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La porta è in fondo a destra. Solo che in fondo a destra invece dell’uscita c’è il baratro. Ed è esattamente lì che probabilmente condurranno gli scontri in Francia.
Quasi inevitabile in un Paese pioniere del multiculturalismo europeo ma anche pieno di contraddizioni e dove le risposte giuste alle necessità sono state comunicate nel modo sbagliato. Così una protesta studentesca per ottenere condizioni migliori si mescola con la rabbia delle banlieues, con la frustrazione di chi non vede futuro, con la stanchezza di chi paga il conto di anni di tagli e promesse non mantenute. E finisce per diventare qualcos’altro: un test per la tenuta del Paese, uno scontro tra due visioni della Francia che non si parlano più.
Da una parte i messaggi incendiari di Jean-Luc Melenchon, che ha cavalcato e sostenuto la protesta. Fin dall’inizio delle sommosse, deputati di La France Insoumise sono presenti sui luoghi delle proteste. Postano video su TikTok e X. Accumulano centinaia di migliaia di visualizzazioni e raccolgono consensi sul posto fra i giovani, soprattutto i francesi di seconda e terza generazione, un pezzo di Paese che si sente escluso dai circuiti del benessere e della rappresentanza politica tradizionale.
Dall’altro Marine Le Pen, la pasionaria dell’ultradestra che ha smussato gli spigoli più pericolosi del suo Ressemblement National e ora prova a passare all’incasso. Una Francia più bianca, più conservatrice, che si sente minacciata dall’immigrazione, dal degrado urbano, dalla perdita di identità nazionale. Una Francia che chiede ordine, sicurezza, protezione. Fino a qualche anno fa questa era la fotografia della parte più anziana del Paese, ma ora non è più così.
Oggi infatti il Rassemblement National è la prima forza politica nella fascia 25-34 anni.
In mezzo c’è una proposta politica – quella di Emmanuel Macron - che è un modello da seguire, almeno per chi sogna gli Stati Uniti d’Europa e una società pienamente liberale, ma che oggi raccoglie i cocci delle difficoltà avute a costruire una vera classe dirigente che possa farsi portavoce del progetto soprattutto presso le giovani generazioni.
Macron al bivio: difendere la società liberale
Le proteste nei licei e nelle università francesi hanno messo a nudo questo limite e forse non è un caso che siano state alimentate proprio in questo momento, nel punto più basso e difficile del decennio di Macron, con un governo fragile e una maggioranza risicata che costringe il premier Lecornu a negoziare ogni legge, ogni emendamento, ogni misura di bilancio. E lo fa in un contesto di tensione sociale crescente. La manovra da 54 miliardi, presentata a fine settembre, è stata accolta con freddezza. I mercati hanno reagito male. I tassi di interesse sul debito francese sono schizzati. E ora, con i licei in fiamme, la pressione è diventata insostenibile.
Vista con gli occhi di chi crede che la ricetta liberale sia ancora oggi la migliore in Europa, non c’è dubbio che Macron guardasse al bene del Paese. La riforma delle pensioni del 2023, aveva spostato l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Era necessaria? I numeri dicono di sì. La Francia ha uno dei sistemi pensionistici più costosi d’Europa. E con una popolazione che invecchia, il conto diventerà insostenibile. Le stime ufficiali prevedevano un recupero di 9 miliardi di euro entro il 2027 e di circa 15-17 miliardi di euro all'anno entro il 2030, era previsto un aumento della pensione minima a 1200 euro per le carriere complete. La gente è scesa in piazza contro questa riforma, protestando contro la fine di alcuni privilegi (regimi pensionistici speciali) e contro i due anni in più. Il premier Lecornu l’ha dovuta sospendere, fino a dopo le presidenziali.
La riforma del mercato del lavoro varata nel 2017 ha funzionato. Ha reso più facile assumere e licenziare, introdotto tetti ai licenziamenti ingiustificati e dato più spazio alla contrattazione aziendale. I risultati? Il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 7% nel 2025, minimo storico dagli anni Settanta.
Queste riforme rappresentavano una parte centrale del tentativo di affrontare problemi strutturali che la politica francese aveva a lungo rinviato. Ma hanno avuto una forte opposizione sociale, aggravata dalla percezione di un presidente distante da una parte dell’elettorato.
Rénaissance non è stata in grado di comunicare la necessità di queste riforme. Non per incapacità, bensì perchè si è scontrata con i gangli di un sistema ancora profondamente ancorato al passato. Di fronte alla difficoltà di scardinare questa architettura Macron ha preferito quindi i poteri costituzionali per far passare le riforme. Una situazione che le opposizioni hanno cavalcato alimentando il malcontento.
Macron avrebbe voluto tagliare la spesa pubblica, ma non è stato possibile. Ogni euro tagliato anche in Francia genera malcontento. Così ha puntato sulla crescita. C’è stata, ma non abbastanza da compensare un debito pubblico al 119%. Il PIL francese è cresciuto meno di quello tedesco, molto meno di quello spagnolo, anche se quest’ultimo è stato “dopato” dalle regolarizzazioni di massa attuate da Sanchez che hanno portato soprattutto manodopera a basso costo. E il conto è arrivato tutto insieme: tassi di interesse più alti, spread in aumento, mercati nervosi.
Macron ha proposto alla Francia un modello di rinnovamento che non cede ai compromessi, ha provato a fare quello che in Francia nessun presidente aveva mai fatto: introdurre riforme di mercato senza essere di destra. Ha parlato di libertà economica, di flessibilità, di riduzione della spesa pubblica. Ma si è scontrato con un Paese che vede ancora il liberismo come un nemico.
In questo ci sono molte similitudini con l’Italia. Macron ha dimostrato che c’è spazio per una proposta autenticamente liberale che contrasti il bipopulismo e che se applicata porta benefici reali al Paese. Quello che è mancato è stata la capacità di venderle ai francesi del futuro. Nella società della comunicazione, i fatti non bastano mai a loro stessi. Senza una storia che li racconti, vincono sempre gli slogan, anche quando sono sbagliati.
E gli slogan – anche in questo le similitudini col nostro Paese appaiono evidenti – fanno sempre danni. La narrazione barricadera di La France Insoumise, che parla di protesta sociale e spinge sul gas, condannando le violenze ma supportando il malcontento non piace infatti né ai socialisti né alla sinistra riformista, che accusa Mélénchon di danneggiare in questo modo le forze progressiste, rischiando che l’opinione pubblica le associ all’incapacità di garantire l’ordine repubblicano e la stabilità economica
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Il Rassemblement National sta seduto sul guado del fiume aspettando che passi qualche cadavere. Che sia quello di Macron, quello di Mélénchon o entrambi, importa poco. Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno lavorato molto sull’immagine del partito.
Il delfino della Le Pen, candidato premier, 31 anni appena, ha sfruttato molto bene i social media (TikTok e Instagram soprattutto) per “ripulire” RN, normalizzandone la retorica. E adesso che la sinistra radicale si presenta come la voce della protesta, punta su pochi semplici concetti. Ordine contro caos. Sicurezza contro anarchia. La Francia “vera” contro le periferie “fuori controllo”.
Certamente il suo elettorato è ancora in massima parte bianco, cattolico e – soprattutto fra i giovani – di istruzione medio bassa e residente nelle aree rurali. Ma i cambiamenti geopolitici in atto hanno consentito al Rassemblement National di rompere la barriera con le comunità non bianche. Questo perché coloro che vivono e lavorano onestamente nelle periferie subiscono in prima persona il degrado urbano, lo spaccio di droga e la criminalità giovanile. La promessa di “tolleranza zero” del RN fa breccia anche tra chi non è nativo francese, poiché la priorità diventa la protezione della propria famiglia e dei propri negozi. Soprattutto coloro che sono ormai di lungo corso o naturalizzati non restano indifferenti al messaggio del partito di limitare sussidi sociali, ricongiungimenti familiari riservandoli solo a chi ha la cittadinanza e paga le tasse da anni.
Ma RN sta guadagnando consensi anche fra la comunità ebraica per il forte posizionamento pro-Israele e contro l’islam radicale. Un risultato non di poco conto se si considera che gli ebrei francesi sono storicamente molto scettici verso gli eredi del Front National
C’è poi un altro aspetto, non secondario dal quale Le Pen e Bardella possono trarre vantaggio: la presenza di un partito più a destra, ovvero Reconquête. Con la nascita di un partito dichiaratamente più radicale, focalizzato su temi ultrasensibili come la remigrazione e lo scontro di civiltà, i confini si sono spostati. Il RN ha smesso di rappresentare l’estremismo.
Agli occhi dell’elettorato moderato o conservatore tradizionale- la borghesia gollista che non si riconosce in Les Républicains - Le Pen e Bardella possono dunque apparire figure più istituzionali e adatte a governare. Le proposte del RN sull’immigrazione e sulla sicurezza, pur rimanendo severe, sembrano formule di “buon senso repubblicano” se paragonate a quelle di Eric Zemmour, dentro al cui partito sono confluiti ex militanti del Front National che non hanno accettato la svolta impressa da Le Pen al partito.
Bardella e Le Pen hanno lanciato la sfida al macronismo anche sul piano economico e hanno approfittato del momento per presentare un pacchetto di misure economiche e fiscali: taglio delle tasse, correzioni al sistema pensionistico, tetto ai contributi UE, lotta all’ottimizzazione fiscale delle multinazionali. Una politica economica molto diversa da quella originaria del partito, che prevedeva spesa pubblica incondizionata. L’obiettivo è chiaro: riportare il deficit sotto il 3% in diciotto mesi e generare centoquaranta miliardi di risparmi entro il 2032.
Una proposta che punta a convincere non solo l’elettorato tradizionale del RN, ma anche quella fascia di francesi moderati preoccupati per la stabilità economica del Paese. Ma soprattutto, la conferma che le riforme proposte da Macron erano necessarie. Persino LFI parla oggi di “competitività” e di “attrattività”. Il dibattito si è spostato. Non è più tra più Stato o meno Stato. È tra come usare lo Stato in modo efficiente. Questa è una eredità del macronismo che resterà: potrebbero cambiare le formule, ma la Francia non tornerà indietro.
Il vero nodo di RN è quello della politica estera. Perché se da un lato Le Pen ha detto di non voler rompere gli impegni con Ue e Nato e di condannare l’invasione russa dell’Ucraina, mantenendo quindi almeno di facciata l’atlantismo storico della Francia, in realtà ne svuota l’efficacia degli accordi, opponendosi all’allargamento della Ue e al sostegno anche economico a Kyiv, prendendo le distanze da New York e non chiudendo la porta del tutto a Mosca. Una posizione che isola il partito anche dall’ala più istituzionale della destra europea, e in particolare da Germania e Italia: RN, CDU e Fratelli d’Italia sono anche in gruppi europei diversi (Patriots for Europe il primo, PPE il secondo e ECR il terzo, del quale Giorgia Meloni è addirittura la presidente).
Cosa succederà ora: gli scenari
Quale Francia uscirà dalle urne nel 2027 è difficile dirlo. Oggi il consenso per Macron non va oltre il 17% e gli spazi per una risalita sono stretti. Senza la possibilità per il presidente della Repubblica di ricandidarsi, manca non tanto chi possa raccoglierne la proposta, quanto il carisma. Manca un Macron senza Macron. I nomi che circolano sono molti. Édouard Philippe, Gabriel Attal, Sébastien Lecornu, il sindaco di Cannes David Lisnard ma anche altri. Nessuno, però, sembra avere la statura per sfidare Le Pen o Mélenchon. E questo è un problema. Perché se il centro non trova un leader forte, rischia di scomparire. E la Francia si troverebbe con una scelta tra due estremi: la destra populista e la sinistra radicale.
I numeri per governare sereni non ci sono: il blocco centrista e Les Républicains (la destra gollista) insieme valgono circa il 26%, aggiungendo i socialdemocratici si arriva attorno al 38%. L’unica strada è quindi arrivare al ballottaggio (come secondi, perchè Le Pen è in testa in tutti i sondaggi) e presentarsi come unico argine democratico istituzionale ai due estremismi. Ma in ogni caso, nominerebbe un premier di minoranza, sul modello Lecornu, che porterebbe nuovamente ad un esecutivo fragile costretto a governare “per decreto”. Uno scenario comunque complicato sia dal sistema politico francese, dove in questo momento nei collegi maggioritari il centro rischia di perdere quasi sempre, sia dalla poca disposizione dei repubblicani si Retailleu a governare con un pezzo di sinistra.
Oggi il 36% dei francesi voterebbe Le Pen come presidente e il blocco della destra radicale (RN, UDR di Ciotti - i fuoriusciti dai Repubblicani - e Reconquête, che sarebbe determinante al secondo turno per Le Pen) si attesta al 40%, sufficiente per far eleggere Bardella premier con l’appoggio esterno o l’astensione benevola dell’ala più conservatrice dei deputati de Les Républicains e dei parlamentari indipendenti.
Mélenchon rischia invece di pagare di nuovo l’isolamento: nessuno fra i progressisti vuole allearsi con l’ultrasinistra, anche se il Nouveau Front Populaire (LFI, Socialisti, Verdi, Comunisti) vale oggi almeno il 28%. Uno scenario già visto che rischia di allargarsi soprattutto se i socialdemocratici di Glucksmann dovessero fare bene, ipotesi non impossibile.
In questo scenario, il macronismo continua ad essere l’unica alternativa credibile e possibile ad una deriva che comunque non farebbe il bene della Francia né a livello interno nè tantomeno nei rapporti con l’Europa. Ma chiunque verrà scelto per il dopo-Macron, se vuole puntare all’Eliseo, dovrà difenderne i risultati economici indiscutibili ma allo stesso tempo promettere un rinnovamento sui temi nei quali l’elettorato è più scontento (sicurezza, immigrazione, salari) e intercettare la domanda di cambiamento che altrimenti andrebbe tutta a favore di Marine Le Pen.
Le prospettive per il liberalismo francese dipendono da chi raccoglierà questa eredità. Se ci sarà qualcuno capace di parlare ai francesi senza rinunciare ai principi. Se ci sarà qualcuno capace di costruire un consenso intorno a un’idea di libertà che non sia solo economica, ma anche culturale e sociale. Il panorama è in evoluzione. Per ora, all’orizzonte c’è solo una protesta che continua. Un governo fragile. E un Paese che cerca una via d’uscita. La crisi dei licei è solo un sintomo. La malattia è più profonda. E richiederà tempo, pazienza e coraggio per essere curata. Anche per non sbagliare la medicina.





