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Paesi fantasma, economie ancora al palo, negozi concentrati in un solo quartiere, ma soprattutto tanta gente ancora fuori di casa. La ricostruzione post sisma in Centro Italia è la solita grande incompiuta, simbolo dell’inefficienza cronica di un Paese che non ha voglia di imparare dai propri errori.
Dieci anni dopo, la distanza tra i dati ufficiali e l’esperienza quotidiana dei territori resta enorme: cantieri conclusi e risorse stanziate convivono con centri storici vuoti, ricostruzione di opere pubbliche mai partite e migliaia di famiglie che non sono ancora rientrate nelle proprie abitazioni.
Per onestà intellettuale e professionale va detto che se qualcosa, nonostante tutto, lo si è fatto, lo si deve al commissario alla ricostruzione Guido Castelli che se non altro ha avuto il merito di sbloccare lo stallo nel quale ci si era impantanati sotto la gestione Legnini, con alcune leggine che hanno consentito di saltare passaggi burocratici. Però l’accelerazione non è bastata a recuperare il ritardo e i numeri sono impietosi.
La ricostruzione pubblica è lentissima: su 3.667 interventi programmati per oltre 4,85 miliardi di euro, il 66,3% risulta ancora nelle fasi precedenti l’apertura del cantiere. Nel frattempo circa 8.579 famiglie vivono ancora fuori casa; circa 2.267 risiedono nelle Sae, le famose “cassette” prefabricate, gelate d’inverno e roventi d’estate. Soluzioni provvisorie, ma l’Italia come noto è il Paese dove il provvisorio diventa definitivo. In molti Paesi dell’Irpinia e della Basilicata c’è gente che aspetta una casa dalle scosse 23 Novembre 1980, a L’Aquila sono ancora 1200 quelli che vivono in cassette ormai marce da quel maledetto 6 Aprile del 2009. Dunque stupirsi per tutto questo è persino un esercizio di stile inutile.
Così come in fondo, è inutile stupirsi del fatto che molte di quelle imprese che avevano iniziato a lavorare sulla ricostruzione, quando è arrivato il Superbonus, sono passate a lavori più redditizi, fermando i cantieri nel cratere. Quando gli incentivi sono finiti, queste imprese non hanno più riaperto i cantieri del terremoto perché nel frattempo i costi erano cresciuti, e il finanziamento ricevuto all’inizio non era più sufficiente a coprirli. Altre imprese invece si erano aggiudicate più lavori di quanti fossero in grado di sostenere. Così è scattata una catena di mancati pagamenti, fallimenti delle ditte in subappalto o dei fornitori e naturalmente cantieri fermi e mai ripresi. Anche qui, niente di nuovo.
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Castelluccio e la Valnerina: oltre la fioritura il nulla.
In Umbria la ricostruzione civile è al 60 percento circa ma nelle zone rosse i segni del sisma sono ancora ben visibili. Castelluccio si colora solo per la fioritura, ma appena si scende a valle, il contrasto con la desolazione di un borgo fantasma è fortissima. I negozi sono ancora tutti concentrati in uno stesso quartiere, in mezzo alle macerie. I dati ufficiali raccontano di una ricostruzione che è andata più veloce che altrove, con alcune strutture chiave che hanno riaperto al pubblico, su tutte il Comune e la Basilica di San Benedetto a Norcia, il 91% della ricostruzione privata è in attuazione, 6 famiglie su 10 sono già rientrate nelle proprie abitazioni o nei propri luoghi di lavoro e gli sfollati assistiti ad oggi sono 3700 su circa 10.000 iniziali (dei quali ancora circa 670 vivono nelle Sae: comunque tantissimi, dopo 10 anni). Dietro questi numeri però la realtà è quella di uno spopolamento demografico ed economico che avanza a grandi passi. Gli strumenti ci sarebbero anche, a partire dal fondo Next Appennino: 1,8 miliardi dei quali la metà destinati al sostegno delle imprese. La scadenza è stata prorogata dal 2026 al 2029, ma gli investitori sono ancora molto cauti. Nessuno se la sente di scommettere su Paesi dai quali la gente scappa.
In alcuni borghi, come San Pellegrino di Norcia, la ricostruzione vera e propria non è ancora partita, in altri come Campi Alto, va a rilento. San Pellegrino fu tra le prime realtà del cratere ad avere le Sae: 18 casette destinate alle famiglie rimaste senza abitazione. Dieci anni dopo, alcune di quelle famiglie sono ancora lì. A Norcia i maggiori esercizi commerciali vennero decentrati tutti insieme in uno stesso viale: ci sono ancora, tutti quanti. Nello stesso punto. Gli ospedali di comunità a Cascia e Norcia hanno riaperto solo pochi mesi fa: “La ricostruzione fisica non basta – dicono i sindacati di settore- bisogna ricostruire la socialità, l’attrattività, creare le condizioni per far ripartire l’economia e trattenere i giovani, oppure ricostruiremo case vuote, per nessuno”. E dire che in Umbria gli esempi del genere non mancano: i Paesi colpiti dalle scosse del 1997 sono stati ricostruiti quasi per intero, ma a 30 anni di distanza molti borghi sono ancora spopolati: “A Nocera Umbra ci sono tante case libere, ma nessuno vuole andarci a vivere”, spiegano gli edili.
I nuovi schiavi nei cantieri ancora aperti
Finito il Pnrr, nel cantiere sisma della Valnerina c’è ancora tanto da fare. E adesso, con la regione retrocessa insieme alle Marche nell’area Zes, stanno arrivando tante ditte da fuori, che hanno riacceso i fari sulla questione sicurezza nei cantieri. Come se non bastasse il conto salatissimo che l’Umbria già paga.
Un recente giro della Filca Cisl Umbria nell’area del cratere ha evidenziato il problema: “Ci sono realtà che smistano sul territorio lavoratori dal centro-Africa, o dal Bangladesh: arrivano in gruppi, non conoscono la lingua e quindi le nostre leggi – dice il sindacato- Diventano ricattabili, perchè pur di mantenere il permesso di soggiorno accettano contratti senza garanzie, con paghe da fame. Oggi ci sono gli strumenti per vigilare, come il badge di cantiere – sperimentato per la prima volta proprio nel cratere – o la patente a punti. Ma abbiamo il dovere di mantenere la guardia alta. Ci sono tantissime aziende serie, ma bastano poche che se ne approfittano per aumentare il numero dei morti sul lavoro”. Vi lascio qui sotto il video dell’intervista reportage, con le immagini che fanno capire bene quanto siamo ancora lontani da una ripartenza.
Marche: la regione delle grandi risorse e dei grandi ritardi
Arquata del Tronto, Pieve Torrina, ma anche realtà famose come Visso, Ussita e Sarnano. Anche le Marche sono ancora in ginocchio dopo il sisma. A fronte di 9 miliardi di Euro concessi per la ricostruzione (di cui 6 già liquidati), l’economia dell’Appennino è tutt’altro che ripartita. Ancora oggi oltre due opere su tre sono alla fase pre-cantiere, bloccate da burocrazia, autorizzazioni, verifiche, gare e passaggi amministrativi che hanno già succhiato il 73% delle risorse.
Il risultato è un paesaggio a due velocità. Ci sono comuni in cui le gru hanno cambiato il profilo delle strade e abitazioni riparate sono tornate agibili. Ma ci sono frazioni dove le macerie, le transenne e le aree interdette sono ancora parte della vita quotidiana. Pescara del Tronto, frazione di Arquata, resta il simbolo più radicale di questa frattura: il sisma ha cancellato il paese e il suo centro non è ancora tornato un luogo abitato. E non è solo una questione di ritardo materiale: quando mancano piazze, negozi, scuole, servizi e case abitate, la ricostruzione di un singolo edificio non ricompone una comunità.
In tutte le Marche sono 5000 le famiglie ancora sfollate. Una parte vive ancora nelle Sae, come a Visso, dove il 45 percento è tuttora fuori casa. Sempre ammesso che si possa considerare vivere l’abitare in strutture pensate per l’accoglienza temporanea e che dopo 10 anni sentono l’usura del tempo. “Chi non è morto sotto le macerie sta morendo nelle cassette”, dicono i residenti di Pescara del Tronto: le loro Sae stanno marcendo fra muffa e infiltrazioni.
Anche la situazione demografica dei comuni marchigiani più colpiti è critica: in dieci anni hanno perso tra il 20% (Camporotondo di Fiastrone) e il 35% dei residenti (Monte Cavallo), Arquata del Tronto lotta per non sparire. A 10 anni di distanza, come mostra bene questo servizio di TV Centro Marche, la fotografia è ancora la stessa: un Paese raso al suolo per il 90%.
L’economia marchigiana non sta meglio. Bankitalia ha recentemente certificato come sia ferma, con alcuni settori in grande crisi (elettrodomestici e meccanica) e un piccolo negativo per l’export. Un declino, ha spiegato Palazzo Koch, iniziato nel 2008 e aggravato dal sisma.
Amatrice simbolo dell’eterna attesa e Accumoli il “non paese”
Nel Lazio il sisma ha colpito soprattutto piccoli centri, come Amatrice e Accumoli, due paesi che a 10 anni dalle scosse sono ancora fermi quasi al punto di partenza e nei quali l’attesa si è ovviamente tramutata in uno svuotamento di quel poco che c’è rimasto. Anche qui i soldi sono arrivati: oltre 1,35 miliardi di euro. Ma su 524 interventi, ben 365 sono ancora fermi. Addirittura, ad Amatrice 136 su 172 opere pubbliche sono ancora alla fase preliminare. Nel borgo reatino su 2100 abitanti, oltre la metà vivono ancora nelle 456 Sae e la ricostruzione privata è praticamente al palo (meno del 40%): su 1510 domande, appena 247 hanno visto la conclusione e il ritorno all’agibilità. Il centro storico è ancora pieno di impalcature, puntelli, recinzioni, vuoti e cantieri. L’ospedale è in fase di ricostruzione, il Comune dovrebbe riaprire a fine anno.
Ma anche qui, più ancora delle case, manca la vita normale: il camino, il prato, il giardino, l’orto, la possibilità di ospitare qualcuno, il rapporto con uno spazio costruito in anni di vita. Amatrice pagò un conto di 237 morti. Vittime per le quali non c’è pace nemmeno dopo il decesso. Il cimitero è quasi inagibile, molte tombe di famiglia sono state puntellate, altre ricostruite. Per molti mesi dopo il terremoto loculi, sarcofaghi e cassette di zinco rimasero schiacciati sotto le macerie o sparpagliati all’aperto. Ora le tombe sono state ricomposte, ma molte sono rimaste senza nome. Sui loculi c’è la scritta «salma priva di dati identificativi (lapide divelta dal sisma)».
Ad Accumoli non c’è più nessuno. I più giovani, subito dopo le scosse, accettarono il Contributo di autonoma sistemazione (Cas) fornito dallo Stato e lo hanno usato per andarsene. Così nelle Sae sono rimaste quasi esclusivamente persone anziane. Molte di queste hanno ricevuto I soldi per ristrutturare le loro case (per esempio nella frazione di Grisciano, dove la ricostruzione corre più veloce che altrove) ma quando saranno pronte non potranno tornare ad abitarci perché nel borgo mancano l’acqua, il gas e la corrente elettrica, non ci sono le fogne e non c’è neppure la strada per arrivarci. Tempo stimato per tornare ad essere un Paese: altri dieci anni.
Abruzzo avanti (troppo) piano
L’Abruzzo va più veloce, o forse sarebbe dire meno lento. Anche qui 6 opere su 10 devono ancora partire ma la percentuale è del 61, quindi più bassa. Dietro questo dato “relativamente positivo” si nascondono però realtà molto diverse: comuni che hanno accelerato la ricostruzione e borghi ancora sospesi tra Sea e cantieri che non partono. Dal sisma, hanno lasciato l’area del cratere abruzzese 37.000 persone, delle quali almeno 14.000 per le conseguenze economiche e sociali dirette delle scosse e la previsione è di un calo del 12,2% della popolazione nelle aree interne abruzzesi entro il 2045 se nel frattempo non si interverrà per ricostruire le condizioni per far tornare attrattivi territori che stanno lentamente ripartendo.
Molto lentamente: sono ancora circa 450 le famiglie abruzzesi nelle Sae, anche se negli ultimi tre anni sono tornati nelle case 5500 nuclei familiari, dei quali 1300 nell’ultimo anno. Numeri che però non bastano a compensare forti perdite demografiche.
Anche qui, il rischio è di avere case nuove in paesi vuoti: gusci edilizi senza comunità, senza vita, senza futuro.
Le scuole: una generazione nell’emergenza
Il vero simbolo del ritardo nella ricostruzione sono le scuole. Il piano scolastico del sisma prevede 459 interventi per circa 1,6 miliardi di euro. La struttura commissariale rileva un aumento degli ordini di attivazione, passati da 125 a 197 in un anno. Tuttavia, nei 44 comuni più colpiti il 59% degli interventi scolastici non aveva ancora visto l’avvio formale dei lavori al 30 aprile 2025 (ultimo dato disponibile).
Questo significa che ragazze e ragazzi hanno trascorso anni, in alcuni casi l’intero ciclo scolastico, in moduli prefabbricati, sedi provvisorie o spazi condivisi. Una scuola in emergenza non è soltanto un disagio logistico. In un piccolo comune, diventa anche la garanzia che una famiglia possa scegliere di restare. A Norcia, l’istituto comprensivo Battaglia è ripartito ma ancora in parte cantierizzato, a San Severino Marche e Camerino gli istituti sono stati riconsegnati, a Visso gli studenti sono aumentati, nonostante il contesto difficile. Timidi segnali di vita, ma non bastano.
La visione di futuro che (forse) non avremo mai
A dieci anni dalle scosse, il filo rosso che lega le 4 regioni e i 140 comuni colpiti (dei quali 44 devastati quasi completamente), è quello di una ricostruzione fisica ancora in gran parte zoppicante e stentata nonostante enormi risorse stanziate, e una ricostruzione sociale ed economica assente. Il problema quindi non è tanto – o non solo – quello che c’è ancora da costruire ma piuttosto quanto resta da rendere di nuovo possibile: abitare, lavorare, studiare, curarsi, incontrarsi. Vivere.
Il dato più grave, come sottolinea ActionAid, è che manca - perchè nessuno ha mai pensato di realizzarlo - uno strumento unico, accessibile e comprensibile che permetta ai cittadini di queste zone di seguire l’avanzamento degli interventi, individuare ritardi e criticità e verificare se la ricostruzione stia davvero rispondendo ai bisogni delle comunità. Nessuno conosce i tempi per la ripartenza e il reale stato dei lavori. Questo contribuisce a spopolare i borghi, perché incide sulle decisioni delle famiglie sul restarci a vivere o meno.
Eppure il pessimo esempio è a poca distanza, in un altro cratere ancora aperto. A L’Aquila, 17 anni dopo le scosse del 2009, il centro storico è ancora inagibile, la ricostruzione pubblica è appena sopra il 60% e trequarti delle attività economiche hanno chiuso o sono state trasferite. Il geologo Piero Farabollini, primo commissario alla ricostruzione sisma 2016 aveva lanciato l’allarme: “Non fate come a L’Aquila: le aree colpite non sono pazienti da curare, bensì potenziale su cui investire”. Non l’ha ascoltato nessuno. Passare dalla logica dell’emergenza alla pianificazione costa tempo e fatica e comporta rischi che nessuno si vuole prendere. Serve troppo coraggio, in un Paese che ha abituato i suoi cittadini a fare dell’assistenzialismo e dei bonus a pioggia una ragione di vita.





