Voragini al posto delle scuole
L'Italia delle incompiute: lavori di demolizione completati e di ricostruzione mai partiti.
Là dove c’era una scuola adesso c’è un enorme cantiere. La semi-citazione di un verso di un celebre successo di Adriano Celentano rende bene l’idea. Scuole abbattute per costruirne di nuove sfruttando i soldi del Pnrr e cantieri fermi che non riprenderanno mai. Il solito vecchio pasticcio all’italiana, con l’aggravante che a rimetterci è il sistema scolastico e quindi i bambini. Oltre ai Comuni stessi: sono decine in tutta Italia quelli che una scuola non ce l’hanno più. Colpa di appalti assegnati e non andati a buon fine, ma soprattutto dei mancati controlli a monte.
Tanti gli esempi, alcuni dei quali grotteschi. A San Gimignano (Siena) era previsto un campus da 10 aule, dal costo di 6 milioni di euro: della scuola elementare sono rimaste solo le buche nel terreno. Ad Asciano, sempre nel senese, la ditta appaltatrice si è accorta solo dopo aver demolito la vecchia scuola che il progetto non era fattibile e oggi i bimbi dell’asilo fanno lezione nei container presi in affitto dalla parrocchia alla modica cifra di 25mila euro l’anno. A Città di Castello (Perugia), nel marzo 2024, è stata abbattuta la storica scuola media da 300 alunni. L’azienda è sparita dopo la demolizione: ora l’unica traccia tangibile del progetto da 12 milioni di euro sono le macerie. Così i bambini sono stati ammassati nelle scuole rimaste, sovraffollate e inadeguate a carichi anche di 100 alunni in più. Lo stesso a San Polo d’Enza (Reggio Emilia), dove i 250 bambini delle 11 classi coinvolte fanno lezione fra una mensa e i Comuni vicini. L’appalto, gestito tramite Invitalia, era stato aggiudicato con un ribasso del 32,58%, una soglia che ha reso l’intervento insostenibile per l’impresa aggiudicataria.
E ora rischiano anche di dover restituire soldi
Il Pnrr prevedeva 116 scuole per 1,6 miliardi di euro di spesa, ai quali si sommano altri progetti come nuovi asili, strumentazioni e formazione, per un budget totale di 20 miliardi di euro. Oltre la metà sono però opere incompiute e adesso i Comuni che non completeranno i lavori entro la deadline prevista dal Pnrr per il 30 giugno non soltanto perderanno la seconda parte dei finanziamenti, ma dovranno restituire anche quelli già presi. Milioni di euro che per i bilanci di un piccolo Comune possono significare il default.
Le cause dello stop ai lavori sono le più varie: c’è naturalmente la burocrazia, coi rimpalli di responsabilità per le autorizzazioni fra i vari enti che hanno ritardato i lavori sino a fermarli; altre volte sono sorte problematiche tecniche insormontabili, altre ancora mancavano certificazioni fondamentali. Le cause più gettonate sono però due: aziende fallite o dantesi alla fuga. Un corto circuito che mette in luce l’approssimazione con cui è stato gestito il Pnrr scuola, sia nella fase di approvazione da parte del Ministero dell’Istruzione dei progetti presentati dai vari Comuni, sia in quella di assegnazione dell’appalto, quasi sempre centralizzata. Valga un dato per tutti: un’impresa si è vista assegnare ben 22 appalti collegati al Pnrr contemporaneamente, dalla Sicilia al Friuli.
A Roseto degli Abruzzi il Comune sta cercando fondi alternativi per far ripartire il cantiere e non dover restituire quelli già presi, ma il vero paradosso è che anche dove una scuola sono invece riusciti a costruirla, adesso ne stanno pagando le conseguenze. I sindacati segnalano infatti decine di istituti in giro per l’Italia che – a lavori conclusi e rendicontati, in qualche caso perfino da due anni – hanno preso solo acconti e devono ancora ricevere il saldo. Si parla di somme importanti – fino a oltre 170mila euro, in alcune realtà nel torinese – che gli istituti hanno anticipato attingendo dalle proprie casse pur di non fermare i cantieri. Ora questi soldi mancano dai bilanci, mettendo in difficoltà anche l’offerta formativa. I tempi per riaverli si preannunciano lunghissimi fra burocrazia, rendicontazioni complesse e un sovraccarico di richieste che il Ministero fatica a gestire.
(articolo originariamente pubblicato sul quotidiano La Ragione)


