Israele verso le elezioni: cosa può succedere, spiegato bene
In autunno Israele va al voto per rinnovare la Knesset: sarà una consultazione che deciderà, probabilmente il futuro del Paese e anche le possibilità di recuperare la reputazione internazionale
27 ottobre 2026. Una data da segnare col circoletto rosso nel calendario di Israele, quella nella quale probabilmente si scriverà il futuro del Paese e della sua reputazione internazionale. E’ la data delle elezioni.Per la prima volta dal triennio 1992-1996, la Knesset sembra destinata a completare il suo ciclo naturale di quattro anni. In un Paese che ha consumato cinque elezioni in meno di un lustro, questa “durata senza stabilità” appare come un paradosso clinico: non è il riflesso di una ritrovata armonia istituzionale, ma il risultato di una strategia di sopravvivenza millimetrica orchestrata da Benjamin Netanyahu.
Le urne del 2026 saranno un referendum sull’identità democratica di una nazione ancora intrappolata nello spartiacque irrisolto del 7 ottobre 2023. Quel trauma, che ha visto il crollo della dottrina della sicurezza israeliana, rimane una ferita. Da quel giorno niente per Israele è stato più lo stesso. Certamente perché il massacro perpetrato da Hamas ha colpito al cuore lo Stato, ma anche perché se oggi Israele ha perso molta della reputazione internazionale, è per colpa di colui che la guida, ovvero Benyamin Netanyahu.
Certo, chi odia Israele e gli ebrei in particolare, non vedeva l’ora e ha colto l’occasione per sputare fuori tutto il suo risentimento, che le organizzazioni pro-pal hanno contribuito a tenere vivo negli anni con l’aiuto proprio di Hamas e delle sue politiche e delle ong e associazioni ufficialmente di solidarietà ma in realtà fiancheggiatrici dei terroristi. Ma le responsabilità di Bibi e del suo Governo sulla caduta reputazionale del Paese sono evidenti. Posso dirlo con chiarezza io che – chi mi segue lo sa- sono dalla parte del popolo d’Israele ma lo dicono anche i sondaggi.
Mentre la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici — con l’Israel Democracy Institute (IDI) che rileva come l’80% dei cittadini arabi e il 60% di quelli ebrei non si riconosca in alcun partito — Netanyahu sta mutando pelle.
Dopo il crollo verticale di consensi seguito al fallimento dell’apparato di sicurezza nel 2023, il Premier ha saputo ricostruire la propria immagine attraverso quella che i suoi sostenitori definiscono una “guerra di redenzione”. I successi operativi contro Hezbollah e il deciso depotenziamento delle minacce iraniane hanno permesso a Netanyahu di trasformare il fango del 7 ottobre nell’oro di una ritrovata egemonia militare.
La lose-lose situation di Bibi
La sua sopravvivenza è stata garantita da manovre di purissima realpolitik. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, la coalizione ha rischiato il collasso quando due dei quattro partiti ultraortodossi kahanisti, ovvero teorizzatori della guerra come unica strategia (Shas e United Torah Judaism) hanno minacciato di uscire dalla coalizione a causa della controversa legge sulla leva militare. Si tratta dell’antica legge varata dal padre fondatore dello stato di Israele Ben Gurion nel 1948, che esenta gli haredim, gli studenti delle Yeshivot (le scuole rabbiniche). dal servizio militare. Una legge pensata per tutelare quella che allora era una importante minoranza ma che oggi dopo generazioni coinvolge milioni di giovani. Netanyahu vorrebbe abrogarla, anche per fornire forze fresche all’esercito, forte anche del fatto che in un Israele dove tutti i maschi sono obbligatoriamente riservisti e in questo tempo di guerra, sono al quarto turno di richiamo, l’opinione pubblica considera “immorale” questo privilegio. Netanyahu si trova incastrato: se cede ai religiosi, perde il Paese; se li sfida, perde la coalizione. Una lose-lose situation che lo costringe a soluzioni alternative.
In quel frangente critico, è stato l’ingresso strategico di Gideon Sa’ar, che ha abbandonato l’opposizione per assumere la carica di Ministro degli Esteri portando in dote i 4 seggi di Nuova Speranza a blindare la maggioranza di 61.
Netanyahu: il destino nelle aule di tribunale
La personalizzazione della politica israeliana ha raggiunto un punto di non ritorno. In una recente intervista su Channel 14, Benjamin Netanyahu ha rotto gli indugi confermando la sua candidatura per il 2026 e dichiarandosi certo della vittoria. Il Likud, perno della destra conservatrice laica, ha recuperato terreno in modo prodigioso, beneficiando dell’inebriante “guerra lampo” di 12 giorni contro l’Iran, che ha colpito duramente gli asset per l’arricchimento dell’uranio e i programmi di missili balistici della Repubblica Islamica.
Tuttavia, il destino del premier resta indissolubilmente legato alle aule di tribunale. Naftali Bennett, leader di Nuova Destra ha rilanciato la questione della grazia. L’ex premier ha parlato chiaro: sosterrà la richiesta di grazia per il premier, ma a una condizione non negoziabile: il ritiro definitivo di Netanyahu dalla vita pubblica. Questa è una possibilità prevista dall’ordinamento israeliano, ma è una condizione che ovviamente Netanyahu non può accettare. Il Presidente Isaac Herzog ha già trasmesso il dossier al Dipartimento per le Grazie del Ministero della Giustizia, ma ha chiarito che il verdetto non arriverà prima di diversi mesi. Le grandi manovre sono iniziate ed è difficile capire dove porteranno. Anche gli israeliani non ci vedono chiaro, tanto che per ora la proposta ha per ora solo rinfocolato la polarizzazione, scatenando nuovi sit-in di protesta davanti alla residenza presidenziale.
Un quadro sin troppo frammentato
La tenuta del governo poggia su un “tavolo a tre gambe” (Likud, Messianici, Ultraortodossi) dove ogni gamba minaccia costantemente di spezzarsi. Già ora il Governo è tenuto in piedi da due piccoli partiti kahanisti. Sono loro la vera anima nera che ha scavato la fossa alla reputazione di Israele. Ma in vista delle elezioni, il quadro è molto frammentato.
ll panorama politico fotografato dai sondaggi di gennaio 2026 del quotidiano Maariv, il più equilibrato del Paese, delinea infatti una nazione divisa in due blocchi speculari e ostili, dove lo spostamento di un singolo seggio può determinare il destino del Paese.
Il Governo sarebbe ora in minoranza potendo contare fra 50 e 53 seggi. I due partiti che lo tengono in piedi sono dati infatti sull’orlo del baratro. Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir resiste attorno ai 7 seggi, grazie ad populismo aggressivo, intercettando la rabbia delle periferie e degli ambienti religiosi nazionalisti. Al contrario, Sionismo Religioso, dell’altro ministro Bezalel Smotrich rischia di non entrare nemmeno alla Knesset.
L’opposizione tuttavia non avrebbe i numeri per governare: la maggioranza è fissata a 61 seggi e il blocco di opposizione è dato fra 56 e 58. In più è un blocco molto vasto, che comprende i liberali di Yesh Atid, dell’altro ex premier e attuale capo dell’opposizione Yair Lapid, il partito di Bennett e le forze della sinistra. Una coalizione del genere ha governato insieme l’ultima volta interrompendo il ciclo di Netanyahu ma l’eccessiva eterogeneità del gruppo lo fece implodere dopo due anni e mezzo.
Anche per questo l’opposizione sta provando a riorganizzarsi attorno a nuove gerarchie. Naftali Bennett si è sta imponendo come l’autentico jolly di questa tornata. Nuova Destra intercetta un elettorato conservatore moderato, stanco del personalismo di Netanyahu ma non disposto a votare per la sinistra laica. La sua forza risiede nell’alleanza con l’ex Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, leader del movimento Yashar!. Eisenkot, figura investita di una profonda autorevolezza morale dopo il tragico sacrificio dei suoi familiari in guerra, rappresenta la faccia della “riparazione e guarigione” istituzionale. Yisrael Beiteinu, la destra anti sionismo religioso, guidata dal controverso Avigdor Lieberman ha anch’essa un peso importante: ex compagno di Netanyahu se n’è distaccato quando ha spostato verso l’estrema destra il Likud e oggi ne è uno dei principali avversari.
Al contrario, la stella di Benny Gantz, sembra essersi eclissata. La sua decisione di portare la sua lista Blu e Bianco (liberale di destra) nel gabinetto di guerra di Netanyahu nel 2023, si è rivelata politicamente esiziale, riducendo il suo capitale elettorale ai minimi storici. Bennett gioca su un’ambiguità calcolata: sostiene apertamente le operazioni militari contro l’Iran (dichiarandosi “orgoglioso di essere israeliano”), ma contemporaneamente definisce la leadership attuale come un ostacolo alla sicurezza duratura del Paese.
I piccoli possono ancora decidere il futuro di Israele
ll destino della Knesset passa dunque inevitabilmente per le minoranze, mai come ora decisive.
I due partiti Haredim, Shas e United Torah Judaism tengono sotto scacco il Governo, ma sanno bene che un crollo della coalizione li esporrebbe a un governo guidato da Bennett, che sicuramente non vuole le forze espressione del fanatisimo religioso o ancora peggio, ad un governo guidato Lieberman e Lapid, pronti a imporre l’uguaglianza dei doveri civili. Dunque questi partiti, come quelli di Ben Gvir e Smotrich rischiano di perdere ogni voce in capitolo.
I partiti arabi, principalmente movimenti di sinistra, Ta’al, Balad, Ra’am e Hadash hanno annunciato una lista unica: insieme contano 14 seggi e non chiudono le porte ad un eventuale governo con Bennett: Ra’am era parte di quel gabinetto eterogeneo e il suo leader Mansour Abbas è stato anche ministro.
La mossa è una risposta politica all’inerzia deliberata del governo verso la piaga della criminalità nelle comunità arabe e alla polarizzazione causata dalla guerra a Gaza. Tuttavia, il “muro” alzato dall’opposizione ebraica rimane invalicabile: sia Bennett che Lieberman hanno escluso governi sostenuti dai partiti arabi non sionisti. Questa chiusura, dettata dal timore di alienarsi l’elettorato di destra, favorisce indirettamente Netanyahu, che rimane l’unico leader capace di compattare un blocco ideologicamente organico, per quanto minoritario nel Paese.
Israele nel Mondo: l’effetto Trump, l’Iran e il “day after” a Gaza
La politica estera sarà il motore invisibile delle urne. Netanyahu sta vincendo la guerra delle immagini nei cieli di Teheran, godendo del consenso di un’opinione pubblica che all’80% sostiene la linea dura contro l’Iran. Ma sta perdendo la guerra dei numeri nei distretti tecnologici di Tel Aviv. La Banca Centrale ha lanciato l’allarme: inflazione, carenza di manodopera e una preoccupante fuga di cervelli dal settore high-tech (quello in cui Israele eccelle nel mondo) minacciano il futuro economico dello Stato. Netanyahu è accusato di barattare la stabilità economica a lungo termine con il prestigio militare a breve termine.
Sul piano diplomatico, l’incognita è Donald Trump. Nonostante il legame storico, Trump si è mostrato “nervoso” per la durata del conflitto, suggerendo che una leadership iraniana moderata potrebbe bastare a fermare le ostilità — una posizione che stride con il “vittoria totale” di Netanyahu. Senza contare che le elezioni di mid-term potrebbero indebolire fortemente il Tycoon Usa, costringendolo a nuove strategie di sopravvivenza.
Cos’altro deciderà il voto?
Il dibattito elettorale poggia poi anche su altri pilastri.
Prima di tutto sicurezza e responsabilità. La richiesta di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre non è più rimandabile. Mentre l’opposizione preme per accertare le colpe, il governo tenta di sovrascrivere il ricordo del fallimento con l’euforia dei recenti successi contro l’asse iraniano. Ma il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro il premier e le accuse - infondate ma molto amplificate mediaticamente- di genocidio a Gaza pesano come un’ipoteca sulla reputazione globale del Paese.
Poi la condivisione degli oneri. Con l’esercito sotto pressione e i riservisti richiamati al quarto o quinto turno, l’esenzione degli Haredim è passata da questione religiosa a scandalo morale e operativo. Infine, democrazia e magistratura. La difesa della Corte Suprema rimane la bandiera del blocco anti-Bibi, contro la tentazione messianica di svuotare i controlli istituzionali.
Tre opzioni sul campo, una sola via d’uscita
Senza una maggioranza, il rischio è che il Paese resti ostaggio di un governo ad interim guidato ancora una volta da Netanyahu, che resterebbe in carica per la gestione ordinaria. È lo scenario in cui il Premier eccelle: “tirare per le lunghe” sperando in un mutamento del contesto internazionale o in nuove defezioni tra gli avversari. Sarebbe lo scenario peggiore per il Paese ma anche per il popolo ebraico, in questo momento vittima di un antisemitismo di ritorno che si è trasformato in odio per gli ebrei in quanto tali (ne parlo qui e anche qui), da qualunque parte essi provengano.
L’unico altro premier possibile in questo scenario è Bennett, a capo di una vasta coalizione con dentro anche i Democratici di Yair Golan e supportata da un accordo tecnico con la lista unita dei partiti arabi. Una combo fragilissima, che l’ostruzionismo di Lieberman verso i partiti arabi potrebbe peggiorare. Difficile invece, viste le rivalità personali (ma non del tutto esclusa) la strada di un governo di salute nazionale tutto a destra ma senza le ali estremiste, che pure avrebbe il sostegno della comunità internazionale.
Le elezioni politiche, dunque non saranno una semplice competizione per il potere, ma un verdetto definitivo sul carattere dello Stato di Israele. La società è lacerata tra due visioni inconciliabili: quella di uno Stato ebraico-messianico, incline all’annessionismo e al populismo leader-centrico, e quella di una democrazia liberale e resiliente, fondata sulla separazione dei poteri e sull’integrazione civile.
Spetterà agli elettori scrivere il futuro del Paese, se cioè questa “guerra di redenzione” debba concludersi con il consolidamento del potere di un uomo solo o con l’avvio di un doloroso ma necessario processo di riparazione nazionale. Comunque vada a finire, il voto segnerà la fine di un’era e sarà uno spartiacque decisivo. Resta da vedere se sarà il sipario che cala sulla carriera di Benjamin Netanyahu o il prologo di un’egemonia senza fine. Il motore della rinascita o l’inizio della fine.



