“La pace si costruisce superando i livelli internazionali. Se pensiamo di trovarla passando solo per il piano istituzionale, non ci arriveremo mai. Nasce tutto dal cuore, dal capirsi l’uno con l’altro. E da Dio”.
Se passate da Assisi, non fermatevi solo alla Porziuncola o alla Basilica di San Francesco. A due passi, c’è un’altra struttura che nel nome del Poverello prova a fare quello che nessuno sembra riuscire o volere fare più: mettere in comunicazione popoli e religioni. Si chiama Casa globale dell’amicizia e della speranza (Global House of Friendship and Hope, nella dicitura ufficiale). Un progetto che recupera un immobile di pregio e che ospita fino a Gennaio 2028 un percorso percorso espositivo multimediale e immersivo, l’esperienza del Giardino dei Santi (uno spazio pensato per il silenzio, la meditazione e la contemplazione) e un programma di incontri, ricerca e formazione. L’obiettivo è nobile e difficile: il dialogo tra le religioni, tramite preghiera, ascolto reciproco e costruzione della pace attraverso la comunione spirituale.
A volerlo è stato l’Elijah Interfaith Institute, una realtà fondata a Gerusalemme dal rabbino Alon Goshem-Gottstein e che dal 1997 si occupa del dialogo interreligioso. La Global House of Friendship and Hope è il frutto di trent’anni di educazione interreligiosa, incontro e costruzione di estese reti globali. L’inaugurazione, avvenuta poco dopo la visita di Papa Leone XIV ad Assisi è l’occasione per una intervista a tutto campo col rabbino, che qui sotto trovate in video in versione completa
“Quello che noi facciamo – spiega Goshen Gottstein – è aprire il cuore e la mente alla possibilità di costruire dei ponti tra persone di diverse religioni, per avere una vera conoscenza, delle vere relazioni, ed essere aperti anche alla testimonianza spirituale e a prendere l’ispirazione dalle altre religioni per valori ed esperienze comuni. Questo darà la base per il tipo di trasformazione che è necessario per la pace, perchè se non la troviamo dentro di noi, certamente non la faremo fuori. La difficoltà nelle guerre sta nel fatto che nessuna delle due parti riconosce le ragioni dell’altro, allora la preghiera comune e può servire se diventa lo strumento per iniziare a scardinare questo sistema”
Il centro del messaggio è quello della Preghiera Semplice di San Francesco: “Lui dice ‘Signore fa’ di me uno strumento della tua pace’. Ed è una frase forte, che non riguarda una guerra specifica ma tutto il nostro cuore”, dice il Rabbino. An instrument of your peace è anche il titolo di un’installazione immersiva generativa ideata dall’artista multimediale Massimiliano Siccardi, che intreccia immagini, musiche originali, inni e preghiere appartenenti a differenti tradizioni religiose, fulcro del progetto.
Anche la scelta di Assisi, non è casuale. La città Serafica ha infatti un ruolo chiave nella storia del dialogo tra le religioni. Dal celebre incontro tra Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil nel 1219, quando in piene crociate il Poverello, armato solo del Saio si presentò davanti al suo carceriere per supplicare la pace, in nome di Dio e fu rilasciato; fino alla Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace convocata da Giovanni Paolo II nel 1986 che ha dato il via alla nascita dello ‘Spirito di Assisi’.
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Far tacere le armi non basta
Ricercare unità nelle diversità. Una sfida difficile che l’Elijah Interfaith Institute persegue con forza. La struttura di Assisi è un tassello di questo percorso. Non solo perché all’inaugurazione c’erano leader di tutte le principali fedi, con in testa al cardinale di Gerusalemme Pierluigi Pizzaballa. Ma anche perchè l’obiettivo più grande è quello di costruire un mondo dove le armi semplicemente non servano. Anche per questo il Rabbino invita ad andare oltre i conflitti mainstream, particolarmente quello in Medioriente: “Questo conflitto è solo l’espressione particolare di un problema globale, che inizia con la fabbricazione delle armi- sottolinea- Da sempre viviamo questa speranza di pace e non di guerra, e non riusciamo ad arrivarci. Perché mettere tutto l’accento su un conflitto particolare? Poi se la domanda specifica è “come si fermano i conflitti”, rispondo che l’unico che ha una risposta è Dio”
Bastia Umbra e il cartello antisemita in un bar
Inevitabilmente però il discorso non può non andare sull’attualità. Perché non si può ignorare l’ondata di antisemitismo che il conflitto fra Israele e Hamas ha rilanciato. Il cartello contro gli israeliani “non graditi”, esposto qualche giorno fa in un locale di Bastia Umbra, non lontano da Assisi, è stato solo la punta dell’iceberg. Ed è qui che il discorso del Rabbino si fa più forte: “Questo odio è solo contro Israele, anche se per esempio, gli ebrei italiani non sono responsabili delle azioni del governo Netanyahu. Dunque è purtroppo diventata una questione politica. Questo mascherarsi dietro la pace e gli ideali è veramente l’espressione di un antico odio che cerca nuove forme”
Poi va più a fondo: “Assisi è gemellata con Betlemme. Mi dicono che è un simbolo di amicizia e solidarietà ed è per questo che hanno esposto la bandiera palestinese. Posso comprenderlo. Però attenzione: ovunque c’è una bandiera palestinese, questo aggiunge forza all’odio. Secondo me dobbiamo andare alla radice ed eradicare non solo l’odio, ma anche quell’attivismo che si presenta come sostegno ad un popolo ma ha in realtà come frutto l’attacco ad un altro”.
La vicenda di Bastia non è rimasta senza conseguenze. Il sindaco Errigo Pecci è intervenuto stigmatizzando il gesto e ricordando quanto quella da lui amministrata sia una città accogliente e tollerante. Ma si andrà probabilmente oltre: pochi giorni dopo l’accaduto Pecci ha incontrato l’Associazione Italia-Israele di Perugia: le parti torneranno a rivedersi e la speranza è che possa nascere un percorso educativo soprattutto per le giovani generazioni: “Molti giovani della generazione TikTok mancano della dimensione spirituale, in rete si parla poco di questo tema allora è bene aprire una finestra su tutto questo, per non vivere a senso unico. Questo è importante in generale, senza focalizzarsi su una religione particolare. E per chi invece crede, è importante conoscere gli altri: ci si arricchisce e si impara a rispettare”, sottolinea Gottstein.
GUARDA LA VIDEO INTERVISTA COMPLETA AL RABBINO
La sfida dell’Elijah Interfaith Institute
L’Elijah Interfaith Institute nasce a Gerusalemme nel 1997 come consorzio di istituzioni accademiche ebraiche, cristiane e islamiche, fra le quali anche lo Studium Biblicum Franciscanum.
Insignita del patrocinio dell’Unesco nel 1999, l’anno dopo l’istituto ha partecipato all’organizzazione del pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa. Con lo scoppio della Seconda Intifada, al lavoro accademico, sono state affiancate iniziative rivolte direttamente ai leader religiosi, con l’obiettivo di portare il dialogo interreligioso fuori dall’ambito strettamente universitario.
Insieme alla branca statunitense dell’istituto, nasce quindi da questa evoluzione il Board of world religious leaders, una rete internazionale che mette allo stesso tavolo autorità spirituali appartenenti alle principali tradizioni religiose.
Il principio resta quello sul quale insiste Goshen-Gottstein nell’intervista: per dialogare non è necessario rinunciare alla propria identità religiosa. Anzi, conoscere la fede dell’altro può aiutare a comprendere meglio anche la propria. L’obiettivo non è arrivare a pensare tutti nello stesso modo, ma imparare a parlarsi e soprattutto ad ascoltarsi.
La struttura di Assisi porta in uno spazio fisico un metodo sperimentato dall’Istituto per quasi trent’anni: incontrarsi, conoscersi e provare a costruire una relazione prima ancora di cercare un accordo.
Mettere al centro il dialogo quando dialogare è diventato molto più difficile. Un’ambizione enorme in un momento nel quale guerre, antisemitismo, islamofobia, estremismi e polarizzazione politica sembrano spingere nella direzione opposta. Ma è necessario provarci: se non si costruiscono le fondamenta per un cambio di rotta che conduca a una convivenza capace di arricchire reciprocamente, chiedere di fermare le armi resterà soltanto un esercizio retorico di finto pacifismo.














