Pallone, cori e coltelli: perché in Bosnia e Kosovo il calcio è (anche) rivendicazione
Per chi vive in queste zone della ex Jugoslavia, una partita di calcio rappresenta l'esistenza stessa. Partite inesistenti, minacce di morte, gesti identitari. Viaggio nel pallone dei due Paesi slavi
Un pallone che rimbalza come simbolo di identità o in alternativa, come strumento di sopravvivenza. Vale dovunque, ma ancora di più in quei territori un tempo parte della Federazione Jugoslava, che a oltre 35 anni dall’indipendenza, non trovano ancora pace. L’esempio più lampante è la Bosnia-Erzegovina, dove le due anime di etnia croata e serba sono litigiosissime e la federazione fatica a stare in piedi e a reggere gli scossoni che le arrivano dall’interno. Da una parte, le entità federali che vorrebbero entrare nella Ue (la Bosnia è candidata dal 2022), dall’altra la Repubblica Serba di Bosnia, dove invece le autorità lavorano per ricongiungere il territorio alla “casa madre” e intanto sfasciano da dentro tutto quello che si può sfasciare: dalla televisione – togliendo la loro parte di soldi del canone alla tv federale sino a mandarla in default- al calcio, dove sono costretti a giocare col resto della Federazione perché lo impone la Uefa. Così, quasi inevitabilmente, il pallone diventa l’arma più potente.
Lo sanno bene a Srebrenica, la città dove fra l’11 e il 22 Luglio del 1995 le truppe dell’esercito dei serbi di Bosnia guidati dal generale Ratko Mladić (detto “Il macellaio”) sterminarono 8.732 bosgnacchi, ragazzi e uomini che avevano la colpa di essere musulmani: da quelle parti è ancora forte l’onda del negazionismo, il memoriale di quella tragedia è chiuso per motivi di sicurezza e diventa complicato anche soltanto giocare a calcio.
Nel 2025 il Fudbalski Klub Guber Srebrenica, che gioca in terza divisione, ha festeggiato la salvezza. E l’ha festeggiata come una vittoria. Perché la squadra, per statuto, è composta da serbi e bosniaci. Ragazzi coraggiosi che, sfidando la rabbia e gli insulti, vent’anni prima avevano rifondato il club centenario che era stato spazzato via dalla guerra insieme alle storie di chi ci aveva giocato. Uno di questi è l’ex portiere Jusuf Maladzić, che si è fatto promotore della rinascita del Guber. Con lui ci sono l’ex calciatore professionista Nermin Pašalić, che in quella maledetta estate del 1995 ha perso il padre nel massacro, e il serbo Drago Radović. L’obiettivo è chiaro: il pallone deve unire, non dividere.
Facile a dirsi, un po’ meno nella pratica. Quando vanno in giro per la regione, quelli del Guber vengono spesso offesi. Gli insulti colpiscono sia i giocatori bosgnacchi che quelli serbi accusati di giocare insieme al ‘nemico’. L’ambiente è ostile, i soldi non ci sono e ovviamente nessuno in città si fa avanti per aiutare il club. Che così sopravvive con qualche sovvenzione esterna e un motore che è più forte del denaro: la forza di rispondere a chi li provoca con un sorriso e un abbraccio.
Salvarsi, per il Guber è stato come vincere la Champions. Perché retrocedere avrebbe significato tornare nel girone infernale dei villaggi dove gli uomini indossano ancora le vecchie mimetiche dei tempi della guerra, ti sputano mentre batti un corner se sulla maglietta porti un nome musulmano e dalle tribune partono i cori «noz, zica, Srebrenica» (coltello, filo spinato, Srebrenica) e «Mladić, Mladić, Mladić!». Troppo, per una squadra il cui campo casalingo è lo stesso dove molti di quegli 8000 giovani furono radunati prima di essere trucidati e poi sepolti con le ruspe nelle fosse comuni.
Il Kosovo e le partite negate
Il calcio per resistere, quindi ma anche per esistere. Come in Kosovo. A quasi 20 anni dall’indipendenza, quest’area di lingua e cultura albanese è riconosciuta soltanto da 110 dei 193 membri dell’Onu. L’Italia è fra questi, come l’Albania, naturalmente. Ma fra questi non ci sono Paesi come Romania, Slovacchia, Spagna, Grecia, Cipro e Serbia. I primi cinque sono Paesi alle prese con minoranze che rivendicano l’indipendenza, mentre i serbi considerano ancora il Kosovo come una loro provincia.
Una situazione alla quale si è dovuto piegare anche il mondo del calcio. Fifa e Uefa, rispettivamente la federazione internazionale ed europea del pallone, hanno vietato per motivi di sicurezza alcuni confronti fra squadre di club o nazionali. Due riguardano Paesi con guerre in corso o in pausa: Armenia-Azerbaigian e Russia-Ucraina (quest’ultimo confronto è attualmente impossibile anche per la sospensione della Russia), il terzo è quello fra Spagna e Gibilterra, dazio che Uefa e Fifa hanno dovuto pagare per il via libera da parte della federazione spagnola all’inclusione di quello che a Madrid considerano ancora un loro territorio (ne abbiamo parlato qui). Gli altri tre riguardano il Kosovo. Club e nazionale kosovara non possono sfidare quelli di Serbia, Bosnia (perché la parte serba, anch’essa non ne riconosce l’indipendenza) e anche in questo caso la Russia, che spalleggia la Serbia.
La partita che non esiste e quella vendetta ironica
Nelle intenzioni di Fifa e Uefa, questa concessione avrebbe dovuto essere l’antidoto per evitare le che le tensioni geopolitiche si riflettessero sul campo di calcio, tanto che l’hanno persino inserito nei regolamenti federali: ciascun Paese ne può indicare uno contro il quale non deve essere mai sorteggiato. Uno solo, appunto. E infatti tutti i Paesi di cui vi abbiamo dato conto sin qui hanno scritto sul modulo lo stesso nome: Kosovo. Tutti, tranne uno. Questo Paese è, come abbiamo detto, la Spagna. Che su quel modulo ha scritto appunto il nome di Gibilterra. Così quando dall’urna della Uefa per le qualificazioni al Mondiale 2022 esce il nome del Kosovo nello stesso girone delle Furie Rosse, la Federazione spagnola non può farci niente.
Per Madrid però in realtà è l’inizio di uno psicodramma. Perché come abbiamo detto, la Spagna è uno dei Paesi che non riconosce il Kosovo. Non lo riconosce semplicemente perché la Corona deve tenere a freno le pulsioni indipendentistiche al suo interno, segnatamente quelle di catalani, galiziani e baschi e una mossa in favore del Kosovo rischierebbe di dare il via ad un pericoloso effetto domino. Per dare un’idea della situazione: nel 2018 il Drita, formazione campione del Kosovo viene sorteggiata nei preliminari di Champions in casa dei campioni di Gibilterra del Lincoln Red Imps, ma per arrivarci viene costretta a fare il giro lungo, perché non può entrare in territorio spagnolo.
Che fare dunque? Spagna-Kosovo si deve giocare. Ma il Governo spagnolo non vuole fare entrare la delegazione di un Paese del quale non riconosce i passaporti. Chi fra i kosovari dispone di più nazionalità aggira l’ostacolo ed entra. Per gli altri, alla fine si decide per un visto temporaneo e limitato ai soli tesserati federali.
A Siviglia, sede del match, non sono per niente sereni, consapevoli che i problemi sono soltanto all’inizio. Hanno ragione, perché in effetti è in agguato la Legge di Murphy, quella secondo la quale “se qualcosa può andare storto, lo farà”.
Per esempio, nella conferenza prepartita. Perché i media seguono le direttive del Governo, secondo le quali la Spagna giocherà contro “il territorio del Kosovo”. La cosa fa ovviamente infuriare il team manager kosovaro Bajram Shala che in una scena rimasta epica, redarguisce la stampa spagnola: “Questa domanda che lei ha fatto, è per il ct di quale squadra?”. Solo dopo molta insistenza riesce a far pronunciare la parola Kosovo.
Sulla tv pubblica spagnola, la partita è contro la “Federazione calcistica kosovara”, la sigla del paese è scritta in lettere minuscole e la parola “inno” non viene associata a Europa, l’inno nazionale senza parole adottato nel 2008, anno della separazione ufficiale dalla Serbia. Vorrebbero persino negarne la diffusione allo stadio ma non possono, pena pesanti sanzioni. Così ecco l’escamotage: il pubblico sugli spalti de La Cartuja ascolta regolarmente le note di Europa mentre quello a casa davanti alla tv assiste a due imbarazzanti minuti di silenzio mentre passano le immagini della squadra kosovara schierata. Dal 2024 in Spagna possono entrare anche i passaporti kosovari, ma il Paese continua a non essere riconosciuto. A Pristina non hanno dimenticato lo sgarbo ma quando nel settembre 2025 le federazioni si ritrovano contro per le qualificazioni all’Europeo Under 21, scelgono la strada dell’ironia. Sui media kosovari, infatti la Spagna viene presentata come Al-Andalus, ovvero il nome utilizzato per definire la penisola iberica tra il 711 e il 1492 quando era governata dagli arabi.
La grande aquila che fa infuriare
Ma i problemi non hanno riguardato solo la Spagna. Quando nel 2023 il Kosovo va in Romania a giocare una match di qualificazione agli europei, un gruppo di tifosi rumeni espone uno striscione dove si legge: “Kosovo is Serbia”. Giusto sopra, ce n’è un altro che dice “Bessarabia is Romania”, con riferimento all’odierna Moldavia. Il match viene sospeso per oltre un’ora a seguito di disordini. L’anno dopo sempre a Bucarest ma per un match di Nations League, il Kosovo lascia il campo a seguito dei cori pro-Serbia che si levano dagli spalti: ci vuole oltre mezz’ora prima che tornino in campo. Durante Serbia-Inghilterra del 2024, i tifosi serbi srotolano uno striscione con la cartina del Kosovo e la scritta “No surrender”, ovvero “Nessuna resa”. Nel corso di quello stesso match, il giornalista kosovaro Arlind Sadiku fa il gesto dell’aquila ai tifosi serbi: la Uefa lo espelle.
Dal canto loro, i kosovari di etnia albanese non mancano di ricordare come la pensano: in Svizzera-Serbia, qualificazioni mondiali 2018, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, che giocano per gli elvetici ma sono kosovari di origine, festeggiano i gol facendo il gesto dell’aquila albanese. La famiglia dell’ex interista (padre muratore, madre donna delle pulizie) arrivò in Svizzera nel 1995 prima che la guerra deflagrasse e molti suoi parenti sono ancora lì. Il padre di Xhaka invece trascorse 4 anni in prigione per aver partecipato nel 1986 a una manifestazione in favore dell’indipendenza del Kosovo dalla Jugoslavia.
Lui è nato in Svizzera, ma l’aria politicizzata che si respirava in casa ha attecchito a fondo. In quella squadra giocava anche un altro ex del campionato italiano, Valon Behrami: suo padre fu picchiato in strada durante la guerra del Kosovo, quando lui era bambino. Per questo decisero di fuggire in Svizzera. Identico gesto dell’aquila compie Rej Manaj in Serbia-Albania, valida per le qualificazioni ai mondiali 2026. Viene soltanto ammonito. In Croazia-Albania, durante Euro 2024, i tifosi croati si uniscono al coro di quelli albanesi e cantano “Uccidete il serbo”. La Serbia minaccia di lasciare l’Europeo, le federazioni vengono sanzionate
La partita impossibile: la Stella Rossa in Kosovo
Il simbolo di questo complesso mosaico geopolitico, è però soprattutto uno, la città di Kosovska Mitrovica. Dal 1999 questa infatti è divisa in due: a Nord ci sono i serbi (circa 13.000) e tutte le istituzioni della parte di lingua serba del Kosovo; a Sud vivono invece 60.000 albanesi. Le due parti sono collegate fra loro da due ponti stradali e una passerella sul fiume Ibar. In mezzo, a controllare, ci sono le truppe Nato della Kosovo Force, coordinate dai nostri Carabinieri. Le squadre del nord Kosovo giocano nei campionati serbi e così nel 2019 l’urna della Federcalcio serba spedisce la Stella Rossa a Zvečan, dove dovrebbe attenderla la squadra locale del Trepča, per una sfida dei sedicesimi di coppa.
Solo che il bus della squadra viene fermato alla frontiera di Jarinje: la polizia le nega l’ingresso su ordine del governo di Pristina che non consente sul suo territorio la disputa di quella che considera una competizione straniera. Nonostante le pressioni di Fifa e Uefa, che premono perché il match si giochi dove è previsto, si decide per l’unica soluzione possibile: l’inversione di campo. Il match - senza storia perché oppone una big ad un club di terza serie - va in scena sul campo nel quartier generale della Federcalcio serba a Stara Pazova, non lontano da Belgrado: la Stella Rossa vince 8-0.
Lo stallo che blocca la strada per l’Europa
La questione del Kosovo è il grande convitato di pietra ogni volta che a Bruxelles si parla delle trattative per l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, ferme dal 2012. A Belgrado sono cambiati i colori dei governi, ma non le idee: nessun cedimento sull’indipendenza del territorio. Nel 2022, quando Georgia e Moldavia vedono accolte le rispettive candidature per la Ue, la Serbia protesta ma in realtà ha fatto ben poco perché la sua trattativa si sbloccasse e anzi non sono mancati i passi indietro.
Bruxelles ha provato a mettere le due parti davanti ad un tavolo a Ohrid in Macedonia, il 27 febbraio 2023, sull’onda del divieto di circolazione imposto da Pristina alle auto con targa serba. Quello che ne ha ricavato è però solo un impegno generico all’accettazione reciproca dei documenti e lo stop al veto serbo alle ambizioni del Kosovo di entrare nelle organizzazioni nazionali, in cambio di un organismo di autogoverno dei comuni a maggioranza serba in Kosovo.
L’accordo prevedeva anche uguali diritti per il Kosovo e la Serbia, il rispetto dell’integrità territoriale e l’invisibilità dei confini, il riconoscimento dei simboli dello Stato e l’apertura delle rappresentanze diplomatiche del Kosovo e della Serbia nelle sedi ognuno dell’altro Paese. Tranne il libero passaggio delle targhe, oggi niente di tutto questo è ancora accaduto: quell’accordo, vincolante anche per il Kosovo se volesse entrare a sua volta nella Ue, è tuttora rimasto solo verbale e nessuno dei due Paesi ha ancora apposto la firma sul documento.






