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Marcinelle, l’Europa, il carbone. E quel maledetto incidente che mercoledì 8 agosto 1956 bruciò le vite di 262 minatori, dei quali 136 italiani. Una storia quasi dimenticata, che oggi è diventata simbolo di tante cose. Prima di tutto, dell’Europa stessa: nel 1951 era infatti nata la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, antesignana della Cee e poi della Ue. Il carbone e l’acciaio erano il simbolo dello sviluppo di un Continente in ricostruzione dopo le macerie lasciate dalla guerra.
La società carbonifera belga aveva appeso quei manifesti rosa dappertutto. In Italia ci sono milioni di disoccupati, dal Friuli alla Sicilia e l’occasione è ghiotta: quei manifesti promettono lavoro, futuro, ferie pagate, assegni familiari, pensionamento anticipato. L’Europa ha bisogno del carbone, il Belgio ha il carbone ma non chi lo estrae. Come una vendita all’incanto, si moltiplicano i comizi tenuti da ingegneri o reclutatori che descrivono le meraviglie dell’occasione da non perdere. L’operazione funziona.
Tra il 1946 e la metà degli anni Cinquanta, solo dall’Italia partono in 150.000, una vera e propria emigrazione di Stato. L’alternativa – soprattutto al Sud – è morire di fame in un Paese ancora molto descolarizzato che stenta a risollevarsi con le proprie forze
Questo articolo è frutto del mio lavoro giornalistico e di ricerca
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Barattare il futuro con la vita
Dietro quelle promesse, si nascondeva in realtà una realtà durissima che non veniva pubblicizzata nei manifesti e nei comizi: turni estenuanti, ambienti pericolosi e condizioni di sicurezza inesistenti: secondo i dati ufficiali del 1952, solo quell’anno la miniera belga registrò oltre 39.000 incidenti con 43 morti. Ma in fondo, a nessuno importava davvero.
Perché l’talia aveva firmato col Belgio un protocollo poco dopo la fine della guerra, il cosiddetto baratto uomo-carbone: l’Italia si impegnava a inviare fino a 2.000 lavoratori a settimana, mentre il Belgio garantiva in cambio la vendita all’Italia di 2.500 tonnellate di carbone al mese ogni 1.000 minatori giunti a destinazione. Una tratta degli schiavi legalizzata, il cui prezzo gli italiani pagano subito, non appena mettono piede in Belgio.
“Ni animaux, ni Italiens”, ovvero Né animali, né italiani. Le scritte sulle porte delle case in affitto parlavano chiaro. Rifiutati dai proprietari di casa belgi, i minatori non hanno altra strada che fare squadra fra loro. Attorno ai pozzi d’estrazione a Charleroi, Liegi, Mons e nel Limburgo fiammingo, sorgono quindi rapidamente veri e propri “villaggi italiani”: pezzi di Italia in trasferta, dove si parla quasi esclusivamente dialetto, si cucinano i prodotti spediti da casa e si celebrano le feste patronali d’origine: nascono bar, barbieri e i primi spacci di alimentari che importavano pasta, olio e caffè, diventando i punti di ritrovo della comunità.
Nessuno pronuncia la parola ghetto, ma la realtà dei fatti è evidente. Senza casa, molti minatori vivono in baracche di legno o lamiera che durante la Seconda guerra mondiale erano state usate come campi di concentramento o di prigionia per i soldati russi e tedeschi: forni d’estate, frigoriferi d’inverno, senza servizi igienici.
Chi cerca alloggio fuori dai campi ufficiali è spesso costretto ad affittare cantine umide, soffitte o stalle dai privati cittadini belgi.
Se l’Italia baratta gli uomini col carbone, i minatori barattano il futuro dei figli con la loro stessa vita: in miniera non sono infatti previste né maschere né protezioni e chi vuole lasciare il lavoro prima di un anno rischia di finire in galera per inadempienza contrattuale.
A queste condizioni, in fondo, quasi nemmeno stupisce come sia andata a finire. Alle 8.10 dell’8 Agosto 1956, una manovra sbagliata nel pozzo 1 scrive la pagina più triste della storia: un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori ha fatto muovere il montacarichi prima del tempo, così un carrello per il carbone rimasto parzialmente sporgente urta una trave d’acciaio. Nell’impatto, vengono tranciati una conduttura dell’olio ad alta pressione, un tubo dell’aria compressa e un cavo dell’alta tensione: una scarica da 1000 volt provocano un corto circuito nella miniera, infiammando 800 litri d’olio polverizzato. Le fiamme e il fumo tossico si sono propagati rapidamente nel condotto di aerazione principale, intrappolando e soffocando 262 dei 275 minatori presenti a oltre 1.000 metri di profondità: 136 sono italiani, gli altri sono belgi, greci, ungheresi, polacchi, britannici, tedeschi, francesi, algerini e russi
Non è stata colpa di nessuno
Il Belgio e la Ceca, a seguito della vicenda introdurranno riforme strutturali e normative molto più rigide sulla sicurezza nelle miniere ma soprattutto, il Trattato di Roma del 1957 dal quale avrà origine la Cee, recepirà il principio secondo cui lo sviluppo economico deve camminare di pari passo con il progresso sociale e la salute dei lavoratori. L’incidente dimostrò che non si potevano spostare masse di lavoratori migranti senza garantire standard di vita e di sicurezza paritetici a quelli dei cittadini autoctoni, un principio oggi cardine del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
Meno bene va invece dal lato giudiziario. Per quel disastro, paga solo il direttore dei lavori, condannato a 6 mesi con la condizionale. E solo in appello. Gli altri dirigenti vengono tutti assolti: la Corte stabilisce che l’incidente era dovuto a una “fatalità” e a un errore umano non imputabile ai vertici, condannando addirittura le famiglie delle vittime a pagare le spese processuali. Solo nel 1964 la Bois du Cazier accetta una transazione economica per risarcire le famiglie coinvolte. Conseguenze per la miniera invece, nessuna: già un anno dopo la strage è di nuovo operativa.
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Les ritals: il riscatto degli italiani
Marcinelle ha sicuramente contribuito a scrivere un pezzo dell’Europa moderna, ma in un certo senso si può anche dire che abbia avuto un ruolo chiave anche nella costruzione dell’identità italiana. Non solo perché pochi mesi dopo quell’emigrazione di massa, arrivarono in Belgio anche le famiglie dei minatori, trasformando quei ghetti in insediamenti stabili.
Ma anche perché gli attuali 450.000 belgi di origine italiana, in gran parte concentrati in quelle zone, sono quasi tutti figli, nipoti o pronipoti di quei minatori. Ritals, li chiamavano: il termine era una contrazione di refugés italiens ed aveva una connotazione fortemente spregiativa.
Non identificava infatti solo la provenienza geografica, ma portava con sé una forte carica di razzismo, xenofobia e disprezzo sociale. Veniva usato per etichettare l’immigrato italiano secondo precisi stereotipi dell’epoca: povero, non istruito, rumoroso, disposto ad accettare salari bassi e mansioni pericolose, che ruba il lavoro ai locali, propenso alla criminalità.
I discendenti di quei ritals - o “musi neri”, come qualcuno li definiva- hanno saputo trasformare questo stigma in un motivo di orgoglio e così oggi rivendicano con forza quelle origini, anche se molti di loro non parlano nemmeno più l’italiano.
Qualcuno è diventato addirittura premier, come Elio Di Rupo, altri sono diventati il simbolo del riscatto sociale. La musica e il cinema, più di altri, hanno raccontato queste storie.
Già nel 1959 Rocco Granata, figlio di un minatore calabrese a Waterschei, trova il successo internazionale con “Marina”, una hit destinata a fare il giro del Mondo. La sua incredibile storia, densa di ostacoli e passata per il rifiuto del padre di vederlo finire in miniera, è stata anche raccontata nel celebre film biografico italo-belga del regista Stijn Coninx che porta il titolo della canzone.
Salvatore Adamo invece si trasferisce bambino con la famiglia da Comiso in Vallonia. Anche suo padre Antonio non voleva che il figlio divenisse minatore e diventa il suo primo sponsor per assecondare la sua passione per la musica. La vita di stenti nelle baracche accanto alla miniera è ben raccontata dalla melodia cupa e struggente della sua maggiore hit, “La notte” del 1965. Parlando ad Avvenire, Adamo ha spiegato che il senso di solitudine e “il buio” descritti nella canzone riflettono da vicino l’angoscia vissuta dalle famiglie dei minatori, che ogni giorno aspettavano col fiato sospeso il ritorno dei padri dal sottosuolo. Ma anche “Mon pays” del 1965 descrive bene il contrasto lacerante tra il sole della Sicilia, lasciato alle spalle, e il paesaggio grigio e fumoso delle città minerarie belghe
Claude Barzotti, figlio di pesaresi emigrati in Belgio da Cagli, Franck Michael (nato Franco Gabrielli), origini parmensi e Frédéric François, al secolo Francesco Barracato, il cui padre passò dalle miniere di zolfo di Lercara Friddi a quelle di carbone di Liegi, sono diventati fra i nomi più importanti della musica francofona, con milioni di dischi venduti, decine di dischi di platino vinti e carriere luminose ma burrascose.
Barzotti rivendica le sue origini nel suo brano più celebre, appunto “Le rital”, del 1983. Il ritornello “Je suis rital et je le reste, et dans les verbes et dans les gestes” (”Sono un rital e lo rimango, nelle parole e nei gesti”), diventa un inno di rivendicazione per tutti gli italiani discriminati: “è vero, sono uno straniero, me lo hanno ripetuto abbastanza (…) sono rital, nella mia rabbia, quando attacchi la mia patria”.
Tre anni dopo, alla Grieghallen di Bergen, a due passi dal Polo Nord, una tredicenne figlia un abruzzese emigrato a Liegi per lavorare in miniera, vince l’Eurovision 1986 con un brano scritto quasi interamente da expat italiani: si chiama Sandra Caldarone, in arte Sandra Kim e per una sera diventa il simbolo della rivincita di una comunità: la sua bandiera è belga, il suo cuore è italiano. Sarà la prima di una lunga scia di ritals che canteranno per il Belgio nel più importante concorso europeo.
Il cinema è stato un altro dei simboli del riscatto: attori come Alain Bison ed Hervè Gabrielli, hanno rivendicato negli anni con orgoglio di essere figli di minatori, ma forse la testimonianza più celebre è quella raccontata nel libro “Les ritals” scritto da François Cavanna, scrittore e umorista francese più noto per essere fra i fondatori del settimanale satirico Charlie Hebdo.
Figlio di piacentini emigrati in Francia, Cavanna nel libro racconta la vita e le difficoltà di integrazione degli italiani arrivati nel primo dopoguerra a Nogent-sur-Marne per fare i muratori. Anche in Francia, le comunità di ritals fioriscono rapidamente negli anni a seguire, impiegati nelle costruzioni, in agricoltura e nelle miniere a Pas de Calais, in Lorena e nella bacino della Loira.
Oggi molte di queste attività hanno chiuso, Marcinelle è diventato un museo e sia in Francia che nel Belgio vallone sono stati attivati percorsi della memoria in quei luoghi simbolo
Il pegno e gli impegni (disattesi)
Nel maggio 2026, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione per istituire ufficialmente l’8 agosto come “Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro”, elevando Marcinelle a monito ed esempio
Nella stessa data, l’Italia dal 2001 celebra la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, pegno tardivo all’aver rimosso per anni il trauma dell’emigrazione forzata e i dettagli del “Protocollo del carbone” del 1946.
Rispetto agli anni di Marcinelle, molto è stato fatto e tanto è cambiato, eppure di sicurezza sul lavoro si parla ancora, quasi settimanalmente sui quotidiani. Per gli incidenti mortali, ma anche perché la responsabilità sociale dei datori di lavoro, è ancora spesso disattesa e a livello istituzionale ci si muove quasi sempre soltanto dopo l’ennesimo incidente mortale. Eppure basterebbe solo un concetto: investire in sicurezza non è una spesa, bensì un valore aggiunto. Un’impresa che mette i suoi lavoratori in condizioni di operare riducendo al minimo i rischi, ne trarrà un valore aggiunto in termini di produttività. Anche per questo è bene continuare a tenere la guardia alta. Magari ogni tanto, riguardare le immagini di Marcinelle (l’Inail realizzò un documentario, lo trovate a questo link) può essere d’aiuto.
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