Il Pnrr è finito e l’Italia non è un Paese migliore
Falliti gran parte degli obiettivi perché si è preferito tappare i buchi invece che investire sul futuro, riformare il Paese e recidere le inefficienze storiche. Siamo l'unico Paese rimasto fermo.
La fine del Pnrr, sia pur formale e non ancora sostanziale, conferma ancora una volta come l’Italia non abbia voglia di imparare dai propri errori. Eravamo il Paese maggiormente beneficiario di questa misura economica nata dopo il Covid per permettere alle economie fiaccate da due anni di lockdown di rialzarsi: : 194,4 milioni di Euro. Lo eravamo giustamente, perché l’Italia è il Paese che ha pagato il conto più salato in termini di vittime ma anche economici. Ma alla data del 30 Giugno 2026 l’Italia ha celebrato non il traguardo di un rinnovamento strutturale, bensì il termine ultimo di un’illusione collettiva alimentata da una narrazione politica spesso distante dai dati reali.
Lo scolaro svogliato che fa il minimo sindacale
Il ministro Tommaso Foti, succeduto in corsa a Raffaele Fitto promosso commissario Europeo, ha celebrato tronfio quello che definisce un lavoro immane “con ricadute decisamente positive sull’economia, che avrà grandi effetti sui cittadini”.
I numeri però dicono ben altro e restituiscono la fotografia di un Paese che, nonostante una mobilitazione di risorse senza precedenti continua a occupare l’ultimo posto in Europa per dinamismo economico. Nel 2026 l’Italia sarà il Paese col secondo debito pubblico più alto del mondo e la crescita del Pil più bassa nel mondo degli ultimi 30 anni. È il paradosso di quello che era stato salutato come il “momento hamiltoniano” dell’Europa, o il “momento Merkel” per la svolta solidale sul debito comune: un’occasione storica che l’Italia ha scambiato invece per un bancomat procedurale. Con una crescita stimata tra lo 0,6% e lo 0,8%, l’Italia ha privilegiato il raggiungimento burocratico di milestone e target rispetto all’efficacia reale degli investimenti, scivolando in quello che potremmo definire “feticismo della rendicontazione” dove la “crocetta” su un obiettivo amministrativo è diventata più importante del cantiere concluso. Il Paese sembra non voler imparare la lezione europea, avendo scelto scientemente di usare i fondi come un polmone artificiale per tappare falle storiche piuttosto che come un bisturi per recidere le inefficienze che ci condannano alla stagnazione.
Che poi se ci pensate, è un po’ quello che i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa ci contestavano quando si trattava di attivarlo, il Pnrr, condividendo il debito: “Perché noi dobbiamo mettere in comune i soldi con un Paese che non sa spenderli?”, dicevano. La gente s’indignò per queste parole, qualcuno cavalcò l’onda, come il leader dell’estrema destra olandese Gert Wilders – si, l’amico di Salvini - che si fece fotografare con un cartello che recitava “Nemmeno un centesimo all’Italia”. Una provocazione, chiaramente. Ma non è che quelli più moderati la pensassero poi in maniera molto differente. E guardate, non è una questione di colore del Governo: è proprio un nostro problema italico, trasversale agli schieramenti e resistente negli anni.
La nitida fotografia di un fallimento
Il fallimento del piano si misura chiaramente analizzando la dicotomia tra efficienza burocratica e paralisi operativa. I dati forniti dalla Banca d’Italia dicono che una delle poche cose per il quale il Pnrr ha funzionato è stata la velocizzazione sull’assegnazione degli appalti, salita all’88%, con tempi medi di gara ridotti del 19% grazie a procedure semplificate e alla centralizzazione delle committenze. Ecco, su questa centralizzazione però ci sarebbe molto da dire. Le procedure sono infatti state talmente semplificate da saltare anche i controlli: come spiegare altrimenti l’assegnazione ad una stessa piccola impresa da parte di Invitalia di 22 appalti contemporaneamente dal Friuli alla Sicilia o ad imprese che sono poi fallite in corsa? (ne avevo parlato qui, in relazione alle scuole)
Tanta velocità nel far partire i cantieri non si è riflessa sulla conclusione degli stessi. Al termine del cronoprogramma, sebbene il 36,7% delle opere pubbliche risulti formalmente concluso, il dato diventa drammatico se si osserva il valore economico di tali interventi: appena il 6,2% del totale, quasi tutti micro progetti di digitalizzazione o efficientamento di piccola scala. Le grandi infrastrutture strategiche, capaci di generare produttività, sono invece finite ben presto in alto mare. Molti progetti non finiranno mai: alcuni si sono arenati sotto l’atavico male della burocrazia; altri devono ancora incassare i soldi che nel frattempo le istituzioni hanno anticipato andando in “rosso”; altri ancora si sono fermati perché le ditte cui Invitalia ha assegnato l’appalto sono appunto nel frattempo fallite. Così adesso ci sono piccoli comuni che rischiano il default o di dover restituire il denaro non speso.
Per evitare il disastro contabile di fronte a Bruxelles, il governo è ricorso a ben otto revisioni del piano, spostando sistematicamente i fondi da progetti complessi e ad alto valore aggiunto verso interventi di facile attuazione.
Il risultato è una spesa pubblica inefficace che vede circa 113,5 miliardi effettivamente pagati a fronte dei 166 miliardi già incassati, un tesoretto sprecato in interventi a pioggia. Come da italica tradizione.
Sanità e infanzia: la vera Waterloo italiana
L’inadeguatezza del piano di spesa emerge con prepotenza nei settori del sociale e della salute, dove le promesse di modernizzazione si sono scontrate con una realtà fatta di scatole vuote e costi crescenti per i cittadini. Nel comparto dell’infanzia, l’Italia è rimasta ferma al 31,6% di posti negli asili nido ogni 100 bambini, fallendo il target minimo UE del 33%. Ma il fallimento è doppio: nonostante gli investimenti, le famiglie italiane hanno subito un aumento dei costi di gestione dei servizi, che così ha reso l’asilo nido un lusso piuttosto che un diritto garantito. Simile è il destino della Missione 6 dedicata alla Salute. Le “Case di Comunità” rischiano di restare gusci privi di personale qualificato. Le politiche regionali hanno spesso ignorato le indicazioni nazionali contenute nei decreti ministeriali frammentando i servizi invece di integrarli secondo il Chronic Care Model. L’esempio della regione Marche è emblematico: qui gli Ospedali di Comunità sono stati spesso declassati a mere appendici dei Pronto Soccorso, tradendo la filosofia di una medicina territoriale proattiva. In assenza di una riforma profonda della medicina generale, gli investimenti edilizi si trasformano nell’ennesima cattedrale nel deserto, incapace di garantire la continuità assistenziale tra ospedale e territorio chiesta da Bruxelles. Di entrambe le cose ho scritto tempo fa sul quotidiano La Ragione: trovate qui sopra e qui sotto gli articoli per approfondire.
I numeri sulle case di comunità sono impietosi, anche per colpa della differenza di efficienza fra le varie regioni in materia sanitaria: appena 660 attive sulle 1723 previste, delle quali solo 46 realmente operative; appena 124 ospedali di comunità realizzati su 568. Solo il 5,1% dei progetti è stato concluso. Dei 4271 cantieri complessivi aperti, ne sono stati conclusi 2115. Ma il vero assurdo sono i 113 interventi revocati: opere avviate e persino in qualche caso finanziate, cancellate in corsa per errori procedurali o mancato rispetto dei tempi. Coi soldi che vengono riallocati e il progetto che non vedrà mai più la luce.
Tutela delle corporazioni invece dello sviluppo economico
Il confronto con i partner europei, specialmente con la Spagna, evidenzia il vizio strutturale italiano di privilegiare la rendita e il mattone rispetto all’innovazione immateriale. Mentre l’economia spagnola è cresciuta del 10,6% nel periodo post-pandemico contro il modesto 7,1% italiano, Madrid ha puntato su una trasformazione qualitativa degli investimenti. Secondo i dati Prometeia, la Spagna ha visto crescere gli investimenti in intangible assets (brevetti, software, ricerca) portandoli al 42% del totale degli investimenti nazionali. La Francia ha utilizzato una dotazione più ridotta inserendola direttamente nel piano di rilancio nazionale (France Relance). La spesa è stata fulminea sul piano della transizione ecologica delle imprese, mantenendo la crescita allineata ai livelli pre-crisi. Oltralpe hanno insistito di più su digitalizzazione, innovazione, cultura, competitività, cui sono stati destinati più fondi Ue, il 34% del totale (in Italia il 20%). Simile l’allocazione verso inclusione, coesione, sanità, formazione, cui è andato il 36% dei fondi complessivi. Ma in generale, quasi tutti – compresi i Paesi dell’Est e quelli del Nord che hanno scelto di non usufruire della parte di prestiti del Pnrr– hanno investito molto sulla crescita, sulla modernizzazione e sulla transizione ecologica.
L’Italia, al contrario, è rimasta ancorata al comparto delle costruzioni e alla giungla dei bonus edilizi, come il Superbonus, che hanno generato una fiammata temporanea del PIL senza intaccare i nodi della produttività di lungo periodo. La Commissione Europea, nei suoi Country Report, ha continuato a censurare l’incapacità italiana di affrontare riforme “impopolari”: dalla riforma del catasto, ferma a valori immobiliari obsoleti, al contrasto all’evasione fiscale. Il terreno dello scontro sulle riforme abilitanti resta però quello delle liberalizzazioni, dove la protezione di corporazioni come i concessionari balneari, i tassisti e gli ambulanti rappresenta il simbolo di un Paese che rifiuta la concorrenza e la direttiva Bolkestein (all’interno della Ue, l’Italia è l’unica non averla ancora applicata a 20 anni dalla sua entrata in vigore), preferendo la conservazione dello status quo alla crescita potenziale. Così come è fallito miseramente il piano per la banda larga che prevedeva di connettere tutta l’Italia a 1 Giga entro Giugno 2026. Per evitare di perdere 700 milioni di fondi Ue, il governo è stato costretto a tagliare drasticamente il numero di abitazioni da connettere
Oltre a questo, il Pnrr ha messo a nudo la scarsa preparazione della pubblica amministrazione italiana nel leggere, comprendere e preparare i bandi: qualcosa è stato fatto con la linea dedicata proprio alla formazione, ma serviva soprattutto assumere personale. Abbiamo fallito anche l’obiettivo sburocratizzazione. Restiamo il Paese nel quale occorrono 198 giorni per ottenere l’autorizzazione a costruire un capannone industriale. Avete letto bene: non per costruirlo, bensì per essere autorizzati a farlo. Ce ne vogliono ancora 120 (con richieste a 8 enti diversi), per installare l’insegna luminosa del negozio, 75 diversi adempimenti e fino a 200 giorni per aprire una gelateria. Il Ministro Zangrillo qualcosa ha fatto, tagliando 30.700 atti normativi, il 28% del totale. Bene, direte voi. E invece no. Perché si trattava di leggi prerepubblicane ancora in vigore.
Cameriere, il conto per favore!
Ecco allora, in un certo senso il ministro Foti ha ragione quando dice che il Pnrr avrà grandi effetti sui cittadini. Il debito come è noto, ricadrà come un’ipoteca sulle giovani generazioni, che dovranno ripagare in trent’anni (dal 2028 al 2058) i 122,6 miliardi di prestiti onerosi.
Ma attenzione: anche la quota dei 71,8 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto nasconde un’insidia contabile spesso taciuta. L’Italia infatti deve contribuire al bilancio UE per il rimborso del Next Generation EU con una quota del 13% - circa 40 miliardi di euro - di risorse proprie. Il contributo netto reale si riduce quindi a circa 6-7 miliardi l’anno, una cifra modesta rispetto alla spesa pubblica totale. Il rischio concreto è il cosiddetto cliff edge, il salto nel vuoto previsto dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio: dopo aver toccato un picco di stimolo al Pil tra l’1,8% e il 2,5% nel 2026, l’effetto dei fondi scenderà drasticamente all’1,1% entro il 2030. Senza un aumento strutturale della produttività, che l’uso distorto del Pnrr non ha innescato, l’Italia si ritroverà nel 2027 senza il “polmone artificiale” di Bruxelles e con l’onere di rimborsare un debito monstre. L’occasione di trasformazione strutturale è stata sacrificata sull’altare della spesa corrente e della velocità burocratica, lasciandoci un Paese più indebitato e non certo più moderno.






