La "Sentenza Bosman": perchè non è possibile tagliare gli stranieri nel calcio italiano
Nel dicembre 1995 la decisione della Corte di Giustizia Ue che ha cambiato la storia dello sport. Storia di una battaglia per la libertà e dell'uomo che per vincerla ha dovto smettere di giocare
La terza eliminazione di fila dell’Italia nelle qualificazioni per il Mondiale ha riacceso nel nostro Paese il dibattito sul rapporto fra calciatori stranieri ed italiani nelle squadre di serie A. Il caso di scuola è il Como, squadra rivelazione del campionato italiano nella quale però milita un solo calciatore italiano, Edoardo Goldaniga, sceso in campo per appena 3 minuti complessivi.
Il tam tam che gira in rete in questi giorni è per chiedere di mettere un tetto ai calciatori stranieri, ma questa è un’opzione che non è possibile perché violerebbe la cosiddetta Sentenza Bosman, un provvedimento giurisdizionale adottato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel 1995 per regolamentare il trasferimento dei calciatori professionisti.
Ma chi era Bosman? E perché questa che è a tutti gli effetti una legge dell’Unione Europea si chiama cosi?
Tutto ha inizio nel 1990. Jean-Marc Bosman, figlio di un minatore di Liegi, è un calciatore belga di 26 anni, quindi nel pieno della sua attività. Ha giocato nello Standard Liegi e da due anni milita nell’altra squadra della sua città, lo RFC. Bosman è un centrocampista, una vita da mediano, per dirla con Ligabue: corsa, polmoni e spallate. Pochi gol ma rendimento sicuro. Il suo contratto è in scadenza e a Bosman, arriva un’offerta dall’estero.
Lo vuole il Dunkerque, seconda divisione francese: contratto di un anno con opzione per il secondo. Sembra tutto a posto, c’è l’accordo, ma Bosman non ha fatto i conti col suo club di appartenenza che seguendo le regole del calciomercato di allora non vuole fargli firmare un pre-contratto coi francesi senza prima monetizzare. Vuole in sostanza un indennizzo di 800.000 Dollari (circa 11,5 milioni di franchi belgi), una cifra che il Dunkerque non può assolutamente permettersi
Il suo trasferimento dunque salta e il suo club lo mette fuori rosa con stipendio ridotto del 60 percento. Bosman dunque decide a questo punto di fare causa alla Federcalcio Belga e allo RFC Liegi. Il 6 ottobre 1993, affidandosi a Jean Marc Dupont, noto avvocato belga esperto di diritto sportivo, decide di sottoporre il suo caso alla Corte di Giustizia Europea, facendo una domanda semplice: perché un calciatore professionista comunitario, alla fine del suo rapporto di lavoro, non può scegliere di vivere e lavorare liberamente in un qualunque Paese della Ue come tutti gli altri cittadini comunitari? Bosman in sostanza ritiene che le regole in vigore nel mondo del calcio siano penalizzanti per i calciatori. Bosman si appella all’articolo 39 del Trattato di Roma fondativo della Ue datato 1957, oggi divenuto articolo 45 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che stabilisce la libera circolazione dei lavoratori dipendenti all’interno del territorio della Ue.
La vendetta del calcio: mobbing contro Bosman
Nel frattempo però, per il calcio belga diventa un reietto. Bosman non è infatti più in grado di trovare alcuna squadra in cui giocare, dato che nessuna società ha intenzione di ingaggiarlo e di avere in qualche modo a che fare con lui, temendo che il suo caso potesse danneggiarla. Bosman decide quindi di trasferisi a La Réunion, un’isola al largo del Madagascar che ancora oggi costituisce un dipartimento d’oltremare della Francia.
Lì gioca prima con l’Olympique Saint-Quentin, poi con il Saint-Denis. Ancora nel mezzo della disputa legale, Bosman riesce a tornare a giocare in Belgio e firma un contratto con l’Olympic Charleroi, squadra di seconda divisione. Due anni più tardi - il 15 dicembre 1995 - arriva la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea.
La sentenza gli dà ragione: i calciatori sono lavoratori come tutti gli altri e quindi un calciatore professionista è libero – nei sei mesi precedenti la scadenza di quello in vigore con la propria squadra- di firmare un pre-contratto con un altro club all’interno dell’Unione Europea senza il pagamento della quota di trasferimento. Non solo. Nel suo penultimo anno un giocatore può ricomprare il proprio contratto con una somma calcolata “pro rata” rispetto al suo salario.
La corte stabilisce inoltre che il limite di giocatori stranieri ingaggiati da un club, restrizione all’epoca in vigore in molti Paesi, avrebbe dovuto escludere i comunitari, proprio in forza di questa regola. La norma viene poi estesa anche a tutti gli altri sport professionistici.
Quando arriva la sentenza, Bosman è già di fatto un ex calciatore: a 31 anni sta spendendo gli ultimi scampoli di carriera nei dilettanti del Visè.
Dopo quell’esperienza resta di nuovo senza squadra e si vedrà anche respingere la richiesta di disoccupazione, finendo in depressione,nel tunnel della dipendenza dall’alcool e nel 2013 viene anche condannato ad un anno con la condizionale per violenze domestiche legate all’alcolismo. Metà dei 16 milioni di franchi belgi che la Federazione nazionale diede a Bosman come risarcimento finiscono per pagare tasse ed avvocati.
Dopo la fine della carriera da calciatore Bosman prova a reinventarsi, prima con diverse attività imprenditoriali rivelatesi fallimentari e poi facendo lavori saltuari. Infine resta del tutto disoccupato, affidandosi ad un sussidio di 570 euro al mese dello stato belga e infine, terminato anche quello alle donazioni di Fifpro, il sindacato internazionale dei calciatori professionisti.
La risposta del calcio: sfruttare la legge a proprio vantaggio
La sentenza invece ha avuto altri due effetti collaterali. Il primo è l’aumento del potere dei procuratori, diventati vero e proprio terzo potere del calcio, figure chiave non solo del mercato dei trasferimenti, ma anche della gestione di un calciatore nei rapporti con i club. Tanto da costringere la Commissione Europea nel 2001, per mano del commissario alla concorrenza, l’italiano Mario Monti a stipulare un accordo con Fifa e Uefa per arginare quello che i club definiscono allora un dilagante “potere dei giocatori”. La nuova architettura di regole stabilisce quindi il sistema di trasferimento, le finestre di mercato, il concetto di periodo protetto in cui un contratto non può essere rescisso, la durata massima e minima dei contratti. Per Fifpro, queste regole sono sbilanciate a favore dei club.
L’altro effetto della sentenza è stato l’allargamento della forbice tra i club più ricchi e quelli medi-piccoli. Il terzo effetto, ma in questo caso è una distorsione. è stato l’aumento delle naturalizzazioni degli extracomunitari: un modo subdolo per aumentare la quota di calciatori stranieri tesserabili ed aggirare il tetto dei tre slot per i calciatori extra Ue. Lo scandalo dei passaporti falsi che colpi l’Italia nel 2001, è figlio di questa sentenza. Ma le colpe non sono certo di Bosman, bensì di un sistema che ha reagito nel modo peggiore alla semplice applicazione di una normativa europea.
E Bosman? Il mondo del calcio gli deve molto ma si è dimenticato in fretta di lui. Nonostante tutto però non si pente di ciò che ha fatto. In una recente intervista ha detto:“Quando non ci sarò più, i miei figli guarderanno una foto del loro padre e sarà luminosa, su uno sfondo bianco. Quella che invece vedranno gli eredi di Platini e Blatter, avrà uno sfondo scuro, sfocato. Perché io ho fatto del bene e non del male”.



