La Brexit sta finendo, bisogna solo capire quanto manca
Sempre più cittadini britannici vogliono tornare nella Ue o almeno il reintegro nel mercato comune. Il Regno Unito schiacciato fra crisi economica, Farage e velleità indipendentiste di Scozia e Ulster
Giusto dieci anni fa oggi, il 23 Giugno 2016, il Regno Unito votava, non senza drammi, per la Brexit, l’uscita del Paese dall’Unione Europea, che verrà poi perfezionata il 1.Febbraio 2020.
I più attenti alle questioni internazionali ricorderanno le scenate degli eurodeputati del Brexit Party guidato di Nigel Farage, vera anima dell’operazione, che davano le spalle alla presidenza mentre suonava l’inno europeo. Ma ricorderanno anche un Paese profondamente diviso, con l’intera Scozia, l’Irlanda del Nord, Gibilterra e Londra dove stravinse il remain e alla fine il leave che vinse di poco più che un’incollatura (51,9%)
Dieci anni dopo, il bilancio dell’operazione Brexit appare come uno dei più gravi atti di autolesionismo economico e politico nella storia moderna del Regno Unito. Quella sottile vittoria, alimentata da una narrazione ricca di disinformazione e condizionata da finanziamenti opachi, ha lasciato il posto a un sentimento collettivo di rimorso ora codificato nel termine “Bregret”, crasi che sta per Brexit Regret. Il clima di trionfalismo dei “Leave” è evaporato sotto il peso di una realtà che i sondaggi odierni fotografano con impietosa chiarezza: il 57% dei britannici considera l’uscita dall’Unione Europea una pessima scelta, mentre solo il 31% continua a sostenerla. Secondo l’European Council on Foreign Relations (ECFR), ben il 66% della popolazione avverte un impatto negativo su aspetti cruciali della vita quotidiana, con punte di scontento che raggiungono il 65% quando si parla di economia. La percezione di una deriva autolesionistica è tale che persino testate storicamente prudenti come il Financial Times suggeriscono che il ritorno nell’UE non sia più un’ipotesi accademica, ma una necessità storica dettata dalla sopravvivenza nazionale.
L’economia del declino: i numeri di un isolamento punitivo
Le promesse di una “Singapore sul Tamigi” si sono infrante contro la resilienza dei fatti e i dati elaborati dal National Bureau of Economic Research (NBER) e dall’Office for Budget Responsibility (OBR). Il PIL britannico è oggi inferiore di una quota compresa tra il 6% e l’8% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Unione, una voragine che si traduce in circa 40 miliardi di sterline di entrate fiscali svanite e in una perdita di ricchezza che colpisce duramente i servizi pubblici. Il crollo degli investimenti aziendali, stimato in una contrazione del 18%, riflette un decennio di incertezza strategica che ha spinto le imprese più produttive a riconsiderare la propria presenza nel Paese. La burocrazia doganale, un tempo additata come mostro europeo, è diventata un incubo puramente britannico, moltiplicando costi e certificazioni. Così con la Brexit, Londra e in generale il Regno Unito hanno perso molte delle loro postazioni strategiche: grandi multinazionali che avevano sede a Londra si sono spostate in Irlanda o addirittura nei paesi Baltici.
Il caso più emblematico di questa perdita di competitività è quello di Bridge Cheese, la più grande azienda di produzione ed esportazione di formaggi del Regno Unito.
Il capo dell’azienda Micheal Harte veva pianificato una rapida espansione in Europa (in particolare verso Francia, Irlanda, Spagna e Italia) basandosi sull’ipotesi di una soft Brexit. L’uscita totale del Regno Unito dal mercato unico ha però azzerato questi piani. Prima della Brexit, un bancale di formaggio prodotto il lunedì a Telford raggiungeva il cliente europeo entro mercoledì. Con le nuove barriere doganali, i ritardi alla frontiera hanno compromesso la freschezza e la puntualità delle consegne. In più ogni esportazione si è trasformata in una montagna di scartoffie e controlli veterinari da 500 sterline a ispezione.
Harte è stato così costretto a un cambio di strategia che lo ha portato a scegliere Hong Kong come meta di esportazione del suo cheddar: una tattica di sopravvivenza giustificata da un paradosso amaro: oggi ottenere la certificazione per un intero container da 16.800 chili verso l’Asia costa quanto l’invio di soli due pallet verso l’Europa. È il fallimento plastico del sogno della Global Britain.
Della questione Gibilterra abbiamo parlato recentemente: l’ultimo recente accordo con la Spagna segna un’altra pesante sconfitta per il Regno Unito, costretto a concedere il passaggio ai lavoratori frontalieri e di fatto portando il piccolo Paese sulle Colonne d’Ercole dentro Schengen, anche se non materialmente.
La Scozia poi, è una continua spina nel fianco: lo Scottish National Party che ha appena rivinto le elezioni vuole ritentare la strada del referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. La Corona tiene il punto: non vorrebbe concederne un secondo dopo quello del 2014 e la bocciatura da parte della Corte Suprema Britannica della nuova richiesta nel 2022 ma John Swinney, rieletto primo ministro tornerà alla carica.
Certo è che Londra rischia di trovarsi stretta in una morsa pericolosa, perché anche l’Irlanda del Nord lavora ad un referendum per la riunificazione con l’Eire entro il 2030. Un recente sondaggio ha certificato che la maggioranza dei nordirlandesi vuole la consultazione: il Sinn Fein, un tempo braccio politico dell’Ira e oggi partito nazionalista, sta facendo pressioni su Starmer, sfruttando il fatto che in questo momento l’Ulster sta attraversando un forte cambiamento: non soltanto anche lì governa il Sinn Fein, ma l’ultimo censimento ha sancito il sorpasso dei cattolici sui protestanti.
Il paradosso nordirlandese: la sola “home nation” che corre
Del resto l’Irlanda del Nord rappresenta un “esperimento naturale” che mette a nudo i fallimenti della Brexit continentale. Gli accordi per la Brexit avevano stabilito, fissato infatti un Backstop che oltre a fissare il confine fra le due Irlanda in mare per evitare ulteriori scontri, consente a Belfast di restare contemporaneamente sia nel mercato interno britannico che in quello comune europeo. Grazie a questa clausola, che passa sotto il nome di Windsor Framework, l’economia nordirlandese ha registrato una crescita del 16,5% dal 2015, superando nettamente la media britannica dell’11% e quella scozzese del 7%. Il dato più sbalorditivo riguarda il settore dei servizi finanziari di Belfast, letteralmente esploso con un +50%, mentre la City di Londra subiva una contrazione del 24%. Questo dinamismo ha alimentato la creazione di un fiorente corridoio economico tra Dublino e Belfast, portando la quota di interscambio con la Repubblica d’Irlanda al 26% nel 2024. Belfast è diventato l’hub chiave del Regno Unito con Bruxelles a scapito di una Londra sempre più isolata e in affanno.
La scacchiera politica: l’incognita Burnham e l’ombra di Farage
Che la Brexit sia stata un fallimento anche politico lo certificano le freschissime dimissioni del premier Keir Starmer, il sesto che lascia l’incarico in 10 anni di Brexit. Un ricambio senza precedenti nella storia moderna del Regno Unito. Ecco, se un risultato l’ha ottenuto la Brexit è aver consegnato il Paese alla più grande fase di instabilità politica della sua storia.
Starmer si è dimesso schiacciato dalle pressioni uguali e contrarie oltrechè per una serie di scandali ed errori che avevano indebolito la sua leadership e fatto perdere consensi ai Laburisti. Sin qui aveva resistito, ma la vittoria a Makerfield, sobborgo povero di Manchester dove la Brexit trionfò con il 65%, del suo compagno di partito Andy Burnham è stata decisiva: sarà lui con ogni probabilità il suo successore.
Benzina per il dibattito interno giù piuttosto vivace sulla Brexit e i suoi effetti. Perché il sindaco di Londra, Sadiq Khan, cita i 230.000 posti di lavoro persi e i 30 miliardi di valore svanito nella capitale per chiedere il ritorno nel mercato comune entro la fine legislatura ossia entro il 2029. Burnham invece è molto più cauto: in campagna elettorale ha spostato più a lungo termine il rientro nella Ue, per non alienarsi un elettorato che ancora nutre risentimenti verso l’establishment pro-EU.
Su questo malcontento continua a soffiare l’uomo che la Brexit l’ha costruita a suon di fake news, ovvero Nigel Farage col suo Reform UK, erede del Brexit Party.
Farage sembra sin qui riuscire a resistere persino allo scandalo che lo vede coinvolto in un’inchiesta parlamentare per un finanziamento non dichiarato di 5 milioni di sterline in criptovalute proveniente da un opaco magnate del settore. La retorica populista sull’immigrazione capro espiatorio del declino britannico continua a fare breccia e certo non aiutano fatti come quelli del Giugno 2026, con l’accoltellamento di un uomo da parte di un immigrato sudanese a Belfast, che hanno generato un’ondata di proteste anti-immigrazione cavalcata ovviamente da Farage. In una recente intervista a Repubblica, Farage ha accusato i precedenti governi conservatori di aver tradito la Brexit favorendo l’immigrazione incontrollata e parla di “razzismo verso i bianchi”, indicando proprio gli scontri Belfast come inizio di un ciclo del terrore.
Il fattore Trump e l’instabilità globale: la fine della “Special relationship”
Farage però è per ora una voce isolata, ancorchè rumorosa. A spingere Londra verso un riallineamento con l’Europa è anche il collasso della cosiddetta Special relationship con gli Usa sotto i colpi del turbo-protezionismo di Donald Trump. Le tensioni su dossier come la sovranità della Groenlandia (ne abbiamo parlato qui) e l’accordo per la cessione della sovranità sulle Isole Chagos a Mauritius sospeso su pressione di Trump che le vuole acquistare per avere il controllo della base militare oggi britannica di Diego Garcia, hanno mostrato una Casa Bianca sprezzante verso gli interessi britannici. Starmer ha risposto cercando rifugio nell’asse con Parigi e Berlino, accelerando la cooperazione in materia di difesa e sicurezza.
Tuttavia, la strada verso l’integrazione è lastricata di cinismo finanziario: i colloqui per la partecipazione britannica al prestito SAFE da 90 miliardi di euro per l’Ucraina si sono arenati di fronte a un divario monetario imponente. A fronte di una richiesta europea di un contributo di 2 miliardi di euro, Londra ha offerto solo 100 milioni, a dimostrazione di quanto sia difficile per la politica britannica abbandonare la logica del cherry picking, ossia di selezionare all’interno di accordi solo i punti che sono più vantaggiosi, ignorando tutto il resto. Nel frattempo, a Bruxelles la gerarchia delle priorità è mutata: oggi l’Ucraina è considerata strategicamente più rilevante del Regno Unito , ridotto a un semplice “fornitore di sicurezza” esterno.
Brentry: un percorso a ostacoli verso il 2029
Il dibattito sulla cosiddetta Brentry (Britain Re-entry) è ormai il cuore pulsante della politica nazionale, ma la questione tecnica resta ancora un labirinto. Il centro del dibattito non è infatti più “se” il Regno tornerà nella Ue, perché questo è dato per scontato. Si discute invece piuttosto del quando e soprattutto del come.
Bruxelles, scottata da anni di acrimonia, valuta l’inserimento di una cosiddetta “clausola Farage” in ogni futuro accordo, una salvaguardia legale contro altri possibili colpi di coda populisti. Sebbene il 55% dei britannici dichiari oggi di voler rientrare, il consenso crolla al 35% di fronte infatti alla prospettiva di perdere gli storici opt-out, come la sterlina (di cui Londra beneficiava quando era membro della Ue), o di dover accettare la piena libertà di circolazione delle persone. Dall’altro lato c’è poi una Ue che ha nove candidati entusiasti in lista d’attesa e non attende proprio a braccia aperte un decimo candidato difficile e scontroso.
La tornata elettorale del 2029 rappresenterà lo spartiacque definitivo: per trasformare il miraggio del rientro in realtà, la Gran Bretagna dovrà prima di tutto imparare a “parlare europeo”, abbandonando i fantasmi imperiali per accettare un ruolo di partner paritario in un mondo dominato da blocchi continentali. Senza questo mutamento culturale, la Brentry sarà una ripida salita, per la gioia di Farage e dei suoi cantori, sempre più simili all’orchestra che continuava a suonare per tenere buoni i passeggeri mentre il Titanic sprofondava nell’oceano.



