All-in di Vučić sulla Serbia: lascia per raddoppiare
Il presidente annuncia le dimissioni dopo l'ondata di proteste seguite al crollo della pensilina della stazione. Ma è solo un modo per restare al potere. Come Putin e Radev. E non è una bella notizia
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La Serbia è allo spartiacque del suo futuro e a seconda di dove andrà l’ago della bilancia, sarà comunque un segnale per l’Europa.
Aleksandar Vučić, l’uomo che da 14 anni tiene le redini del Paese, ha annunciato a una folla di circa 200.000 sostenitori che rassegnerà le dimissioni da capo dello Stato. Vučić è al secondo mandato e quindi non potrà essere rieletto. Tuttavia, per chiunque conosca le geometrie del potere balcanico, non c’è nulla da festeggiare. Quello che appare ormai all’orizzonte non è infatti un presidente schiacciato dalle proteste, bensì un fine calcolatore. Le dimissioni sono infatti, con ogni probabilità una manovra tattica per aggirare proprio questo mandato costituzionale e conservare comunque il potere.
Dimettendosi in anticipo rispetto alla scadenza naturale del 2027, Vučić punta a guidare la lista Serbia Unita — un nome che riecheggia sinistramente Russia Unita di Vladimir Putin — per tornare a occupare la carica di Primo Ministro. In questo schema, che ricalca il celebre avvicendamento Putin-Medvedev, la presidenza verrebbe ceduta a un alleato fedele, mentre il reale potere esecutivo tornerebbe nelle mani di Vučić. Uno schema simile a quello che si verificato recentemente in Bulgaria, con Radev (ne abbiamo parlato qui) che si è dimesso da presidente della Repubblica e tre mesi dopo ha vinto le elezioni col suo nuovo partito. Anche lui si era dimesso poco prima della scadenza del suo secondo mandato, sull’onda di una protesta popolare che ha scelto di sfruttare a suo vantaggio.
Dalla tragedia di Novi Sad alla rivolta delle piazze
Anche per Vučić, l’accelerazione di questa strategia non nasce infatti dal nulla, ma dal logoramento causato da oltre 20 mesi di proteste che hanno scosso le fondamenta del Paese. Il trauma collettivo è datato 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha ucciso 16 persone. La stazione, recentemente ristrutturata nell’ambito di un progetto strategico opaco sostenuto da aziende cinesi, è diventata istantaneamente il simbolo di una corruzione che non si limita a sottrarre fondi, ma uccide fisicamente i cittadini. Lo slogan “la corruzione uccide” ha trasformato il dolore silenzioso in un movimento popolare massiccio che accusa il governo di aver creato uno stato totalitario nel quale gli appalti milionari e la mancanza di controlli di sicurezza sono la norma di un sistema clientelare ormai fuori controllo.
Il movimento studentesco: una sfida orizzontale e nazionalista
A guidare questa ondata di sdegno è una nuova generazione di attivisti, raggruppati in sigle come Stav Srbije e Sviće, che ha adottato una struttura volutamente orizzontale. La scelta di non avere leader unici è una mossa difensiva per evitare che la “macchina del fango” costruita dal media vicini al Governo possa isolare e distruggere singole figure attraverso i media controllati. Tuttavia, il movimento presenta un paradosso ideologico: pur essendo ferocemente anti-Vučić, mantiene tratti profondamente nazionalisti e diffidenti. Alle manifestazioni studentesche è praticamente vietato esporre bandiere dell’Unione Europea o dell’Ucraina; chi ci prova viene spesso allontanato in malo modo. Questi giovani definiscono il Kosovo- vero nodo scoperto del Paese - “cuore della Serbia” e vedono nella Ue non un modello, ma una complice delle autorità, colpevole a loro dire di chiudere gli occhi sulla democrazia per assicurarsi il litio del progetto Jadar, un piano da oltre 2 miliardi di dollari del colosso minerario Rio Tinto per una super-miniera di litio e boro nella Serbia occidentale. Sostenuto dall’Ue per l’indipendenza energetica, è però osteggiato dai residenti per i devastanti rischi ambientali e agricoli, per questo è stato attualmente congelato.
La fermezza del movimento studentesco è tale da rifiutare qualsiasi collaborazione con i partiti di opposizione tradizionali o le Ong preferendo una via solitaria e identitaria.
Come spiega Nikola Ristić, co-fondatore del movimento Sviće (che in serbo vuol dire alba), le piazze non miravano a nuove elezioni “perché verrebbero falsate dai partiti”. Né i manifestanti vogliono essere paragonati a Maidan, la rivolta di piazza che chiuse l’era filorussa in Ucraina, né agli attivisti della rivoluzione delle Rose in Georgia: “Questa è una protesta contro il fatto che il nostro Paese è diventato un crocevia della corruzione internazionale”, dicono. Non a caso una delle proteste di maggior impatto ha visto i giovani prendere di mira proprio i palazzi del potere e occupare la tv pubblica e il Governo reprimere con la forza questa protesta, finendo però per venirne travolto. Le piazze studentesche erano infatti state precedute da mesi di mobilitazioni da parte di insegnanti, agricoltori e avvocati, creando una sorta di sinergia tra diversi gruppi sociali insoddisfatti e gli studenti stessi.
I manganelli e la nuova possibile scacchiera elettorale
Il prezzo del dissenso è stato altissimo. Le autorità serbe non hanno esitato a definire gli studenti terroristi, traditori e agenti manovrati dall’estero allo scopo di sovvertire l’ordine democratico. Due attivisti di Stav, Doroteja Antić e Branislav Đorđević, sono stati costretti a fuggire in Croazia: su di loro e su altri dieci colleghi pende l’accusa di “tentato rovesciamento dell’ordine costituzionale”. Il teorema della Procura si basa interamente su una registrazione clandestina effettuata dai servizi segreti durante una riunione privata del comitato Movimento Liberi Cittadini il 12 Marzo 2025.Nel dettaglio, l’accusa è quella di aver pianificato di irrompere nella sede della radio-televisione Serba durante le proteste. Il filmato è stato trasmesso dai media filogovernativi ed appunto utilizzato come prova principale dall’accusa.
In questo clima teso, nel quale dove la magistratura agisce come braccio armato del potere, Vučić ha risposto indicendo elezioni anticipate con un preavviso di soli 40 giorni, una tattica collaudata per frammentare le opposizioni. La campagna elettorale si muove su un binario populista: promesse di aumenti salariali e pensionistici entro gennaio, intrecciate a una narrazione tecnologica distopica fatta di robot umanoidi cinesi che danzano musiche tradizionali, simbolo di una partnership stretta con Pechino utilizzata per vendere un futuro di modernità che ignora deliberatamente il collasso dello stato di diritto. In una Serbia dove le opposizioni non sembrano avere la forza per opporsi a Vučić e al suo modo antidemocratico di gestire il potere, il vero grimaldello potrebbero così proprio essere quei giovani delle piazze che non volevano le elezioni
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Le leggi di Mrdić e l’enigma europeo
Sul fronte internazionale, il doppio gioco di Belgrado è arrivato a un punto di rottura. E proprio la recente decisione della Commissione Europea di riaprire la discussione del Cluster 3 del dossier serbo per l’ammissione alla Ue, quello su crescita e competitività, potrebbe essere la chiave per far uscire allo scoperto Belgrado. La Serbia è candidata ufficialmente all’ingresso nell’Unione dal 2014 ma da allora il dossier non solo non ha fatto passi avanti, ma continua a retrocedere. Colpa delle troppe opacità serbe. Anzitutto il rapporto ambiguo con Mosca. Belgrado non ha applicato sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina e anzi la Serbia è diventato persino scalo aereo quasi obbligato per chi deve recarsi in Russia. Non solo: Vučić continua a ospitare ai propri comizi figure incendiarie come l’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia Milorad Dodik, alimentando le tensioni dei separatisti appunto in Bosnia-Erzegovina e continua a rifiutare di applicare l’intesa raggiunta nel 2023 con il premier kosovaro per iniziare il disgelo attraverso piccoli reciproci riconoscimenti, come ad esempio la tutela delle rispettive minoranze. Anche del fragile equilibrio in Bosnia dovuto a queste tensioni e del quadro in Kosovo abbiamo parlato in un approfondimento, che trovate a questo link.
Poi c’è un altro dato per niente secondario. Solo il 28% dei cittadini serbi ha un’immagine positiva dell’Unione Europea. Questo è dovuto a diversi fattori. Prima di tutto appunto i continui messaggi ambigui delle autorità serbe, che se da un lato premono per entrare nella Ue, dall’altro continuano a ritenere Mosca e Pechino partner centrali per lo sviluppo e la crescita della Serbia. Poi ci sono gli strascichi della Guerra nei Balcani. Una grande fetta di serbi imputa infatti alla Ue sia il riconoscimento a loro dire prematuro dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, sia l’aver obbligato il Paese a cooperare col tribunale internazionale de L’Aia per l’arresto dei loro generali in cambio degli aiuti economici per ripartire. Ancora oggi, a oltre 25 anni dalla fine del conflitto, il rapporto dei cittadini e delle istituzioni serbe con le cause dello stesso e con le responsabilità nei massacri è molto controverso. L’intervento Nato del 1999, la cosiddetta operazione Allied Force che condusse all’accordo di Kumanovo e concluse la guerra nel Kosovo è tuttora considerato da una parte della popolazione come un ingiustizia e una ingerenza dell’Occidente schieratosi contro la Serbia e cioè a loro dire dalla parte sbagliata.
A rallentare i negoziati per l’ingresso nella Ue della Serbia poi c’è ovviamente la deriva illiberale del Paese. Sebbene la Commissione Ue veda infatti progressi formali, gli Stati membri sono allarmati da questo deterioramento democratico. Un punto critico è rappresentato dalle cosiddette leggi di Mrdić (così chiamate dal cognome del deputato che le ha proposte), una riforma giudiziaria varata con procedura d’urgenza per sottoporre la magistratura al controllo dell’esecutivo ed evitare l’arresto dei ministri mentre sono in carica. La gravità della situazione ha spinto la Commissaria per l’allargamento dell’Unione, la slovena Marta Kos a minacciare la sospensione dei fondi del Growth Plan qualora tali norme non venissero radicalmente riviste. E certo non aiuterà in questo, l’ormai più che probabile sorpasso del vicino Montenegro, dal quale la Serbia si è separata nel 2006 a seguito di un dolorosissimo e sanguinoso referendum: Podgorica è pronta infatti ad entrare nella Ue a stretto giro, forse già nel 2028 dopo aver completato rapidamente la transizione in senso democratico e liberale.
Un paese al bivio tra democrazia e dittatura
Oggi la Serbia respira un’aria di profonda polarizzazione, un’atmosfera di continua contrapposizione, dove ogni alternativa è percepita come un tradimento. La manovra di Vučić mira a consolidare un potere che dura da 15 anni, trasformando la forma democratica in un guscio vuoto. A determinare l’esito di questa operazione sarà la capacità della Serbia urbana e giovane di scardinare il consenso di quella rurale e anziana, storica roccaforte del Governo. Tuttavia, con il controllo totale dei media e una magistratura asservita, la strada verso un reale cambiamento appare sbarrata. La posta in gioco non è solo la poltrona di Primo Ministro per Vučić, ma la sopravvivenza stessa di una prospettiva democratica per i Balcani Occidentali, in una regione dove le influenze esterne di Russia e Cina si insinuano nelle crepe di un’Europa che sembra aver perso la sua forza di trasformazione. Se il bluff riuscirà, la Serbia si avvierà definitivamente verso una dittatura totale sotto mentite spoglie parlamentari.



