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Da quando l’Islanda ha votato contro la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea, i nemici dell’Europa stanno alzando i calici, vendendo questo risultato come l’ennesimo tassello di una Ue che si sgretola dopo la vicenda Ceuta.
Ancora una volta, questa narrazione è falsa. O almeno sicuramente distorta. In fondo non stupisce, perché è la continuazione di quello che è in Islanda stata una campagna referendaria surreale, dove una semplice opzione dalla quale sarebbe nato poi un successivo dibattito parlamentare, è stata venduta come un aut-aut, le cui conseguenze avrebbero gettato la Terra dei geyser in un buco nero senza fondo.
Ne è uscito un Paese spaccato (52,7 contro 47,2) come la sua maggioranza: da una parte socialdemocratici e liberali, dall’altra il terzo partito di governo (i Progressisti, che a dispetto del nome sono un partito agrario e ruralista) insieme al centrodestra e all’estrema destra.
Perché non è un voto contro l’Unione Europea
E no, a dispetto di quello che si racconta, l’Islanda non ha chiuso le porte in faccia all’Unione Europea. Reykjavik è stata candidata alla Ue dal 2009 sino al 2013, quando i partiti euroscettici al potere, gli stessi che hanno orientato questa consultazione sciolsero il comitato per i negoziati prima che venisse indetto un referendum sulla prosecuzione degli stessi. Da allora non se n’è più parlato, fino alla votazione del 29 Agosto 2026.
Il Governo guidato da Kristrún Frostadóttir ha deciso di indire questo referendum per tre motivi essenziali.
Il primo è Trump, naturalmente. Il governo ha risentito fortemente delle crescenti tensioni nell'Artico e particolarmente delle sue mire sulla Groenlandia. L’Islanda non è lontana dal Polo Nord e trovarsi Trump come possibile vicino di casa potrebbe avere conseguenze imprevedibili come il Tycoon. Questo fattore, sommato al contesto della guerra in Ucraina, ha convinto Frostadóttir della necessità di legarsi a un blocco politico ed europeo solido per garantire una maggiore sicurezza nazionale.
Il secondo è l’inflazione. La Corona islandese fatica a contenere la forte pressione sui mercati interni. Frostadóttir guardava a Bruxelles come argine, con la prospettiva futura di trovare maggiore stabilità nell’adozione dell’Euro.
Infine, non meno importante: far esprimere una volta per tutte i cittadini su come proseguire il percorso di cooperazione con Bruxelles che dura dal 1994.
Perché il punto che viene nascosto in molte narrazioni è proprio questo. Non c’è nessun voto contro l’Europa. L’Islanda è infatti membro da oltre 30 anni dello Spazio Economico Europeo (See), una sorta di unione doganale fra Paesi che non sono parte della Ue ma che ne condividono gran parte dei principi economici.
L’Islanda per esempio ha già recepito interamente circa 9000 normative comunitarie e partecipa alle quattro libertà del mercato interno – merci, servizi, capitali e persone – mantenendo però la propria sovranità su alcuni settori che lo spazio economico europeo regola solo in parte come agricoltura, pesca e politica commerciale. Un islandese può vivere e lavorare nella Ue come un cittadino comunitario e le merci islandesi entrano in Europa senza dazi (e viceversa, ovviamente). L’Islanda è parte dell’area Schengen e anche membro fondatore (1970) dell’Associazione Europea di Libero Scambio (Efta), di cui oggi fa parte insieme a Norvegia, Svizzera e Liechtenstein, il cui organismo di controllo è l’equivalente della Commissione Europea per i paesi associati che aderiscono al See.
Tradotto in soldoni: l’Islanda deve rispettare norme equivalenti a quelle UE su concorrenza e aiuti pubblici. Ciò significa che non può, per esempio, sostenere selettivamente un’impresa nazionale con fondi pubblici se il sostegno altera in modo incompatibile la concorrenza nel mercato SEE.
Cosa le manca quindi, rispetto ad un Paese Ue? La rappresentanza politica; il fatto di poter incidere su leggi che invece ora deve solo recepire; non partecipa alle decisioni sulla politica estera, sulla sicurezza comune o sulla difesa; la possibilità di adottare l’Euro (opzione questa in teoria possibile tramite accordi o anche unilateralmente anche per i paesi extra Ue come per esempio Kosovo e Montenegro). Infine, ma non meno importante: per aderire al SEE paga una quota che va nel bilancio Ue, senza però poter beneficiare dei strutturali di coesione previsti per i membri effettivi.
I baroni della pesca campioni dei privilegi
Ma allora perché, su queste premesse e in presenza di un governo a maggioranza europeista, ha prevalso il no alla riapertura dei negoziati? La risposta si riassume in una parola che in fondo è ancora molto in voga anche da noi: privilegi.
In Islanda li chiamano sægreifar, ovvero “baroni della pesca”. Sono i grandi armatori e in generale i grandi gruppi commerciali che dal 1970 si spartiscono i diritti sulle risorse ittiche, Questo sistema assegna diritti di pesca privati e commerciali: quote fisse che i titolari possono rivendere o affittare. Dalla metà degli anni ’80 lo Stato ha ceduto i diritti di pesca gratis e dal 2002 lo fa in cambio di canoni puramente simbolici.
Un modello che nel tempo ha finito per concentrare l’intera economia ittica nelle mani di pochissimi e ricchissimi armatori. Una lobby potentissima, che oggi controlla il 90% della rendita di settore e che ha visto nell’adesione all’Ue (e nella riforma costituzionale) una minaccia mortale per i propri affari.
La piena adesione alle Ue comporterebbe infatti la perdita dei privilegi e la riassegnazione delle quote secondo regole comuni. E se è vero che in Islanda la pesca è legata all’identità nazionale, alla storia dell’indipendenza e alla sopravvivenza di molte comunità costiere e che per numerosi elettori difendere la gestione nazionale delle acque significa difendere anche la possibilità delle piccole città portuali di restare vive, è altrettanto vero che negli anni le grandi famiglie di armatori non si sono fatte scrupolo di comprare le quote dai pescatori dei piccoli villaggi, lasciando le comunità locali senza lavoro.
In un’epoca dove il controllo comunicazione è un potente strumento di opinion making, per chi sosteneva le ragioni del Si era molto difficile combattere contro una lobby che – per esempio – possiede il quotidiano Morgunblaðið (proprietà di un gruppo di armatori e società legate al mercato ittico) e ha speso di 300 milioni di corone (contro 75 milioni dei rivali) per la campagna di comunicazione.
Risorse imponenti, giornali amici, politici controversi ma influenti e un forte investimento su intelligenza artificiale, influencer di area e account fake. Una miscela perfetta, che ha consentito ai sostenitori dello status quo di vincere, aggiungendo al voto delle campagne e delle aree rurali, tradizionale bacino dei Progressisti, quello di molti giovani inizialmente pro-Europa, convinti a cambiare idea da messaggi a getto continuo su TikTok.
“Ora o mai più”: si, ma che cosa?
Tutta la campagna referendaria è girata attorno ad una sola frase, “Ora o mai più”. La premier Frostadóttir come si diceva sopra, fa riferimento alla necessità urgente che il popolo si esprima, perchè questo a suo dire, era il momento giusto, vista la situazione geopolitica ed economica. In rete e sui giornali di area, viene invece spiegato che quella frase si riferisce all’ineluttabilità da parte del Governo di mettere l’Islanda in mani straniere e quindi viene alimentata la narrazione degli “stranieri” che arriveranno a depredare le risorse del Paese.
Il timore non viene però costruito dal nulla: semplicemente viene resa più radicale e più immediata una paura già esistente attraverso messaggi volutamente allarmistici. Il resto lo fanno l’uso abbondante di bot a basso costo, utilizzati per esacerbare i toni del dibattito, provocare conflitti e amplificare la visibilità di tesi euroscettiche e una narrazione che viaggia per slogan, semplificazioni e distorsioni determinanti: il voto non decideva l’ingresso nell’UE, ma soltanto la ripresa delle trattative, al cui termine gli islandesi avrebbero potuto votare di nuovo. E anche dopo un voto positivo, ci sarebbe eventualmente stata la necessità di riformare alcuni articoli costituzionali. In un Paese spaccato quasi a metà, la differenza tra una minaccia certa e un rischio da negoziare può cambiare l’esito politico. Così è stato.
La narrazione che viaggia in rete è tratti surreale: la rinegoziazione delle regole sulle quote per la pesca viene trasformata in un esproprio completo e definitivo delle acque territoriali; la riapertura dei negoziati nella semplice ratifica di condizioni già decise già prima e la partecipazione dell’Islanda allo spazio economico europeo alla adesione già de facto alle Ue con pieni poteri. Ma la vera perla è questa: l’ingresso nella Ue costringerebbe i giovani all’arruolamento obbligatorio nell’esercito europeo. Che come noto, non esiste. Purtroppo, a parere di chi scrive: ma questa è un’altra storia. (Per chi non lo ricordasse: nemmeno in Islanda c’è l’esercito nda).
Ai più attenti non sfuggiranno le similitudini col percorso attraverso il quale Nigel Farage convinse nel 2016 gli inglesi a votare per l’uscita dalle Ue. Anche l’esito è stato quasi simile, nelle percentuali (nel Regno Unito 51,89% contro 48,11%). Soprattutto però colpiscono le modalità quasi identiche con cui è stata condotta la campagna: slogan semplici e facilmente memorizzabili, contenuti brevi, interpretazioni sommarie e distorte, creazione di allarmismo ingiustificato.
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Anche in Islanda hanno la memoria corta
Come sta andando a finire nel Regno Unito lo abbiamo raccontato qui e i sette premier in 10 anni in un Paese che prima della Brexit è stato un modello di stabilità sono un indicatore migliore di qualunque dato macroeconomico.
Come andrà a finire in Islanda si vedrà. Di sicuro non ci sarà un’altra consultazione prima della scadenza del mandato della Frostadóttir, eletta nel 2024. Certo non può passare inosservato il fatto come il fronte del No abbia visto in prima linea personaggi ben noti della scena politica ed economica islandese, gli stessi che nel 2008 portarono il Paese sull’orlo del baratro a causa di una crisi bancaria provocata da un sistema speculazioni e corruzione reciproci fra politica e alta finanza che si concluse con l’arresto e la condanna dei vertici del governo di allora e di alcuni banchieri.
Fra i protagonisti di quella stagione e anche di questa ci sono due nomi travolti 10 anni fa dallo scandalo Panama Papers, che in Islanda che fece cadere il Governo: sono l’ex premier Sigmundur Davíð Gunnlaugsson- oggi capo dell’opposizione col Partito di Centro, che a dispetto del nome è di destra nazionalista - e l’ex ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson, ora leader del Partito dell’Indipendenza. Tutti e due hanno condotto la campagna referendaria proponendosi come difensori dell’Islanda contro le “corrotte élites internazionali”: è la prova provata che anche da quella parti basta dare alla gente in pasto gli slogan giusti e ci si dimentica in fretta del passato.
Niente panico, ma meglio prendere appunti
Dal punto di vista di Bruxelles l’esito del referendum dimostra che le formule di “integrazione parziale” funzionano (vedi qui il caso, diverso ma non troppo di Andorra e San Marino). L’Islanda continuerà a godere dell’accesso al mercato unico europeo attraverso lo Spazio Economico Europeo (SEE), adottandone gran parte delle normative, ma senza essere rappresentata nelle istituzioni politiche dell’Unione e senza partecipare al processo decisionale europeo come uno Stato membro.
Ma al contempo, è anche la prova di come l’Europa abbia bisogno di un serio tagliando. Non solo per il forte vento anti-sistema che spira da più parti. Se uno slogan convince di più di un progetto e delle persone che lo sostengono, forse c’è un problema di leadership. E non c’è solo questo. Senza una seria riforma dei trattati e un’accelerazione del processo per arrivare ad un pieno federalismo europeo la Ue rischia di diventare sempre più fragile e vulnerabile e di perdere appeal soprattutto come baluardo di stabilità politica, economica e sociale. Al tempo di Putin e Trump, due facce della stessa medaglia, non ce lo possiamo permettere.





