Radev, l'Orbàn "moderato" che riavvicina la Bulgaria a Mosca
Solo pochi mesi fa era il presidente della Repubblica: poi Rumen Radev si è dimesso, ha fondato un partito ed ha stravinto elezioni. Il nuovo premier di Sofia condivide molto con l'ex leader magiaro.
L’avvicinamento del generale Rumen Radev alla guida del governo di Sofia non è stato un atterraggio morbido, bensì una manovra di intercettazione eseguita con la precisione chirurgica dei caccia MiG-29 che pilotava durante la sua carriera ai vertici dell’Aeronautica. Le elezioni parlamentari del 19 aprile 2026 hanno segnato un terremoto politico atteso da anni, ponendo fine a una stagione di instabilità cronica che ha visto la Bulgaria sprofondare in un tunnel di otto elezioni in soli cinque anni. Il trionfo di “Bulgaria Progressista”, la neonata formazione guidata dall’ex capo di Stato, rappresenta l’esito di una stanchezza collettiva, una sorta di ascesi politica di una popolazione logorata dall’apatia e dalla sfiducia. Radev, sessantaduenne dal piglio austero e dalla narrazione identitaria, ha ottenuto un mandato senza precedenti: la prima maggioranza assoluta in Parlamento dal lontano 1997. Non si tratta solo di una vittoria elettorale, ma di una rottura della geometria variabile che ha paralizzato il paese, offrendo al “Top Gun” di Sofia una profondità strategica che nessuno dei suoi predecessori recenti ha potuto vantare.
La Bulgaria ha scelto di affidarsi a colui che tre mesi fa era il Presidente della Repubblica bocciando tutti gli altri partiti. Su tutti Gerb, i conservatori filo-europei di Boyko Borisov, che hanno toccato il punto più basso nella storia del partito che ha dominato la scena per tre lustri. Analogo destino è toccato alla coalizione liberale ed europeista Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica (PP-DB), incapace di arginare l’emorragia di consensi verso il nuovo leader. Il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), espressione della minoranza turca legato al controverso imprenditore dei media Delyan Peevski, è appena arrivato sopra la soglia di sbarramento. Radev ha cannibalizzato tutti, compresi i socialisti e l’estrema destra di Vazrazhdane, principale protagonista della campagna contro l’adozione dell’Euro. “Abbiamo sconfitto l’apatia - ha commentato l’ex presidente a caldo, dopo la diffusione dei primi risultati - ma la sfiducia verso i politici rimane, e resta molto lavoro da fare. Questo è soltanto il primo passo”. Radev ha promesso ordine laddove regna il caos delle coalizioni fragili e lo ha fatto forte di una legittimazione conquistata nelle piazze, più che nei corridoi del potere. La sua ascesa come paladino della lotta allo “stato mafioso” ha un’immagine iconografica precisa: il pugno chiuso alzato verso la folla durante le proteste del 2020, quando i procuratori fedeli alle vecchie oligarchie ordinarono una retata negli uffici presidenziali per arrestare membri del suo staff. In quel momento, Radev ha cessato di essere un generale cerimoniale per trasformarsi nell’antidoto vivente alla corruzione. La sua è una ricetta ideologica “rosso-bruna” di estremo interesse per gli analisti: un’impostazione socialista in economia, necessaria per proteggere le fasce più deboli da un’inflazione galoppante seguita all’ingresso nell’Eurozona, fusa a un conservatorismo identitario sui temi culturali. Nonostante la rottura con i socialisti di Kornelija Ninova, Radev ha mantenuto una postura super partes, apparendo come l’uomo della provvidenza. Tuttavia, la storia bulgara ammonisce: la figura del leader carismatico che sorge come una meteora per poi bruciarsi non è nuova, come dimostrano i precedenti di Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha e dello stesso Borisov, entrambi accolti come salvatori prima di essere travolti dall’usura del potere.
Le ombre della Russia di nuovo sopra Bruxelles
Il trionfo di Radev e delle sue idee proietta inevitabilmente l’ombra di Budapest sulle istituzioni europee, portando molti osservatori a definire il premier in pectore un “Orbán moderato”. Le analogie sono evidenti: una visione critica verso l’integrazione europea a tappe forzate, uno scetticismo radicale sull’invio di armi a Kiyv e la volontà di riaprire i canali energetici con il Cremlino, specialmente per quanto riguarda il petrolio e la cooperazione nucleare. Eppure, il “sovranismo pragmatico” di Radev si distingue per una cautela strategica che manca al leader ungherese. A differenza di Orbán, Radev ha chiarito di non voler utilizzare il diritto di veto a Bruxelles come uno strumento di ricatto sistematico. Bastone e carota con la Ue quindi, ma più per convenienza che per reale convincimento. Radev resta euroscettico, ma la Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione e quindi tra i principali beneficiari dei fondi Ue: un isolamento diplomatico sarebbe finanziariamente suicida per il paese che oltretutto sta muovendo i primi passi nell’Eurozona. Radev intende piuttosto agire dall’interno, con un “pragmatismo critico” che punta a riscrivere le priorità europee senza però recidere i legami con il centro decisionale di Bruxelles.
Sul fronte diplomatico, la vittoria di Radev riaccende il rebus dei Balcani e la tensione con l’Ucraina. Il leader ha più volte ribadito che la Bulgaria, in quanto “paese povero”, non può permettersi di finanziare il conflitto a Kyiv, una posizione che lo ha portato a scontri diretti con Volodymir Zelensky nell’estate del 2023. Tuttavia non si è opposto al pacchetto di sanzioni Ue per Mosca, che è passato anche grazie al voto favorevole degli europarlamentari bulgari. Lo scorso Marzo, Radev aveva anche criticato il patto di difesa decennale firmato da Zelensky e dall’allora primo ministro bulgaro a interim Andriy Gyurov.
Radev è convinto che non la via delle armi, ma quella del dialogo, sia l’unica che possa far terminare la guerra tra Russia e Ucraina. Ma ha tenuto a ribadire che la Bulgaria “si sforzerà di proseguire sulla sua via Europea”. Parole che però cozzano con il fatto che per il neopremier la ripresa del dialogo con Mosca è “inevitabile” per garantire la sicurezza energetica tramite il Mar Nero, sfidando la linea dura di Washington e Bruxelles. “C’è bisogno di un nuovo pensiero critico e di un maggiore pragmatismo”, ha più volte spiegato Radev. “L’Europa rischia di cadere vittima della propria ambizione di essere un leader morale in un mondo senza più regole. Se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ristabilire la sua competitività e fermare il processo di deindustrializzazione: perché senza risorse energetiche non possiamo parlare di competitività”
La presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen si è complimentata con Radev ribadendo che “La Bulgaria è un orgoglioso membro della famiglia Europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni”. Il presidente del consiglio europeo Antonio Costa ha sottolineato l’importanza di lavorare insieme per un’Europa sicura.
Eppure è come se attorno al prossimo capo del governo bulgaro aleggiasse un velo di ambiguità e di diffidenza non ancora risolta. Il Robert Lansing Institute, un centro studi americano con sede nel Delaware, nel presentare la tornata elettorale lo ha definito “un noto populista filorusso” e da molti è considerato un lobbista degli interessi di Gazprom, cosa che si riflette negli sforzi per ostacolare la costruzione di interconnessioni con Grecia e Romania, preservando così il monopolio del gas russo sul mercato bulgaro per anni. Il rischio, secondo gli analisti è che avvii una “revisione pragmatica” dei contratti sul gas, con l’obiettivo potenziale, con il pretesto di stabilizzare i prezzi nell’Eurozona, di ripristinare gli acquisti diretti dalla Russia.
Le questione macedone nodo irrisolto
Ma è sulla questione della Macedonia del Nord che il pragmatismo di Radev si fa intransigente. L’ex generale rimane l’architetto del blocco bulgaro contro Skopje, promuovendo il cosiddetto “Piano 5+1” che esige l’inserimento della minoranza bulgara nella costituzione macedone, la fine dell’incitamento all’odio e la garanzia dei risultati del censimento (della questione avevamo parlato in questo approfondimento). Condizioni poste come aut aut per dare il via libera ai negoziati per l’ingresso nella Ue del Paese confinante con cui condivide molto a livello culturale. Le tensioni fra i Paesi sono simboleggiate da episodi come il divieto di ingresso per dieci anni imposto all’avvocato Toni Menkinoski, difensore dei macedoni a Strasburgo. Per Radev, l’integrazione europea della regione non può avvenire a scapito della verità storica e dell’identità bulgara, rendendo la stabilità di Sofia un potenziale ostacolo per l’allargamento voluto dall’Unione.
La legge anti LGBTQIA+ nelle scuole
Radev somiglia molto a Mosca anche sulla questione dei diritti: da capo dello Stato ha infatti firmato un emendamento alla legge sull’istruzione che vieta la propaganda LGBTQIA+ nelle scuole, proposta dall’estrema destra e appoggiata da GERB, una legge modellata sulla legislazione russa anti-propaganda gay approvata oltre un decennio prima. Radev l’ha firmata ignorando una petizione di oltre 7.000 firme che chiedeva il veto presidenziale, le lettere di centinaia di accademici bulgari e l’appello esplicito del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty.
La nuova Bulgaria dell’era Radev è dunque un paese sotto stretta osservazione internazionale. Solo il tempo dirà se Radev è la nuova mina vagante dell’Unione Europea. Perché, come ha commentato l’ex primo ministro Borisov, “un conto è vincere le elezioni, un altro è governare”. Come dire: prima o poi quell’ambiguità dovrà essere risolta. Nel frattempo, il premier eletto traccia i confini di quella che sarà la sua azione politica. Lotta alla corruzione, partendo dal ripristino di una magistratura non più inquinata dall’asservimento al potente di turno. Tra i primi atti ci saranno di certo le elezioni di un nuovo Consiglio Supremo Giudiziario e di un nuovo Procuratore Generale, entrambi mandati scaduti da tempo. Poi ovviamente l’economia. Il Paese a più alto rischio di povertà nella Ue (il 21,7 percento della popolazione secondo le ultime rilevazioni del 2023), si trova adesso a dover gestire le “scosse di assestamento” dovute all’adozione dell’Euro, con un brusco aumento dei prezzi immobiliari e l’inflazione alle stelle. Ora che la Bulgaria è nell’Eurozona, la vera sfida è farla decollare.



