterlo a fuoco aiuta a capire quanto in realtà, quella ambientale sia solo una faccia della protesta. La rivolta infatti è intergenerazionale: quelli arrivati in Italia col barcone e i loro figli e nipoti, molti dei quali l’Albania forse non l’hanno neanche vista, studenti albanesi che sono arrivati in Italia per studiare da pochi mesi, vip di origine albanese che mettono a disposizione la loro popolarità.
Per tutti costoro, non è soltanto una questione di speculazione edilizia: c’è in ballo l’Albania stessa.
Le spine di Rama nel dossier Ue
Non è un caso che questa protesta arrivi proprio quando il dossier per l’allargamento UE che riguarda Tirana è al suo scatto finale. L’Albania insieme al Montenegro è la frontrunner di questo percorso, con l’obiettivo dell’adesione entro il 2030, ma le ambiguità di Rama rischiano di frenare questa marcia di integrazione europea, aprendo un caso spinoso nella politica internazionale dei Balcani.
Soprattutto, pesano le accuse di corruzione. La procura generale ha aperto fascicoli d’indagine sugli emendamenti legislativi e sulla proprietà dei terreni coinvolti nel progetto, uno dei quali sarebbe stato venduto alla famiglia Trump da Artur Shehu, un imprenditore colpito da mandati di arresto per traffico internazionale di droga e riciclaggio di denaro. Politici e funzionari vicini a Rama (fra cui l’ex vicepremier Belinda Balluku) sono stati costretti a dimettersi, ma questo non è bastato a placare le proteste di una piazza già molto scontenta per altre controverse iniziative del primo ministro: abuso di fondi europei sanitari, uso improprio di quelli per l’agricoltura e soprattutto i centri per migranti nati dall’accordo con l’Italia, che per i manifestanti della rivoluzione dei fenicotteri rappresentano un altro tassello della svendita del patrimonio nazionale a interessi privati e stranieri per scopi politici.
La domanda che emerge da questa protesta è soprattutto una: quale Albania bussa alle porte dell’Europa? A presentare il conto è soprattutto una Generazione Z che non ha memoria diretta del comunismo ma eredita la frustrazione di un Paese segnato da un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 25%, da stipendi medi attorno ai 700 euro, da servizi pubblici- sanità, istruzione, elettricità- ancora largamente insufficienti e da una criminalità che continua a dare le carte. La diaspora funge da cassa di risonanza di tutto questo, spostando il dibattito verso l’opinione pubblica internazionale
“L’Albania non è in vendita” è lo slogan gridato nelle piazze. Ma è un malcontento che l’opposizione non può cavalcare. Perché il rivale di Rama è quello stesso Sali Berisha di cui Rama ha preso il posto 13 anni fa. Rama e Berisha hanno scritto gli ultimi 30 anni dell’Albania e la Gen Z li considera l’uno la continuazione dell’altro, imputando ad entrambi l’avere reso il Paese una periferia dell’Europa, dove vince sempre e soltanto la legge del più forte e la corruzione non compete con le regole ma è essa stessa la regola cui sottostare.
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Cercasi cambio di passo, per non perdere l’Europa
I manifestanti chiedono un governo tecnico che porti a nuove elezioni ed un progetto di sviluppo per l’Albania che sia libero da clientele e guardi davvero ai suoi cittadini: produttività, salari, occupazione, welfare sono le quattro parole chiave per costruire l’Albania del futuro, possibilmente dentro la Ue.
Manca però un leader vero che possa portare la protesta fuori dalle piazze ed è su questo che Edi Rama fa leva. Il premier è all’angolo ma non ancora battuto, perché sa bene che trent’anni di consenso costruiti sul clientelismo sono difficili da sradicare senza un ceto medio produttivo che sappia orientare le masse e questo in Albania manca quasi del tutto.
La posta in gioco è altissima, perchè Rama ha fatto all-in sull’ingresso di Tirana nella Ue, ma Bruxelles guarda con preoccupazione agli sviluppi della protesta. L’ingresso di Tirana passerà quasi certamente dal capitolo 27 dell’acquis comunitario dedicato ad ambiente e clima.
Nella risoluzione approvata il 10 Giugno 2026 dal Parlamento Ue con la quale si chiede all’Albania il pieno allineamento alla legislazione europea, incluse le direttive sulla protezione degli habitat e degli uccelli e la sospensione delle autorizzazioni edilizie nelle aree protette (incompatibili col diritto comunitario) è sparito l’iniziale riferimento al progetto di Kushner, ma questo non vuol dire che Rama possa dormire sonni tranquilli. Il cammino di integrazione europea passa inevitabilmente da una profonda riforma legislativa interna che tuteli il territorio
La Commissione ha infatti richiamato Tirana al dovere di condurre valutazioni di impatto ambientale complete e trasparenti, consultando attivamente la società civile, un passaggio che finora è mancato nel progetto contestato. Qualsiasi ritardo nell’adeguamento a questi standard potrebbe far slittare sine die la chiusura del capitolo ambientale. Per Rama,. Per Rama, che ha convinto i cittadini a barattare compromessi difficili con la prospettiva di sviluppo economico e stabilità che l’Unione garantirebbe a Tirana, sarebbe un disastro politico. Ancora di più se messo a confronto col percorso del Montenegro, destinato con ogni probabilità a chiudersi felicemente con l’ingresso nella Ue già nel 2028, ridisegnando gli equilibri di politica internazionale e accelerando il processo di allargamento UE nei Balcani.
Il volo dei fenicotteri sulla laguna di Narta è diventato, per l’Albania la misura di quanto il Paese sia disposto a sacrificare, e di quanto sia ancora capace di dire no. Ma le vere risposte arriveranno nei prossimi mesi. A Tirana si vota nel 2029 e la protesta di piazza potrebbe essere, come già successo altrove, la piattaforma giusta per la piattaforma giusta per l'opinione pubblica e trasformare questa mobilitazione popolare in una spinta concreta in grado di spianare la strada verso Bruxelles. Ma occorre fare in fretta, perché il tempo, in questi casi, è sempre alleato del potere. Senza un’idea e le persone giuste, la rivoluzione rischia di infrangersi contro la resistenza di un establishment che ha imparato a coniugare il linguaggio del progresso con la gestione discrezionale del territorio.
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