L'Armenia ha scelto l'Europa. Ma la strada è insidiosa e passa per Baku
Il premier europeista Pashinyan vince le elezioni e il Paese fa un passo avanti verso Bruxelles. Ma serve la pace con azeri e turchi: solo così potrà partire il progetto per tagliare i ponti con Mosca
La notte del 7 giugno 2026, mentre le note di “We are the Champions” dei Queen risuonavano nel quartier generale del partito Contratto Civile a Yerevan, Nikol Pashinyan celebrava un risultato che va ben oltre la semplice riconferma elettorale.
Per il primo ministro dell’Armenia, la vittoria alle elezioni politiche non rappresenta soltanto un successo personale, ma il consolidamento di un faticoso sradicamento dall’orbita russa. Non a caso nel Paese del Caucaso queste elezioni sono state considerate le più importanti dal 2018, da quando cioè i moti popolari passati sotto il nome di Rivoluzione di Velluto, chiusero l’esperienza politica del filorusso Serzh Sargsyan per aprire proprio quella di Pashynian
Lotta all’influenza oligarchica e alla corruzione, riorganizzazione del settore giudiziario e innalzamento di pensioni e di salari nel campo dell’educazione: sono alcune delle azioni intraprese da Pashynian nei suoi anni di governo che gli hanno garantito un solido margine di consenso soprattutto nelle zone rurali e che questa tornata ha riconfermato
Tuttavia, dietro l’entusiasmo delle bandiere europee che sventolano in piazza della Repubblica, con la gente che ha festeggiato in strada l’esito elettorale si cela una realtà complessa: l’Armenia ha scelto la via di Bruxelles, ma lo ha fatto in un clima di profonda polarizzazione, segnato da arresti eccellenti e da una dipendenza strutturale da Mosca che non svanirà con un semplice voto. Questa consultazione è stata il referendum definitivo tra una Russia “garante fallimentare” e un’Europa percepita come unico modello di sopravvivenza, sebbene il prezzo della transizione resti altissimo.
Il verdetto della Commissione Elettorale Centrale restituisce un’immagine nitida ma non priva di ombre critiche per il futuro democratico del Paese. Il partito di Pashnyan ha ottenuto il 49,8% delle preferenze, staccando nettamente l’alleanza Armenia Forte del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, ferma al 23,3%. In terza posizion Alleanza Armenia, il blocco dell’ex presidente Robert Kocharyan ha raccolto il 9,9%, seguito da Armenia Prospera al 4%. Più indietro tutti gli altri, nazionalisti, europeisti e ancora filorussi. Ma il vero problema è che sebbene Pashinyan abbia rivendicato la possibilità di governare in solitaria, i numeri dicono altro: il Premier ha fallito l’obiettivo della super maggioranza dei due terzi e dunque dovrà trovare un accordo in parlamento.
Una situazione complicata, perché il partito del premier è il solo che mira ad un trattato di pace con l’Azerbaigian. Pashinyan è sopravvissuto politicamente alla guerra persa nel 2023 per il controllo del Nagorno-Karabakh, la regione di lingua e cultura armena che ora definitivamente inglobata in terra azera dopo un conflitto che ha portato 30.000 morti e la fuga di massa verso Yerevan della popolazione di lingua armena della ormai ex exclave (nessuno ha però mai parlato di genocidio…non ci sono ebrei da attaccare!). Nonostante le aperture dell’ambasciatore azero in Ue Vaqif Sadiqov subito dopo aver issato la bandiera azera nel territorio conteso, la situazione fra i due Paesi è ancora tesissima: per firmare la pace definitiva, il presidente azero Ilham Aliyev esige infatti modifiche alla Costituzione armena per eliminare i riferimenti storici al Nagorno-Karabakh, una manovra che ora richiederà complessi compromessi parlamentari o un rischioso referendum confermativo. Pashinyan sostiene che l’Armenia debba accettare la nuova realtà regionale e puntare sulla normalizzazione dei rapporti con i vicini. Le opposizioni, soprattutto quelle nazionaliste e filorusse, lo accusano invece di aver abbandonato gli armeni del Karabakh e di aver fatto troppe concessioni a Baku e Ankara. E proprio la normalizzazione dei rapporti anche con la Turchia è invece un altro degli aspetti sui quali il riconfermato premier punta nel suo percorso di avvicinamento a Bruxelles.
Di sicuro, è stata una campagna elettorale strana: Karapetyan, il principale sfidante di Pashinyan l’ha condotta dagli arresti domiciliari, dove si trova dal 2025 con l’accusa di riciclaggio e di aver pianificato e diretto un colpo di Stato per rovesciare il premier: con lui erano state arrestate 12 persone oltre a Bagrat Galstanyan, l’arcivescovo della chiesa apostolica armena, un sacerdote revanscista fra i sobillatori della protesta contro il premier.
La strada verso Bruxelles passa per Baku
Il divorzio dal Cremlino si è consumato sotto il peso dell’inazione russa proprio in occasione dell’ultimo conflitto con gli azeri: secondo Yerevan, l’Armenia ha perso il controllo della ex repubblica dell’Artsakh (così si chiamava il Nagorno-Karabakh per gli armeni) perché Mosca, a capo della forza di peacekeeping che controllava la zona, si è disinteressata dal conflitto per concentrarsi sull’invasione dell’Ucraina. Per questo motivo gli azeri hanno potuto riguadagnare il controllo del corridoio di Lachin e poi gradualmente avanzare, costringendo con l’Armenia ad accettare le proprie condizioni per il cessate il fuoco. Vale a dire: la cessazione della Repubblica dell’Artsakh, che ufficialmente non esiste più dal 31 dicembre 2023.
Nonostante questo, Mosca non ha assistito passivamente al crollo della propria egemonia. Vladimir Putin, poco prima delle elezioni, aveva evocato esplicitamente lo “scenario ucraino” per Yerevan, ammonendo che l’avvicinamento a Bruxelles avrebbe portato a conseguenze esistenziali. Le minacce si sono concretizzate in pesanti “misure attive”: l’intelligence russa (FSB) ha coordinato, tramite l’Unione degli Armeni di Russia, un’operazione logistica senza precedenti per trasportare ai seggi circa 100.000 elettori residenti nella Federazione (sono 2 milioni gli armeni che vivono in Russia) con l’obiettivo di rovesciare Pashnyan. A ciò si aggiunge il ricatto energetico: l’Armenia dipende ancora in gran parte dal gas russo controllato da Gazprom. Mosca ha già iniziato a utilizzare questa leva sospendendo importazioni agricole, minacciando la revoca dei dazi agevolati e attivando restrizioni commerciali contro prodotti agricoli, fiori, brandy, acqua minerale e altri beni armeni. Senza contare che la Russia, costretta a ritirare le proprie truppe dall’aeroporto della capitale Yerevan, mantiene ancora una base militare in terra armena, precisamente a Gyumri, sul confine turco.
Bruxelles dal canto suo, guarda con interesse a Yerevan: un accordo economico fra Unione e Armenia è in vigore dal 2021, il cosiddetto Cepa, mentre a Maggio 2026 la capitale armena ha ospitato il primo vertice storico tra le parti, culminato con la firma di un partenariato per la connettività per rafforzare trasporti, energia e scambi. L’Armenia non è ancora candidata per l’ingresso nella Ue ma il Parlamento di Bruxelles nel 2024 ha confermato che il Paese soddisfa tutti i requisiti e se vuole, può presentare domanda di adesione. Pashynian ha ribadito di volere proseguire sulla strada verso l’Ue, ammettendo tuttavia che il Paese “non è ancora pronto” e che sarà necessario “portare avanti le riforme”
“Il popolo armeno ha votato per la pace, la prosperità e la cooperazione regionale, e spero che questo riceva una risposta positiva da parte di Turchia e Azerbaigian”, ha detto il premier nella sua prima conferenza stampa dopo la rielezione. Ed in effetti la pace con gli azeri e i turchi non è soltanto una questione diplomatica, ma anche e soprattutto politico-economica. Per l’Armenia che guarda ad Occidente trovare un accordo è fondamentale anche alla luce di un progetto che potrebbe rivelarsi determinante per tagliare definitivamente i ponti con Mosca. Ma per la buona riuscita del progetto c’è bisogno proprio degli azeri. Il progetto si chiama Tripp, acronimo di Trump Route for International Peace and Prosperity.
Questa infrastruttura logistica, energetica e digitale, sponsorizzata dagli Stati Uniti e gestita da un consorzio americano, punta a collegare l’Azerbaigian al Nakhchivan (repubblica autonoma di lingua e cultura armena ma tecnicamente exclave azera), attraverso il cosiddetto corridoio di Zangezur, 43 chilometri lungo i quali il consorzio realizzerebbe linee ferroviarie, petrolifere, gas e fibre ottiche, oltre a portare l’elettricità. Un vero e proprio corridoio di mezzo fra Cina ed Europa che di fatto esclude il controllo russo sulle rotte commerciali regionali. Non a caso Teheran e Pechino, alleati storici di Mosca, hanno già condannato il progetto parlando di invasione del territorio azero da parte degli americani
Per Pashnyan, trasformare l’Armenia in un “crocevia del mondo” è l’unica via per rompere l’isolamento geografico iniziato negli anni Novanta, ma la normalizzazione dei rapporti con la Turchia e la riapertura dei confini restano vincolate a quel trattato di pace con Baku che oggi, senza la maggioranza costituzionale, appare ancora pericolosamente lontano. E certamente non aiutano tutti gli osservatori armeni legati alla Russia che si oppongono al trattato ritenendolo una legittimazione dell’aggressione azera e delle mire espansionistiche di Baku in Armenia e nel territorio del Nagorno-Karabakh. Ma c’è dell’altro
La strategia russa contro Pashinyan: fake news, ricatti, minacce e pullman
Diverse inchieste e fonti occidentali hanno inoltre denunciato campagne di disinformazione e tentativi di influenzare il voto a favore delle forze più vicine al Cremlino. La resistenza interna alla svolta europeista è stata messa in atto da “Storm 15.16” un gruppo propagandistico che genera e diffonde disinformazione online per conto del governo russo, e da Social Design Agency (SDA), una società di marketing russa specializzata nella realizzazione di brevi video con cui diffonde notizie false contro avversari politici. Per via della sua attività SDA è stata sanzionata dall’Unione Europea. A coordinare e diffondere le notizie sarebbe stato Okay Deprem, un giornalista turco filorusso che vive nel Donbass dal 2014.
La strategia puntava a diffondere fake news virali studiate per colpire i valori tradizionalisti della società armena, ma anche lo stesso Pashinyan: dalla notizia fatta circolare di una falsa autorizzazione del Governo al Gay Pride- c’è ancora da fare sul fronte dei diritti civili in Armenia- a quella di una fattura da oltre 101.000 euro per un soggiorno di lusso in Turchia attribuita alla moglie del Premier, Anna Hakobyan, a quelle ancora più fantasiose come il presunto caso di corruzione nell’ambito di un affare immobiliare con due senatori americani o di aver organizzato un attacco contro la Russia o ancora presunti reati coperti dalle autorità armene, tra cui violenza sessuale e traffico di organi umani.
Queste narrazioni hanno trovato terreno fertile in una minoranza conservatrice e nel clero della Chiesa Apostolica, che vedono nel distacco da Mosca la perdita dell’identità nazionale. La spaccatura sociale rimane profonda: mentre i giovani sognano Bruxelles, una parte consistente della popolazione teme che il rigetto della protezione russa esponga il Paese a una nuova aggressione turco-azera. Mosca in effetti ha commentato l’esito del voto parlando di “gravi interferenze dell’Occidente” e auspicando che gli armeni tengano ora un referendum per scegliere fra Ue e La Unione Economica Euroasiatica, di cui Yerevan fa parte e di cui comunque continuerà a fare parte a prescindere. Pashinyan si recherà a Mosca nella sua prima visita ufficiale proprio con l’intento di ricucire i rapporti.
Doppia sfida per scrivere il futuro
L’Armenia del 2026 emerge quindi come un asset fondamentale per la strategia di contenimento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale, ma la navigazione verso l’Occidente rimane insidiosa. La vittoria di Pashinyan ha spostato il baricentro politico, ma non è ancora riuscita a scrollare completamente l’influenza russa.
La sfida del prossimo mandato per il premier dunque sarà doppia: da un lato attuare riforme profonde per migliorare lo Stato di diritto, evitando di trasformare la difesa della sovranità in una scusa per la repressione delle opposizioni; dall’altro gestire una transizione energetica che permetta di sopravvivere alle rappresaglie di Gazprom. L’Armenia ha scelto l’Europa, ma il cammino verso un’integrazione reale richiederà almeno quindici anni di stabilità, un lusso che in questa martoriata regione del mondo non è mai stato garantito a nessuno.



