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Se c’è una cosa per la quale il nuovo premier ungherese Peter Magyar si sta distinguendo è il decisionismo. Il leader di Tisza, l’unico che è stato capace di disarcionare Viktor Orbàn e Fidesz dal governo dopo 16 anni sta attuando punto per punto il suo programma (ne avevo parlato in dettaglio qui).
“Ti piace vincere facile”, si potrebbe parafrasando una vecchia pubblicità, visto che sta facendo una cosa semplice ma necessaria ovvero smontare tutti gli assi della “democrazia illiberale” costruiti da Orbàn per riportare il Paese nell’alveo dello stato di diritto. Ma l’Ungheria viene da tre lustri piuttosto bui sul fronte delle relazioni internazionali e quindi ogni piccolo passo avanti è una conquista.
C’è però un punto che accomuna Magyar al suo predecessore e che in fondo non stupisce viste le comuni radici di destra e visto che l’attuale premier ha iniziato la carriera politica dentro Fidesz – è stato anche a lungo sposato con una ministra dei governi di Orbàn – uscendone poi quando l’ex capo del Governo ha iniziato a spostare il partito verso l’estrema destra: la difesa dell’identità ungherese.
La differenza la fanno ovviamente i modi. Orbàn aveva scelto la linea dura, Magyar preferisce quella del dialogo. I risultati, ovviamente sono ben diversi. È per questo motivo che ha fatto molto scalpore la notizia del nuovo veto ungherese all’approvazione dei cluster 2 e 3 del dossier per l’adesione dell’Ucraina alla Ue.
Budapest ha detto no nel dettaglio alla libera circolazione di beni, persone e servizi da Kyiv verso Bruxelles e al cluster sullo sviluppo economico e la competitività. Poiché tutti i cluster vanno approvati all’unanimità dei membri secondo le normative europee, il veto di Budapest ha fermato il percorso.
Orbàn e l’uso politico della Transcarpazia
Il motivo del veto è appunto da ricercarsi in quello che si diceva prima, ovvero nella tutela dell’identità magiara, in questo caso della minoranza ungherese in Transcarpazia, una regione ucraina di confine dove vivono circa 100.000 persone di lingua e cultura ungherese. Budapest vincola il via libera tecnico sui cluster negoziali a maggiori tutele e progressi sui diritti della minoranza.
Il tema delle minoranze è molto caldo in tutta l’Ungheria ed è capace di unificare il popolo magiaro, andando oltre la diffidenza nei confronti dell’Ucraina retaggio dei 16 anni di rapporti stretti con la Russia durante l’era Orbàn. Ci sono gruppi etnici forti anche in Serbia, Croazia, Slovenia, Romania, Slovacchia, Austria e Germania ma è sul fronte ucraino che negli ultimi anni la situazione si era fatta tesa.
La minoranza della Transcarpazia era finita schiacciata nelle leggi volute dal precedessore di Zelensky Petro Poroshenko, nell’ambito del processo di derussificazione del Paese che passava anche attraverso un rinforzo della lingua ucraina. Orbàn invece che sedersi al tavolo con l’Ucraina aveva adottato lo stesso sistema che Putin utilizza nelle aree russofone, ovvero la distribuzione rapida e facilitata di passaporti ungheresi. Una condizione che però invece che aiutare la popolazione l’ha messa in difficoltà perché la Costituzione ucraina proibisce i doppi passaporti.
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Se vuoi approfondire in generale sul tema delle minoranze etniche e linguistiche in Europa, ti rimando a questa mia intervista alla presidente del Fuen (Unione Federale delle Nazionalità Europee) Olivia Schubert esponente della minoranza tedesca in Ungheria.
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Oltre a questo, sempre in stile Mosca, Orbàn aveva largamente foraggiato quella zona con oltre 120 milioni di euro in 16 anni sottoforma di sovvenzioni o donazioni: l’equivalente di un anno e mezzo del bilancio amministrativo della regione.
Mosse che hanno assicurato consenso politico e mediatico ad Orbàn (la minoranza vota per il Parlamento ungherese e i sussidi sono stati nel tempo un incentivo a sostenere Fidesz) ma che Kyiv ha sempre considerato un’ingerenza negli affari interni
L’invasione russa del 2022 ha esasperato la fragilità della comunità magiara in Ucraina. Molti uomini di origine ungherese sono stati arruolati nell’esercito ucraino, mentre decine di migliaia di donne, bambini e anziani sono fuggiti trasferendosi stabilmente in Ungheria, e riducendo drasticamente la presenza demografica sul territorio (passata da circa 150.000 a meno di 100.000 persone stabili). Ma già prima del 2022 molti ucraini della Transcarpazia avevano scelto di andare a vivere e lavorare in Ungheria complici ovviamente salari più alti (la media è 380 Euro mensili nella regione e 430 in Ucraina).
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L’accordo di Giugno: cosa cambia
Magyar ha lamenta il fatto che Kyiv non avrebbe dato seguito all’intesa raggiunta lo scorso giugno fra i rispettivi ministri degli esteri Anita Orbán e Andrii Sybiha. Un accordo in undici punti che che ristabilisce un sistema di scuole per le minoranze etniche, la possibilità di utilizzare la lingua magiara sia a scuola che – nei centri più grandi - anche negli appuntamenti ufficiali; la possibilità per gli studenti di etnia ungherese di utilizzare simboli, bandiere e inno nazionale durante le celebrazioni, oltrechè di sostenere gli esami nella lingua madre e infine l’uso dell’ungherese nelle elezioni e la revoca dell’obbligo di tradurre in ucraino gli atti amministrativi dell’Oblast di confine.
Proprio a seguito di questa intesa, Magyar aveva tolto il veto inserito da Orbàn nel 2024 al percorso di Kyiv verso la Ue, che Bruxelles ha unito a quello della Moldavia.
Nelle scorse settimane, l’Ungheria ha anche firmato insieme ad altri 50 Paesi una dichiarazione internazionale che esprime solidarietà all’Ucraina invitando nel contempo la Russia ad accettare un cessate il fuoco e ad avviare negoziati di pace concreti, oltre a condannare gli attacchi russi contro infrastrutture civili e la violazione del diritto internazionale.
La posizione ungherese però ad un certo punto si è irrigidita. Magyar ha disertato il vertice Carpathian 8 ospitato dall’Ucraina, dove al suo posto è andato un chargé d’affair, ovvero un funzionario diplomatico che però non ha firmato la dichiarazione finale: Kyiv ha considerato l’Ungheria comunque presente mentre Budapest ha spiegato che l’Ungheria non si considerava membro dell’iniziativa senza la presenza e la firma del suo leader. Uno scontro che poi è andato avanti a distanza, con Sybiha che ha accomunato il premier magiaro al suo predecessore accusandolo di ostruzionismo e il leader di Tisza che ha rilanciato sostenendo che nessuno aveva ufficialmente chiesto a Budapest il consenso a partecipare al vertice e dunque l’inviato era lì presente solo come osservatore.
Le frizioni maggiori però sono quelle sul fronte della cooperazione energetica transfrontaliera. In particolare, Magyar ha annullato il memoradum of understanding fra la compagnia statale ucraina Naftogaz e il gruppo energetico ungherese Mol che prevedeva il progetto per la costruzione di depositi e impianti di stoccaggio di prodotti petroliferi in Ungheria, nei pressi del confine. L’obiettivo era proteggere le riserve di carburante dell’Ucraina mettendole al sicuro dai continui attacchi missilistici russi.
La motivazione ufficiale è stata l’assenza di coordinamento e di consultazione col Governo magiaro, anche in considerazione del fatto che MOL è partecipata per il 25% dallo Stato. Magyar in proposito ha sottolineato che “fino a quando Tisza sarà al Governo, il progetto non vedrà mai la luce”. Sullo sfondo però c’è ancora lo stallo sulla Transcarpazia. O per meglio dire, il diverso punto di vista su questo accordo.
Gli ultimi sviluppi
La contesa ruota attorno ad uno schema classico già visto più volte quando si baratta il veto con una richiesta (per esempio, fra Bulgaria e Macedonia del Nord). Kyiv vorrebbe subito lo sblocco dei cluster e sostiene che Budapest continua “a spostare ogni volta più avanti i pali della porta”, Magyar chiede prima un impegno chiaro alla Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino e l’approvazione delle leggi entro fine anno.
Dal braccio di ferro è uscita vincente l’Ungheria. Un disegno di legge in materia verrà posto al voto nel mese di Ottobre. Operazione non semplice in un paese come l’Ucraina il cui Parlamento vive in questo momento di maggioranze variabili.
Intermediari delle due parti si sono visti più volte e con frequenza per capire come trovare una via d’uscita e soprattutto quali degli undici punti dell’intesa Kyiv possa attivare rapidamente.
Servono anche i voti dei parlamentari più che normalmente difendono le norme sull’uso della lingua ucraina e forse anche per questo il Ddl estenderà questa norma a tutte le minoranze (compresi rumeni e tatari di Crimea), tranne quella russa.
Se il calendario verrà rispettato, Kyiv si presenterà ai prossimi appuntamenti europei con un credito da spendere, Budapest darà il consenso ad aprire i cluster e i funzionari ungheresi potranno presentare il risultato come un accordo che Orbán non ha ottenuto. A questo punto dovrebbe poi tenersi il bilaterale fra Zelensky e Magyar che il premier ungherese aveva subordinato a questa intesa. L’obiettivo è limare le ultime distanze per aprire gli ultimi cluster entro fine anno.
Anche questa, non è una operazione scontata: Magyar infatti non si oppone all’ingresso di Kyiv nell’Unione Europea, ma ha confermato la contrarietà ad una procedura accelerata.





