Questo articolo è frutto della mia ricerca giornalitica
Sostienimi per farne sempre di migliori
Il futuro di Israele passa dalla nuova Knesset. Le urne non hanno consegnato alcuna maggioranza, confermando quanto il 7 ottobre 2023 abbia completamente cambiato e spaccato il Paese. Le incertezze per un futuro ancora tutto da scrivere hanno prevalso, per ora, sulla necessità impellente di ricostruire la reputazione internazionale che l’ultimo governo Netanyahu ha distrutto ma i dati- se letti senza pregiudizi e con imparzialità – dicono molto sia sul presente che sul futuro di Israele.
In brutale sintesi. Netanyahu non ha vinto. Ma non ha neppure perso del tutto. I 53 seggi raccolti dalla sua coalizione sono una miseria:_è il peggior risultato per il premier dal 2009. Tuttavia il Likud, è ancora il primo partito e la coalizione che lo sostiene (Shas, Potere Ebraico, Giudaismo della Torah Unito e Sionismo Religioso, Noam) è davanti alla coalizione del cambiamento (Yesh Atid, Insieme, Israele Casa Nostra, Democratici) che è ferma a 48.
Nessuna combinazione consente a Netanyahu di formare una coalizione di Governo, perché dall’altra parte c’è un gruppo di partiti che- sebbene molto eterogenei fra loro – hanno tutti in comune l’opposizione alle politiche del premier uscente. Bibi può restare premier per la metà del tempo soltanto nell’ipotesi di un governo di sicurezza nazionale, ma in ogni caso sarebbe sotto scacco e soprattutto non potrebbe godere dell’appoggio dei partiti di Ben Gvir e Smotrich, che in questa soluzione resterebbero fuori.
L’altra notizia è quindi che il tempo di Ben Gvir e Smotrich è finito. Non del tutto quello di Netanyahu soprattutto per un motivo: nelle zone maggiormente colpite dagli attacchi del 7 Ottobre 2023, dove i segni del massacro di Hamas si toccano tuttora con mano, il premier ha prevalso largamente. Troppa la paura e l’insicurezza di essere ancora sotto tiro per fare una scelta diversa.
Ci sono però due aspetti di cui si parla poco e che invece meriterebbero un approfondimento. Perché se è vero che il premier resta in piedi benchè barcollante, lo è altrettanto il fatto che fra al massimo due settimane, non appena verranno certificati i risultati elettorali, si insedierà una Knesset che Netanyahu teme molto. I 67 seggi dei partiti di opposizione (21 Eisenkot, 12 Bennett-Lapid, 8 Golan, 7 Lieberman, 19 le due liste arabo-israeliane) lo mettono infatti in minoranza: non a caso – dicono i colleghi israeliani – il leader del Likud avrebbe già iniziato le “trattative” per provare a portare qualcuno dalla sua parte.
La nuova Knesset, questo è il dato più importante, entra in azione indipendentemente dal fatto che il nuovo governo sia o meno già insediato. Operazione per il quale ci vorrà probabilmente un mese, sempre che il presidente Yitzhak Herzog riesca a trovare la quadra. Nel frattempo, però appunto, il Parlamento israeliano inizierà a legiferare.
E lo farà con una maggioranza contraria alle politiche dell’attuale Governo.
Il blocco di opposizione ha quindi in mano le chiavi per iniziare il vero cambiamento. Il primo test sulla tenuta sarà l’elezione del nuovo presidente della Knesset, al posto di Amir Ohana che è un fedelissimo del Likud ed eleggendo un presidente indicato dai partiti ebraici del cambiamento. Youssef Jabareen, leader della Lista Unita che riunisce i tre partiti arabi più vicini alle istanze dei palestinesi, ha già dato la sua disponibilità. Con Mansour Abbas è più facile: Ra’Am è una lista conservatrice ed è già stata al governo con Bennett e Lapid esprimendo anche un ministro (lo stesso Abbas).
La mossa successiva sarebbe l’attuazione di tre punti chiave del programma, che devono passare dalla Knesset: l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 Ottobre più volte osteggiata da Netanyahu; lo stop alla riforma che metterebbe la magistratura sotto il controllo della politica; dare corso alla nuova legge sulla leva militare che abolisca l’esenzione per gli Haredim in vigore dalla fondazione dello Stato di Israele (1948), una misura richiesta a gran voce da tutti ma osteggiata dai partiti ultraortodossi che infatti per questo sono usciti dalla maggioranza di Bibi; e infine ma non meno importante fissare a due mandati il limite per il premier. Un provvedimento, quest’ultimo, che come è evidente, metterebbe fine alle aspirazioni di Netanyahu ancora prima che lo facciano i suoi problemi di salute.
Oltre a questo, i leader dei partiti in opposizione al premier uscente, starebbero provando ad accordarsi per riesumare la promozione di una legge per l'elezione diretta del Primo Ministro (già entrata in vigore, ma solo per tre volte, nel 1996, 1999 e 2001 e poi abbandonata) che consentirebbe al prescelto di formare automaticamente un governo, senza la necessità di ottenere una maggioranza di 61 membri della Knesset.
Arabi e drusi: il nuovo ago della bilancia
Il controllo della Knesset da parte delle forze di opposizione dovrebbe, se non ci saranno colpi di scena, servire a poter far lavorare più serenamente il presidente Yitzhak Herzog (che è un Democratico, va ricordato) per trovare la quadra per il nuovo governo.
Gli 11 seggi di Lista Unita e gli 8 di Ra’am sono il più grande risultato di sempre per la comunità araba di Israele, che avrà nove rappresentanti in più della Knesset. Un segnale forte sicuramente: di fronte alla prospettiva di finire schiacciati fra Ben Gvir e Hamas, la comunità arabo-israeliana, il 21% della popolazione, ha risposto andando in massa alle urne, con un risultato che quasi ne raddoppia la rappresentanza (erano 10 complessivi i seggi dopo le ultime elezioni) ma che soprattutto chiede rappresentanza in un futuro governo. La sfida di Herzog sarà questa: convincere le forze più restie ad accettare almeno l’appoggio esterno e far partire la legislatura.
“Farò tutto ciò che è in mio potere per formare un governo stabile per Israele. Ma voglio aggiungere una cosa: farò davvero, sinceramente, tutto il possibile affinché non si debba tornare alle urne”, ha già detto Herzog. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Ahmad Tibi, leader di Ta’al, uno dei tre partiti della Lista Unita, ha dichiarato alla radio israeliana Kan Reshet Bet: “La Joint List vuole contribuire a sostituire questo governo (di Netanyahu, ndr) e spianare la strada a un governo alternativo. Per questo tendiamo la mano al blocco del cambiamento. Spero che abbia abbastanza coraggio da sfruttare i numeri”. Tibi ha precisato che i partiti della Lista Unita sarebbero pronti anche a un supporto esterno. “Potremmo sostenere dall’esterno un governo alternativo, senza farne parte”, ha poi precisato all’Afp Yousef Jabareen, leader della Lista.
Avigdor Lieberman, leader di Israele Casa Nostra è il più duro nei loro confronti: “Né con Bibi, né con Tibi” è stato il suo mantra. Starà a Herzog metterlo di fronte alla mancanza di alternative e due alle prospettive poco allettanti. La prima è un governo di salvezza nazionale nel quale Netanyahu vorrà sicuramente essere il primo premier, col rischio allo scadere dei due anni previsti per la rotazione della carica faccia cadere il Governo come ha già fatto nel 2021 per la coabitazione con Benny Gantz. La seconda è un ritorno alle urne (si veda più sotto) che quasi certamente porterebbe Bibi sopra i 65 seggi e quindi spianerebbe la strada al ritorno al Governo dell’estrema destra.
Non c’è alcun dubbio che questa sarà una prova di maturità per le forze di opposizione. La comunità araba di Gerusalemme Est e quella drusa delle Alture del Golan hanno triplicato la partecipazione al voto: 10.000 i primi, 8000 i secondi: più delle cifre conta che siano andati a votare, esercizio democratico a loro sempre concesso ma che poco spesso e svogliatamente avevano esercitato dal 1967, cioè dalla fine della Guerra dei Sei Giorni che ha consegnato a Israele i confini attuali, conquistandoli rispettivamente da Giordania e Siria.
Agli abitanti di quelle terre fu concessa la cittadinanza ma la maggior parte non volle naturalizzarsi, preferendo restare residenti: attualmente a Gerusalemme Est lo sono solo 20.000 su 400.000 circa. Oggi invece si registra un trend in crescita delle domande di naturalizzazione. Aver esercitato il diritto di voto è quindi una volontà di essere parte delle questioni del Paese dove vivono anche se non tutti se ne sentono parte.
Lo hanno fatto sfidando la fatwa che ancora pervade in tutta l’area: richiedere la cittadinanza o votare è considerato “accettazione dell’occupazione” o “collaborazionismo”. Ma ha prevalso la voglia di sentirsi in qualche modo tutelati e soprattutto di impedire a Netanyahu, ma soprattutto a Ben Gvir e Smotrich e ai loro partiti kahanisti di tornare al Governo. Per dare un’idea di quanto sia forte questo timore, basti il fatto che persino uno dei più grandi oppositori alla normalizzazione dei rapporti con Israele, l’arcivescovo greco ortodosso di Gerusalemme Est Atallah Hanna ha invitato ad andare a votare ed a farlo contro la coalizione di Governo. Da quelle parti ha vinto la Lista Unita, seguita da Ra’Am
Sulle Alture del Golan, dove la comunità drusa continua a definirsi in parte siriana, hanno vinto i partiti ebraici e particolarmente ha vinto Lieberman davanti ad Einsekot e Netanyahu. Come spiegano gli analisti locali, nella comunità drusa il tabù ha iniziato a rompersi col riconoscimento della sovranità israeliana sull’area da parte degli Usa e si è definitivamente spezzato quando Idf ha difeso la comunità drusa nel massacro perpetrato dalla comunità beduina sunnita a Sweida nel Luglio del 2025, quando le tribù locali aprirono il fuoco sulla folla che reagiva al rapimento di un commerciante druso, causando 1100 morti, dei quali la metà civili.
Lieberman e Eisenkot hanno anche messo in lista importanti esponenti politici e militari della comunità drusa, fra cui Kamil Abu Rukun, ex capo del Cogat, l’ente che coordina le attività di Idf nei territori palestinesi.
_____________________________________________________________
Ti piace quello che stai leggendo?
Consigliami agli amici
_____________________________________________________________
L’azione destabilizzante del Qatar e quella di Bibi
Sempre in riferimento ai partiti arabi, le rivelazioni sul presunto caso di compravendite di voti finanziato dal Qatar riguardano non le due liste, ma singoli elettori, che avrebbero ricevuto somme di denaro (200 shekel, circa 55 euro) per recarsi ai seggi e autisti ai quali sarebbe stato pagato il carburante per accompagnarceli. Secondo quanto emerge si tratterebbe però di pochissimi elettori (10 arresti complessivi), non in grado di cambiare gli equilibri.
Ma soprattutto, sta emergendo come questa vicenda sia in realtà un altro tassello di delegittimazione del voto della comunità arabo-israeliana da parte del premier in carica, il quale aveva cercato alla vigilia delle elezioni di far escludere dalla consultazione le due liste arabe.
Channel 12 ha infatti rivelato che queste informazioni su presunti finanziamenti esteri e compravendita di voti fossero noti allo Shin Bet (i servizi segreti ndr) prima dell’inizio del voto ma il direttore David Zini, un fedelissimo di Netanyahu, non le ha rivelate nemmeno prima dell’ultimo briefing il giorno del voto, informando il presidente della Commissione elettorale centrale soltanto a urne chiuse. Lo Shin Bet sta poi indagando sull’effettivo coinvolgimento del Qatar
Netanyahu ovviamente ha cavalcato l’onda chiedendo ora l’annullamento ufficiale dei risultati nei seggi coinvolti dalle irregolarità. Dimentica però che due suoi funzionari stretti collaboratori (Eli Feldstein e Yonatan Ulrich) sono tuttora sotto processo per alto tradimento perché – rei confessi – avevano trafugato documenti riservati di Idf per conto di una società di Doha incaricata di fornire ai giornalisti israeliani storie favorevoli al Qatar. I due collaboratori sono fra l’altro tuttora nell’ufficio del premier uscente.
Gli scenari: quale Governo per Israele
Ma come funziona il meccanismo per scegliere il premier in Israele? Il presidente della Repubblica non è obbligato a scegliere il leader del partito che ha preso più voti. Sceglierà quello che messe le carte in tavola, ha più possibilità di formare un govrno. Le “carte” sono le cosiddette “raccomandazioni” dei vari partiti. Nel 2009 Tzipi Livni, leader del partito centrista Kadima aveva battuto Netanyahu che però aveva più alleanze e quindi ricevette il mandato.
Per quanto abbiamo detto sin qui, l’attuale premier raccoglierà sicuramente meno raccomandazioni di Eisenkot al quale quindi – se almeno uno dei partiti arabi confermerà l’appoggio – dovrebbe andare il mandato. Secondo quanto emerge ne avrebbe già sei. Eisenkot avrà 28 giorni (più altri eventuali 14) per provare a formare un governo. Se il mandato andrà a vuoto, questo passerà ad un secondo candidato, che avrà a sua volta a disposizione 28 giorni, senza proroghe. In caso di ulteriore insuccesso, Herzog farà un terzo tentativo con un altro candidato indicato da almeno 61 deputati entro 21 giorni, che avrà però solo due settimane. Solo al termine di questo ciclo si andrà a nuove elezioni, alle quali si arriverebbe con un Governo di transizione presieduto dall’ultimo premier.
Bisogna però chiarire che per formare un Governo in Israele non è necessario un accordo scritto di coalizione. Il candidato premier, quindi per esempio Eisenkot potrebbe informare Herzog di avere una maggioranza per ottenere la fiducia della Knesset senza che gli altri partiti entrino per forza nel suo Governo: può giocare d’astuzia, presentare un governo e dire che chiunque lo sostenga e non voglia nuove elezioni debba votare a favore o astenersi. In questo modo può far giurare un governo sotto la sua guida e Netanyahu lascerebbe l’ufficio del Primo Ministro.
Va sfatata anche un’altra leggenda metropolitana e cioè che servono 61 voti a favore per far partire il Governo: per la fiducia basta la maggioranza semplice. L’astensione di alcuni membri della Knesset può quindi consentire la nascita di un governo anche senza il sostegno esplicito della maggioranza assoluta. Che poi è la situazione attuale da quando due dei quattro partiti ultraortodossi hanno lasciato la maggioranza dopo il no di Netanyahu a stoppare la riforma della leva per arruolare gli haredim sin qui esentati.
Occorre sapere che in Israele un governo di transizione è dotato di poteri persino più ampi di un governo normale, in quanto non soggetto al controllo della Knesset. Questo è il motivo per cui Eisenkot cercherà in ogni modo di formare un governo in modo da poter varare alcuni provvedimenti e quindi essere il premier in carica nel caso in cui la situazione dovesse precipitare e portare ad un governo di transizione. Soprattutto, ci sarà da votare la “finanziaria” (entro 145 giorni dall’insediamento e comunque entro il 31 Marzo), per la quale serve la maggioranza assoluta, molto difficile da ottenere senza il voto dei partiti arabi. Eisenkot, secondo quanto dicono i giornalisti israeliani, avrebbe preso contatti anche con uno dei partiti ultraortodossi, per sondare una loro disponibilità.
Concretamente, per Eisenkot le strade sono solo due: unire alla coalizione del cambiamento uno o entrambi i partiti arabi (in modo ufficiale o con l’appoggio esterno), operazione per la quale c’è però da convincere Lieberman o presentare ad Herzog un governo di minoranza che abbia però i numeri per partire (appunto con alcune astensioni).
La terza strada è un governo di unità nazionale - senza gli estremisti e senza Demokratim - con rotazione del ruolo del premier dopo due anni. Significherebbe però azzerare la campagna elettorale e non ci sarebbe alcuna garanzia che sia lui ad iniziare la rotazione. Una situazione che rischierebbe di riportare tutto al punto di partenza. Anche per questo nell’entourage di Eisenkot sarebbero iniziati i sondaggi fra gli scontenti del Likud per provare a recuperare i 6 seggi che mancano.
Attenzione però: questa soluzione non è del tutto esclusa. Herzog non vuole nuove elezioni anche perché per sei mesi Israele resterebbe in un limbo che non può permettersi viste le continue minacce alla sicurezza. E alla comunità internazionale, se non ci fossero alternative, questa soluzione non dispiacerebbe. Anche in questo caso, il più restio da convincere sarebbe Lieberman, che di Bibi è il principale oppositore: chiederebbe sicuramente solide garanzie, una di queste potrebbe essere proprio il cambio nel ruolo di primo ministro per evitare colpi di mano.
Resterebbe il nodo del ruolo di capo dell’opposizione, non secondario perchè secondo le dinamiche israeliane, il premier ha l’obbligo di informarlo ogni mese sugli affari dello stato: in questo modo l’incarico andrebbe probabilmente al leader della Lista Unita, a meno che non si trovi l’accordo fra maggioranza e opposizione per un nome diverso.
Netanyahu all’ultima corsa
Netanyahu ovviamente, fa il tifo per il fallimento dell’operazione Eisenkot e per il ritorno al voto, contando anche su un’eventuale scoramento della popolazione che abbassi drasticamente l’affluenza.
Restare premier è l’unica possibilità che ha per rinviare ancora il processo per corruzione, frode e abuso di fiducia che ripartirebbe nel momento in cui perderebbe la carica. Gli sarebbero più volte state offerte, secondo quanto prevede la legge israeliana, l’annullamento delle accuse o la grazia presidenziale in cambio del suo ritiro dalla scena politica nel nome di una “riconciliazione nazionale”, ma sin qui avrebbe sempre rifiutato, continuando a proclamarsi innocente.
Nel frattempo però ha iniziato a piazzare alcuni suoi fedelissimi, figlio compreso, in alcuni ruoli chiave.
Comunque vada, sarà probabilmente per lui l’ultima corsa: ha 77 anni, un pacemaker ed è stato operato per un tumore alla prostata, è quindi difficile per lui immaginare un futuro che vada oltre il prossimo quadriennio. Con Bibi finirà probabilmente anche l’esperienza del Likud: non si vedono leader alternativi all’orizzonte e non si è preoccupato di formarne. Triste prospettiva per partito che fu di Begin, Shamir e Sharon, protagonista assoluto della storia dell’Israele moderno.





