Perché la guerra delle Falkland non è mai finita
A 40 anni dalla Mano de Dios, Inghilterra-Argentina riaccende i fari sul conflitto: per ciascuna delle due nazioni, la sovranità sull'arcipelago e una questione di Stato. E anche per Trump...
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Quarant’anni dopo “la mano de Dios”, la storia bussa di nuovo alla porta. Inghilterra e Argentina non sfidavano da 21 anni e il destino vuole che lo facciano a 40 anni da quel gesto di disobbedienza civile e politica che l’abbaglio di un arbitro ha consegnato alla storia: erano i Mondiali di Messico ’86 e il tunisino Ali Bin Nasser non si accorse del tocco di mano, forse anche lui abbagliato come noi a casa dalla corsa solitaria palla al piede di Maradona che poi infilzò Shilton.
Una vittoria sul campo di calcio, che per gli argentini suonò come l’attesa vendetta per quella guerra persa quattro anni prima per il controllo delle Isole Falkland (o Malvinas, per gli argentini), proprio contro i britannici
“Il gol è stato segnato un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios”, disse lo stesso Diego ai cronisti. Fu il sigillo su un fatto: Inghilterra-Argentina, quando c’è qualcosa in palio, non potrà mai essere una partita normale. E del resto, anche il coro dei giocatori argentini dopo il successo sulla Svizzera nei quarti al Mondiale 2026, sta lì a confermarlo
Por Malvinas, por el Diego, por la última de Leo, Argentina quiero verte bicampeón. Quiero volver a robarle un gol al ladrón, como el Diego y el narigón.. Y ya lo ve, y ya lo ve, ¡el que no salta es un inglés
La questione della rivendicazione territoriale
Lontane dalle rotte europee, le Falkland hanno però una importanza strategica sono strategicamente fondamentali per le vaste riserve di idrocarburi offshore, per i redditizi diritti di pesca nell’Atlantico meridionale e per la loro vicinanza all’Antartide. Rappresentano inoltre un importante avamposto militare e aeroportuale britannico per il controllo dell’emisfero australe
L’Argentina le rivendica principalmente per motivi di eredità storica e geografica. Buenos Aires sostiene che l’arcipelago sia stato sottratto illegalmente dal Regno Unito nel 1833 e che la sua vicinanza alle coste argentine e all’Antartide giustifichi l’appartenenza al territorio nazionale.
Legate a doppio filo all’Europa, le Falkland passarono di mano in mano. Il Regno Unito ne rivendica la scoperta avendo fondato il primo insediamento nel 1765, quando sulle isole c’erano già i primi coloni francesi: li guidava Louis Antoine de Bougainville e venivano tutti da Saint-Malo, erano quindi Malouins. Da qui il nome Îles Malouines che poi diventerà Malvinas per il mondo ispanofono. Gli inglesi le chiamano invece Falkland, dal cognome di un nobile scozzese e commissario dell’Ammiragliato britannico che finanziò la prima spedizione navale in quelle terre.
Le isole saranno poi cedute alla Spagna, all’esito della Guerra dei Sette Anni nel 1766 e ad essa resteranno fino al 1816, anno in cui l’Argentina, che allora si chiamava Provincias Unidas de La Plata conquistò l’indipendenza dalla Spagna.
In quella occasione l’Argentina si proclamò erede legittima di tutti i territori che fino a quel momento erano amministrati dal Vicereame del Río de la Plata (l’autorità coloniale spagnola con sede a Buenos Aires). Le Malvinas dipendevano direttamente da quel vicereame e nel 1820 l’Argentina ne prenderà possesso.
Il Regno Unito riteneva invece che la Spagna non avesse mai posseduto una sovranità esclusiva e incontestabile sulle isole, considerandola un’occupante illegittima. Di conseguenza il Regno Unito considerava nullo il diritto della Spagna e, di riflesso, giudicava inesistente qualsiasi diritto ereditato dall’Argentina. Per Londra, le Falkland erano territorio britannico fin dal 1765 e l’azione argentina del 1820 fu vista come un’occupazione abusiva su terre della Corona. Quando nel 1833, la nave da guerra britannica HMS Clio, guidata dal capitano John James Onslow, attracca a Port Louis intimando al comandante argentino José María Pinedo di ammainare la bandiera e andarsene, secondo la tesi britannica è soltanto un’azione di ripristino della sovranità. Per l’Argentina invece, è una violazione dell’integrità territoriale.
Operazione Rosario: i calcoli sbagliati degli argentini
Regno Unito e Argentina si contendono le isole da allora. Nel 1965 l’ultimo tentativo diplomatico va a vuoto. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva invitato i due Paesi a negoziare una soluzione pacifica per la decolonizzazione. Di fronte al continuo rifiuto del Regno Unito di discutere seriamente il passaggio di sovranità, la giunta militare argentina dichiara che la pazienza diplomatica è esaurita e che l’azione militare era l’unico modo per sbloccare lo stallo.
L’occasione arriva nel 1982, sotto la dittatura di Leonardo Galtieri. Travolta da una gravissima crisi economica e da oceaniche proteste di piazza, la dittatura cerca nel sentimento patriottico la propria legittimazione. Nasce qui l’Operazione Rosario, un’invasione anfibia che porta alla resa del piccolo contingente di Marines britannici a Stanley, capitale del piccolo arcipelago. Era il 2 Aprile 1982.
Per dimostrare che l’operazione non è un atto di aggressione bellica contro la popolazione, i militari argentini ricevono l’ordine tassativo di non causare vittime tra i soldati britannici e i civili delle isole durante lo sbarco. L’obiettivo dichiarato è compiere un atto di forza puramente politico e simbolico per costringere Londra a sedersi al tavolo delle trattative, senza scatenare una vera e propria guerra, contando sul fatto che la distanza di 12.000 chilometri dal Regno Unito avrebbe sconsigliato agli inglesi la strada bellica. Ma Galtieri aveva fatto male i conti. A Londra, la Prima Ministra Margaret Thatcher scelglie la linea della massima fermezza. Sfidando lo scetticismo di parte del suo stesso governo, mobilitaimmediatamente una massiccia Task Force navale per riconquistare le isole.
Agli attacchi navali britannici rispondono quelli nei cieli degli argentini: la guerra si conclude il 14 Giugno 1982 dopo 74 giorni con la resa dei sudamericani, schiacciati dalla potenza militare inglese. Il bilancio è pesante: 255 morti e 777 feriti tra le forze britanniche, contro 650 vittime e oltre mille feriti tra gli argentini oltre a 3 vittime civili dell’isola.
L’umiliazione militare dà il colpo di grazia alla dittatura, che cadrà l’anno successivo. Sul fronte inglese, invece, la vittoria scatena un’ondata di orgoglio nazionale che salva la leadership di Margaret Thatcher, proiettandola verso una schiacciante rielezione nel 1983
La guerra delle Falkland sul palco dell’Eurovision
Il destino che si diverte a giocare scherzi sadici, proietta fra l’altro per una sera quella guerra anche sul palco dell’Eurovision che nel 1982. si svolge ad Harrogate, un piccolissimo centro della Yorskshire, dunque nel Regno Unito. È il 24 Aprile e la guerra è al suo culmine. In gara per la Spagna c’è Maria Isabel Lineros Rodríguez, in arte Lucìa e la sua canzone “Él” è un tango.
La canzone è stata in realtà selezionata molto prima dello scoppio del conflitto, ma in quel momento è comunque vista dal Regno Unito come un affronto e un supporto indiretto della Spagna all’Argentina nella guerra. Non proprio il clima migliore per una nazione che stava in quegli anni faticosamente riabituandosi alla democrazia. La canzone chiude appena decima su 18: secondo alcuni commentatori dell’epoca, penalizzata da diverse giurie nazionali, che avrebbero preferito non assegnarle punti per non irritare gli inglesi ospitanti.
La guerra adesso è tutta economica
Per Buenos Aires, la sconfitta nelle Falkland è una ferita tuttora aperta, tanto che la riconquista dell’arcipelago è persino scritta nella costituzione. Per Londra invece, la difesa del territorio è a sua volta una questione di interesse nazionale, tanto che in occasione dell’accordo con la Spagna per il controllo economico di Gibilterra, i Tories hanno accusato il Governo di voler “svendere” i territori sotto controllo della Corona, citando anche la Falklands (ne abbiamo parlato qui). Tuttora il Regno Unito mantiene una forte base militare difensiva sull’isola (Mount Pleasant) per scoraggiare qualsiasi colpo di mano, una presenza che Buenos Aires denuncia costantemente all’Onu come “provocazione coloniale”.
L’Argentina sanziona e vieta alle aziende marittime che operano nei suoi porti di collaborare con le navi che acquistano licenze di pesca britanniche nelle Falkland e recentemente il Governo ha condannato i progetti britannici di estrazione petrolifera offshore nei fondali intorno alle isole considerando una frode le licenze di esplorazione concessi dal governo locale. Il maggiore di questi è il giacimento Sea Lion nel quale si stima siano stipati 800 milioni di barili di petrolio greggio, una quantità superiore a qualsiasi recente progetto nel Mar del Nord.
Londra, che ha affidato la gestione del giacimento alla compagnia israeliana Navitas Petroleum, conta di iniziare le trivellazioni nel 2027 ed estrarre i primi barili nel 2028. L’Argentina dal canto suo, vieta di attraccare nei suoi porti alle navi che battono bandiera delle Falklands e gli alleati del Mercosur si sono impegnati a fare altrettanto.
Il difficile futuro dell’arcipelago
Difficile in questo scenario, capire quale sarà il futuro dell’arcipelago
Nel 2013, un referendum indetto dal Regno Unito sull’isola, ha confermato la sovranità britannica: 3 soli i voti contrari. Buenos Aires ha sempre considerato illegittima quella consultazione e recentemente è tornata alla carica.
Il presidente argentino Javier Milei, ha avviato una forte campagna per rimettere le Malvinas al centro dell’agenda, dichiarando che le isole “sono e saranno sempre argentine”: il suo ministro degli esteri Pablo Quirino, parlano al quotidiano La Nación ha definito definendo i residenti delle Falkland una popolazione “artificialmente impiantata” dal Regno Unito, mentre la vice-presidente Victoria Villarruel ha provocatoriamente invitato i residenti a “tornare in Inghilterra”.
Una guerra economica nella quale si è inserito recentemente il presidente degli Stati Uniti Trump. A fine aprile 2026, una fuga di notizie ha rivelato un’e-mail interna del Pentagono. Secondo il documento, l’amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di ritirare il riconoscimento diplomatico statunitense alla sovranità britannica sulle isole, come ritorsione contro il mancato sostegno dell’allora premier britannico Starmer nelle operazioni in Iran e nello stretto di Hormuz. Downing Street ha risposto con fermezza assoluta, accusando Trump di “bullismo politico”.
La governatrice delle Falkland, Andrea Clausen, a sua volta, ha accusato Trump di usare gli abitanti dell’isola come pedine di scambio dei suoi giochi politici. Il segretario di Stato Marco Rubio ha provato a metterci una pezza, ma quando c’è di mezzo il presidente americano non c’è mai da stare tranquilli.
Nel frattempo, la gente delle Falkland rivendica il suo diritto ad esistere e lo fa attraverso il calcio: l’isola ha sin dal 1916 una sua federazione calcistica - affiliata alla NF Board, l’organismo delle realtà non Fifa – un suo campionato e una sua nazionale. La allena il maggiore Dan Biggs, ufficiale delle forze armate dell’isola. Tornei piccoli, in posti lontani, contro avversari talvolta improbabili e non si vince nemmeno sempre. Ma quello che conta davvero è ricordare che al di là delle rivendicazioni politiche e delle guerre economiche, esiste un popolo, del quale forse a nessuno davvero interessa. Una storia comune a molte altre realtà minori. Ne riparleremo presto.



